•
Perché Putin è così calmo quando parla dei droni su Mosca
Il presidente russo ha commentato l'attacco sulla capitale come se parlasse di una partita di calcio. Ora che la guerra ha un suono anche in Russia, pensa che sarà più semplice chiedere ai cittadini privazioni, mobilitazioni e isolamento
di
30 MAY 23

Era dal 1942 che Mosca non utilizzava le sue difese antimissile, eppure oggi Putin non ha spostato nessun impegno, ha anche parlato di videogiochi e ha scherzato sul fatto che, così impegnato, può dilettarvisi soltanto durante il tempo libero, quindi mai. I canali che prendono istruzioni dal Cremlino prima di parlare non dicevano di essere sotto attacco, anzi i telegiornali e gli ospiti negli studi televisivi si lanciavano in tranquille analisi su cosa c’è da migliorare nel sistema di difesa russo, quasi che i droni arrivati sulle loro teste senza essere intercettati non fossero nulla di eccezionale. Soltanto Evgeni Prigozhin, il capo del gruppo Wagner, in un video ha accusato il ministero della Difesa, perché non è normale che uno sciame di droni arrivi indisturbato fino alla capitale. Prigozhin ha usato il tono infuriato di sempre: “Bestie disgustose cosa state facendo? Alzate il culo dagli uffici da cui dovreste proteggere il paese… come cittadino sono profondamente indignato, questi stronzi se ne stanno tranquillamente seduti con i loro culi grassi imbrattati di creme costose. Le persone hanno tutto il diritto di chiedere a questi bastardi una resa dei conti”. I cittadini per il momento non chiedono nessuna resa dei conti, e Putin sembra convinto che non la chiederanno. Il significato militare dei droni ucraini su Mosca è chiaro e sicuramente di successo, perché costringerà la Russia a difendere il suo territorio spostando risorse che impiega invece in Ucraina. Più imprevedibile potrebbe essere invece l’impatto politico e sociale.
Se Putin oggi parlava dell’attacco come se stesse commentando i risultati buoni ma non brillanti della Nazionale russa, è perché sa che può stringere i russi attorno alle istituzioni, alla sua presidenza, alla sua calma che deve sforzarsi di mantenere. Aveva promesso che la guerra non sarebbe arrivata in casa, ma ha infranto questo patto già con la prima mobilitazione. Ora che la guerra è in casa davvero, tra le incursioni a Belgorod, gli incendi e i droni così espliciti, l’apatia russa nei confronti del conflitto potrebbe invece tradursi in qualcosa di più attivo: in adesione alla causa. Da oggi la guerra ha delle immagini chiare anche per i russi e spiegare una futura mobilitazione, di cui il Cremlino ha certamente bisogno perché non intende lasciare in pace l’Ucraina, sarà giustificabile con la necessità di difesa. E’ una campagna iniziata da tempo. L’operazione militare speciale avviata per liberare gli ucraini dai nazisti e preservare la Russia prima che sia in pericolo è ormai lontana, si è evoluta in guerra esistenziale contro l’occidente, ora Putin può venderla come una necessità.
Di più su questi argomenti:
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)