Londra accoglie “l’invasione AI” americana, contando sulla crescita. Che cosa dà in cambio

Il piano anglo-americano permetterebbe al Regno Unito di unirsi al gruppo di nazioni dotate di una strategia per le AI ben definita. Ben venga quindi la benedizione  d'oltreoceano. A quale prezzo? Aprire il governo e la macchina statale britannica ai prodotti Microsoft, OpenAI e Anthropic
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18 SEP 25
Ultimo aggiornamento: 04:01 AM
Immagine di Londra accoglie “l’invasione AI” americana, contando sulla crescita. Che cosa dà in cambio

 Foto LaPresse

“Relazione speciale” può voler dire tante cose. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, per esempio, ha indicato la vicinanza politica – oltre che linguistica, ovviamente – tra Regno Unito e Stati Uniti d’America, in una specie di passaggio di testimone tra imperi. Una relazione speciale, però, non è per forza pacifica o sempre armoniosa, come ha ricordato il sindaco di Londra Sadiq Khan, mentre martedì Donald Trump scendeva dall’Air Force One e iniziava la visita di stato nel Regno Unito. In un editoriale per il Guardian, Khan ha ricordato che parte di questa relazione d’eccezione “include l’essere aperti e onesti l’uno con l’altro”, incoraggiando il governo a non cedere del tutto alle pressioni del governo e dell’industria statunitense. A giudicare dallo stato delle trattative, però, sembrerebbe essere troppo tardi per questo.
È senz’altro un segno dei tempi che al centro della scena ci siano le aziende tecnologiche statunitensi, ormai allineate a Trump e fisicamente vicine a lui in questo viaggio, nelle persone di Sam Altman (capo di OpenAI) e Jensen Huang (Nvidia), i due “top player” delle intelligenze artificiali, che sono a Londra per discutere di un ambizioso programma di investimenti in data center, da costruirsi proprio nel Regno. In realtà Trump e il primo ministro laburista Keir Starmer parleranno anche di altro, soprattutto di dazi e di eventuali modi per non ledere ulteriormente le esportazioni di acciaio e alluminio, in particolare. La visita del presidente americano arriva in un momento particolarmente complicato per il governo Starmer, alle prese con le dimissioni della sua vice Angela Rayner, con la rimozione dell’ambasciatore a Washington, Peter Mandelson, a causa dei suoi legami con Jeffrey Epstein, e con l’ascesa del leader di Reform Uk, Nigel Farage, l’amico inglese di Trump. Starmer non può permettersi di rifiutare gli investimenti offerti dai giganti statunitensi per nuovi data center. E del resto, si potrebbe dire, perché dovrebbe farlo? La crescita del settore delle AI – in particolare dell’infrastruttura necessaria al suo funzionamento – è tale da trainare di fatto l’economia statunitense da ormai un anno, e le migliaia di miliardi di dollari che il settore sborserà nel corso dei prossimi anni hanno un effetto stravolgente: gonfiano il valore di aziende come Nvidia (ma anche Meta, Google e Microsoft, oltre che Oracle e Amd), attirano personale specializzato e arricchiscono le imprese che fisicamente costruiranno questi stabilimenti.
Il piano, quindi, non fa una piega, e può permettere al Regno Unito di unirsi allo sparuto gruppo di nazioni dotate di una strategia per le AI definita: tra queste, i paesi del Golfo, che stanno investendo e tessendo relazioni sia con le aziende statunitensi sia con quelle cinesi. A rendere Londra una pedina unica, quanto meno in questa parte di mondo, è il suo essere parte dell’Europa ma non dell’Unione europea, e quindi di essere libera dai “legacci” burocratici e normativi che il settore Big Tech detesta ormai apertamente (per tacere di Trump). E quindi, ben venga la benedizione AI d’oltreoceano. Per la quale, però, bisogna dare qualcosa in cambio, ad esempio aprendo il governo e il funzionamento della macchina statale britannica ai prodotti di Microsoft, OpenAI e Anthropic. Come ha notato il Times, i tentativi fatti finora per rottamare l’Online Safety Act, la legge a difesa dei minori online approvata nel 2023, non sono andati a buon fine, forse perché anche la destra statunitense è troppo sensibile alla causa. O forse è solo questione di tempo.
A oggi, a visita appena iniziata, sul piatto ci sono perlopiù promesse di investimenti e numeri allettanti, come i 700 milioni che Blackrock è pronta a investire nel paese. Rimane comunque ancora da chiarire se questi progetti saranno finanziati del tutto, e quanto sia conveniente, soprattutto nel lungo periodo, aprire il Regno Unito alla “invasione AI americana”, come l’ha definita un rappresentante del settore dei data center, sempre al Times. Quel che è certo è che la strada verso l’indipendenza strategica e tecnologica dei paesi europei risulta oggi ancora più in salita: sviluppare una politica per le AI “Made in Europe” avrebbe bisogno di enormi risorse e finanziamenti, oltre che un’unità politica che sembra assente. In compenso, il settore Big Tech americano è già qui, pronto, col portafoglio aperto.