•
L’ultimo appello ai giovani in Cisgiordania: il Ramadan è l’ora del vostro jihad. Il primo non aveva funzionato
Idf e servizi segreti vogliono aprire di più la moschea di al Aqsa ai palestinesi per disinnescare la tensione
di
15 MAR 24

Tulkarem, Cisgiordania. Sul bordo opposto della strada, oltre l’asfalto divelto e i cavi elettrici penzolanti, c’è un ventenne con la mano destra amputata e la kefiah rossa che protesta perché non potrà andare a pregare alla moschea di al Aqsa adesso che è cominciato il mese santo per l’islam. Con lui ci sono un gruppetto di giovani vestiti di nero e un ragazzo di ventidue anni con la testa rasata che è stato liberato oggi dopo due anni passati in una prigione israeliana “per un’azione patriottica”, dice, e violenta di cui non vuole parlare. Alcuni di quelli vestiti di nero portano una fascia sulla testa con stampati sopra versetti del Corano e tutti sparano verso il cielo per fare una festa a chi è appena uscito di galera. Gridano il nome del fratello diciannovenne del ragazzo con la testa rasata, che è morto sotto la bomba sganciata da un drone in uno dei diciotto raid israeliani che ci sono stati a Tulkarem dal 7 ottobre: “Si chiamava Samer, che significa lucente come il sole”. I ragazzini della zona hanno cucito tra loro grandi teli neri di plastica e poi li hanno appesi, legandoli alle finestre in modo che andassero da una palazzina a quella di fronte coprendo la strada così che i droni israeliani non possano vedere gli uomini armati mentre si spostano da un punto a un altro nei vicoli. Sotto i teli neri sventolano due bandiere verde brillante di Hamas.
I palestinesi con il fucile in mano di Tulkarem hanno guardato l’appello del portavoce dell’ala militare del gruppo, Abu Ubaida, che venerdì ha chiesto loro un salto di qualità negli attacchi e una mobilitazione in direzione della moschea di al Aqsa durante il Ramadan in un video in cui proclama: “Questo è il mese della vittoria, questo è il mese del jihad”. Una dichiarazione che non aiuta lo sforzo internazionale per arrivare a un cessate il fuoco.
I palestinesi di Tulkarem invece non sono informati dell’esito della riunione israeliana che c’è stata la settimana scorsa a Gerusalemme per decidere le misure di sicurezza attorno alla moschea nel mese santo. Alla riunione erano presenti i vertici della polizia, i rappresentanti dell’apparato militare, dei servizi di sicurezza e del governo. I poliziotti, che rispondono al ministro estremista della Sicurezza Itamar Ben Gvir, insistevano: chiudiamo tutto, non facciamo entrare nessun palestinese dalla Cisgiordania e applichiamo una selezione rigida all’ingresso per i palestinesi di Gerusalemme est. L’esercito e i servizi segreti rispondevano: apriamo tutto, è la chiusura che incrementa la tensione e se non li lasciamo pregare le cose possono soltanto andare peggio. Il governo di Netanyahu, per questa volta, ha dato retta ai secondi. Hamas è dispiaciuto per la decisione perché il gruppo prospera nella tensione.
I ventenni di Tulkarem erano abituati a un’altra politica: se hai meno di 45 anni ti è proibito l’accesso ad al Aqsa, il luogo più sacro. Il ragionamento israeliano è: i cinquantenni sono meno aggressivi dei ventenni, con i più anziani non avremo disordini. La regola anagrafica informale ha un’eccezione, non vale per quelli sposati con figli e il ragionamento israeliano è: se hai qualcuno che ti aspetta a casa e che vive sotto occupazione è meno probabile che tu compia un attacco. A prescindere dai dettagli quello che rende nervosi i palestinesi di Tulkarem è il fatto stesso che gli israeliani esercitino questo tipo di controllo sulla loro moschea, uno dei tre luoghi sacri più importanti per l’islam mondiale. E di solito la loro rabbia aumenta nel mese di Ramadan rispetto agli altri mesi.
I ventenni di Tulkarem erano abituati a un’altra politica: se hai meno di 45 anni ti è proibito l’accesso ad al Aqsa, il luogo più sacro. Il ragionamento israeliano è: i cinquantenni sono meno aggressivi dei ventenni, con i più anziani non avremo disordini. La regola anagrafica informale ha un’eccezione, non vale per quelli sposati con figli e il ragionamento israeliano è: se hai qualcuno che ti aspetta a casa e che vive sotto occupazione è meno probabile che tu compia un attacco. A prescindere dai dettagli quello che rende nervosi i palestinesi di Tulkarem è il fatto stesso che gli israeliani esercitino questo tipo di controllo sulla loro moschea, uno dei tre luoghi sacri più importanti per l’islam mondiale. E di solito la loro rabbia aumenta nel mese di Ramadan rispetto agli altri mesi.
La scelta di scardinare una politica molto restrittiva che era stata decisa dal governo Netanyahu e di farlo in tempo di guerra ha a che fare (anche) con un precedente: i vertici di Hamas chiesero ai palestinesi armati della Cisgiordania di portare la guerra ovunque già il 7 ottobre. Quel giorno il capo dell’ala militare del gruppo, Mohammed Deif, disse: “Marciate in avanti, con armi leggere o pesanti, perché il momento è arrivato”, e poi: “Questo è il giorno in cui la storia apre le sue pagine più pure”. Ma i palestinesi armati di qui, di Nablus e di Jenin – per paura o per scelta – non avevano risposto alla chiamata.
I giovani col fucile in mano a Tulkarem simpatizzano con Hamas ma non hanno rapporti diretti e frequenti con i comandanti del gruppo e non fanno parte dell’esercito di Deif. Tra loro una piccola minoranza è a disagio con i fatti del 7 ottobre perché ha visto su Telegram le foto del neonato israeliano fucilato in culla nel kibbutz di Kfar Aza e i corpi ammucchiati delle signore anziane giustiziate alla fermata dell’autobus a Sderot. Una grande maggioranza sceglie la strada più comoda: nega quei fatti. “Quella è soltanto propaganda israeliana, Hamas non ammazza donne e bambini perché il Corano lo vieta”.
I giovani col fucile in mano a Tulkarem simpatizzano con Hamas ma non hanno rapporti diretti e frequenti con i comandanti del gruppo e non fanno parte dell’esercito di Deif. Tra loro una piccola minoranza è a disagio con i fatti del 7 ottobre perché ha visto su Telegram le foto del neonato israeliano fucilato in culla nel kibbutz di Kfar Aza e i corpi ammucchiati delle signore anziane giustiziate alla fermata dell’autobus a Sderot. Una grande maggioranza sceglie la strada più comoda: nega quei fatti. “Quella è soltanto propaganda israeliana, Hamas non ammazza donne e bambini perché il Corano lo vieta”.
Il ragazzo con la mano destra amputata non ha mai visto il mare anche se abita a quindici minuti dalla spiaggia e non ha mai visitato al Aqsa perché non è né cinquantenne né sposato: questo Ramadan potrebbe essere la sua prima occasione. Ha studiato ingegneria, parla un inglese perfetto e nel 2016, nel giorno in cui Donald Trump riconobbe Gerusalemme capitale d’Israele, uscì dall’aula dell’università, attraversò il prato e si mise a tirare le pietre all’installazione militare di fronte. Un cecchino uscì, gli sparò alla mano destra e gridò: “Così non ti potrai vendicare”.
Gli abitanti di Tulkarem parlano senza timidezze dell’ondata di adesioni ai gruppi armati da parte di maschi molto giovani che sono cominciate un anno e mezzo fa ma sono diventate più numerose negli ultimi cinque mesi di guerra e di stragi a Gaza. Gli israeliani sospettano che venissero da qui gli uomini che giovedì scorso hanno aperto il fuoco davanti a un distributore di benzina.
Gli abitanti di Tulkarem parlano senza timidezze dell’ondata di adesioni ai gruppi armati da parte di maschi molto giovani che sono cominciate un anno e mezzo fa ma sono diventate più numerose negli ultimi cinque mesi di guerra e di stragi a Gaza. Gli israeliani sospettano che venissero da qui gli uomini che giovedì scorso hanno aperto il fuoco davanti a un distributore di benzina.
Sulla strada che da Gerusalemme est va a Tulkarem c’è una pompa di benzina israeliana, serve l’insediamento di coloni di fronte. L’insediamento è abitato da alcuni estremisti, ogni tanto gli estremisti tirano pietre dalla collina contro le auto palestinesi che passano: le riconoscono dal colore della targa che è diverso dal colore delle targhe israeliane. Giovedì i terroristi mascherati si sono presentati alla pompa di benzina armati e hanno aperto il fuoco a caso contro chi c’era. Hanno ucciso due persone e ne hanno ferite nove. Sono questi gli uomini armati che i soldati israeliani stavano cercando nell’ultimo raid, quello in cui hanno distrutto anche un pezzo della scuola per poter manovrare i mezzi militari che non passano dai vicoli strettissimi del campo profughi dentro la città.
Per i musulmani il Ramadan è un momento di digiuno fisico e spirituale, cioè di astensione dalle passioni terrene. Ma in medio oriente tutti sanno che non è mai stato garanzia di quiete. La guerra dello Yom Kippur si chiama anche quella del Ramadan ed è stata dichiarata da Egitto e Siria durante il mese sacro. Il Ramadan è stato spesso un’occasione di violenza soprattutto a Gerusalemme. Hamas vorrebbe che fosse un catalizzatore di guerra per tutta la regione e per tutti i musulmani – che passeranno più tempo in casa davanti ad al Jazeera a guardare in diretta le bombe su Gaza e i cadaveri – come non lo è stato il 7 ottobre nonostante le preghiere di Deif.