Gli Accordi di Abramo sono in espansione
Trump si prepara all’arrivo del principe ereditario saudita Bin Salman aggiungendo adesioni alle intese di normalizzazione con Israele. Il caso del Kazakistan
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7 NOV 25

Il 18 novembre il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman sarà a Washington a parlare di affari, tecnologia, Difesa, medio oriente. Il presidente americano Donald Trump vuole che l’Arabia Saudita sia impegnata e attiva nella realizzazione dell’accordo per il futuro di Gaza e vuole che questo impegno parta dall’adesione di Riad agli Accordi di Abramo. La preparazione al 18 novembre è lunga e preceduta da altri incontri. Il 10 sarà accolto alla Casa Bianca il nuovo presidente della Siria Ahmad al Sharaa, che ha in Riad un forte sponsor ed è stato proprio Bin Salman a organizzare l’incontro fra al Sharaa e Trump: “Mi piace questo ragazzo”, disse il presidente americano.
L’ingresso del siriano alla Casa Bianca farà la storia e per Trump è una parte importante per costruire l’incontro con Bin Salman. Anche ieri il presidente americano ha tenuto un vertice che nel profondo voleva essere un messaggio all’Arabia saudita: ha visto i leader di cinque repubbliche dell’Asia centrale, fra cui Qassem Jomart Tokayev, presidente del Kazakistan. Era un incontro regionale per parlare di materie prime critiche e cooperazione, ma anche un vertice lontano dal medio oriente può essere un’occasione per il capo della Casa Bianca per parlare a Bin Salman. Gli Stati Uniti vogliono mostrare ai sauditi che gli Accordi di Abramo reggono e soprattutto attraggono. Il piano è ambizioso, Trump vorrebbe coinvolgere la Siria e il Libano, ma la strada è lunga: Israele ha molte cose da discutere con Damasco e ancora opera militarmente contro Hezbollah in Libano (ieri Tsahal ha colpito con una forza che non utilizzava da tempo le infrastrutture del gruppo filoiraniano).
Il Kazakistan invece è un paese che di fatto parla con Israele e collabora, anche acquistando le armi israeliane, da trent’anni, coinvolgerlo negli Accordi di Abramo è un passo relativamente semplice. Gli Stati Uniti vorrebbero tirare dentro a breve anche l’Azerbaigian. Tutto per dimostrare a Bin Salman che il progetto regge e togliere Israele dall’isolamento è anche il modo migliore per far sparire Hamas, depotenziare l’Iran, stabilizzare il medio oriente e renderlo un posto adatto agli affari.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)