•
Mosca è rimasta senza sedie nelle trattative tra Armenia e Azerbaigian
A Granada non c'è stato nessun incontro tra il leader armeno e quello azero, ma Pashinyan ha visto Zelensky e i due hanno parlato di scambi e sostegno reciproco. È un mondo che si ridisegna, mentre Putin a Valdai racconta la sua versione su Prigozhin e spiega perché non sta viaggiando molto
di
6 OCT 23
Ultimo aggiornamento: 04:10 AM

La soluzione del conflitto nel Nagorno Karabakh non si troverà a Granada, dove si sono riuniti i leader della Comunità politica europea. Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non è andato a incontrare il premier armeno Nikol Pashinyan, non si siederà al tavolo dei negoziati con lui perché tra i mediatori vorrebbe anche la Turchia, e neppure il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è andato a Granada. L’attesa resta, gli armeni del Nagorno Karabakh continuano a fuggire, ad affollarsi nei centri di accoglienza dell’Armenia, in molti non rivedranno più le loro case e sanno che questo non dipenderà dagli accordi che verranno firmati tra Aliyev e Pashinyan. A negoziare tra Erevan e Baku ci sono i paesi dell’Unione europea e le istituzioni di Bruxelles. Nel 2020, le potenze che negoziarono tra i due paesi per mettere fine agli attacchi nel Nagorno Karabakh erano ben diverse: c’erano l’Armenia, l’Azerbaigian, la Turchia e la Russia. Quello del 2020 fu il primo grande attacco voluto da Aliyev contro lo stato separatista, per mettere le sue mani sul Karabakh, la sua firma sulla guerra e per dimostrare che il suo paese non era più quello degli anni Novanta e poteva vincere. Baku era tornata in guerra con armi nuove e alleati militarmente validi, come Ankara, Erevan aveva poco con cui difendersi. Tre anni fa venne negoziato un accordo che andava bene a tutti, ad azeri, turchi e russi, tranne che all’Armenia, che però si ritrovò a dover accettare sostenuta dalla Russia e dalle promesse di sicurezza e di mantenimento della pace. Già allora la Russia aveva fatto poco per aiutare Pashinyan, era rimasta però presente tra le due nazioni come forza di mantenimento della pace. La pace è stata rotta e la Russia al nuovo tavolo di negoziazioni non c’è più.
Putin vittorie non ne ha ottenute, mentre anche in Crimea ci sono grandi stravolgimenti, come il ritiro di parte della flotta del Mar Nero per paura degli attacchi ucraini, e non cita invece il fatto che nella parte di mondo dove avrebbe dovuto vigilare non l’ha fatto. Adesso i suoi vecchi alleati non soltanto lo vedono come pericoloso, ma anche come inaffidabile. Pashinyan a Granada ha fatto capire che in un accordo con gli azeri ci crede davvero, che mancano le firme. Ma manca molto di più, come i compromessi. L’Armenia spera nell’Ue, che sta pensando se sanzionare l’Azerbaigian, che invece sa già con chi vorrebbe sostituire la Russia nel Caucaso meridionale, con il suo alleato: la Turchia.
Di più su questi argomenti:
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)