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La trattativa
Piazza degli ostaggi attende l'accordo, imperativo morale per Israele
L’ottimismo è sempre incauto quando si negozia con un’organizzazione terroristica. Ma ora lo stato ebraico è abbastanza forte da poter affrontare dolorosi sacrifici, pur di ottenere la liberazione dei 100 israliani tenuti prigionieri in condizioni disumane da Hamas
Tel Aviv. In un martedì di questo inverno che tarda a venire, in Israele il clima è mite, la tregua con gli Hezbollah regge e si parla della riapertura delle trattative per la liberazione degli ostaggi dopo mesi di stallo, ma l’ottimismo è sempre incauto quando si negozia con un’organizzazione terroristica. Ogni martedì sera nella Piazza degli ostaggi si tiene la cerimonia promossa dagli Ambasciatori dell’unità: intorno alle tavole di dialogo e davanti al palcoscenico dove si esibiscono gli artisti si può trovare gente di ogni genere, dagli esponenti dei movimenti giovanili religiosi, alla signora di mezza età che abita nel quartiere e prima si è avvicinata soltanto per curiosità, poi è rimasta, ed è tornata anche il martedì successivo e poi quello dopo ancora. A condurre la serata con tono pacato è Genia Erlich Zohar, zia del Capitano Omer Maxim Neutra, 21 anni, rapito da Hamas il 7 ottobre e recentemente dichiarato morto dall’esercito israeliano, il cui corpo è ancora tenuto in ostaggio dai terroristi. Il pubblico che riempie la Piazza degli ostaggi il martedì è per lo più composto da moderati, da quella grande fetta della società israeliana che fa poco rumore e che appare di meno sui media. Non ci sono proteste il martedì sera nella piazza, non c’è rabbia, non si gridano slogan contro il governo, gli striscioni sono pochi e invitano all’unità, è il silenzio a regnare. Un silenzio composto, denso, espressione collettiva del dolore che si è stratificato sulla coscienza nazionale in questi ultimi quattordici mesi di guerra, insieme, però, alla consapevolezza che ciò che non uccide rende più forti. Lo sa il pubblico silenzioso del martedì, sa che grazie agli obiettivi strategici raggiunti, ora Israele è abbastanza forte da poter affrontare dolorosi sacrifici per la liberazione degli ostaggi, i tempi sono maturi e il passo è inevitabile.
Ogni cittadino israeliano è consapevole che la propria sicurezza personale è indissolubilmente legata alla responsabilità dello stato: un concetto che va ben oltre quello di contratto sociale teorizzato dai filosofi europei, perché in Israele quello che lega individuo e stato non è un contratto, ma un patto che affonda le sue radici nella tradizione biblica, nel patto di Abramo che si rinnova ogni volta che un bambino viene circonciso, e dal ‘48 a oggi, anche quando un giovane, uomo o donna che sia, varca la soglia dell’ufficio di reclutamento. Basta guardare i volti delle madri che accompagnano le reclute per capire che in Israele il patto tra stato e individuo richiede un impegno morale che va oltre ogni ragionevole aspettativa e che quindi non può non innescare meccanismi difensivi di negazione.
Si tratta letteralmente di un patto di sangue, di un vincolo sacro e lasciare indietro gli ostaggi, o una parte di questi, o anche soltanto i corpi, sarebbe tradire la colonna portante dell’ethos del paese. Anche se Israele sta combattendo su sette fronti, anche se si avvale di tecnologie di difesa avanzate e ha innescato un effetto domino che sta cambiando il volto del medio oriente, non può lasciare indietro i 100 ostaggi (in parte non più in vita) tenuti prigionieri in condizioni disumane dai terroristi di Hamas. Lo slogan Let my people go, ispirato alle parole di Mosè al faraone durante la schiavitù degli ebrei in Egitto, e poi negli anni ‘70 diventato motto della campagna in favore dell’immigrazione degli ebrei sovietici in Israele, ha lasciato subito spazio a Bring them home, dove è chiaro che l’appello non si riferisce a Hamas, né tantomeno alla comunità internazionale, ma al governo israeliano che è chiamato a rinnovare il patto stipulato con i propri cittadini. Se Israele non riuscisse a riportare a casa gli ostaggi, assisteremmo a una disfatta sul piano morale, perché la resilienza sociale che gli israeliani hanno dimostrato in questi quattordici mesi affonda le sue radici nel patto che ribadisce la sacralità della vita, di ogni vita, e nessuna contingenza politica o strategica deve intaccare quello che da sempre è stato pilastro della sopravvivenza del popolo ebraico.
Anche il martedì che ha seguito la notizia della morte di suo nipote Omer il 7 ottobre nell’eroica battaglia di Nir Oz, Genia Erlich Zohar, con la voce rotta dal pianto, ha comunque condotto la serata: “Il messaggio ai nostri nemici è semplice: si può uccidere una persona ma non si può distruggere il suo spirito, i nostri valori non possono essere cancellati e nessuno riuscirà a spegnere la nostra luce”, ha detto in conclusione e poi ha aggiunto indicando la folla silenziosa: “Qui nella Piazza degli ostaggi rinnoviamo il patto di mutua responsabilità, di solidarietà e amore fraterno, grazie a voi esercito della speranza”. L’ottavo fronte che Israele si trova ad affrontare è indubbiamente quello morale: in un contesto in cui valori etici e pressioni contingenti entrano in conflitto, l’imperativo morale in questo momento è quello di trovare nella vulnerabilità il proprio punto di forza. Raggiungere un accordo per la liberazione degli ostaggi è essenziale per rinnovare il patto fra stato e cittadini e per farlo è necessario conciliare etica e pragmatismo, vulnerabilità e razionalità, in modo da poter offrire un orizzonte di speranza attiva, dove la sacralità della vita umana è la posta in gioco più alta.