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L'opposizione russa è divisa in rivoli e il Cremlino ne beneficia
Le accuse incrociate, la "guerra santa" di Kasparov e un "agente straniero" ricoperto di ketchup a Vilnius. Ricostruire il dissenso a Mosca e fuori Mosca
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19 MAY 23
Ultimo aggiornamento: 03:40 AM

Viktor Shenderovich è uno scrittore, drammaturgo, comico russo. Si professa contrario al Cremlino, ha iniziato ad accusare Vladimir Putin di essere un nuovo Stalin dall’inizio della sua presidenza e si è ritrovato negli ultimi tempi ad affrontare le accuse da parte dell’opposizione stessa. La Russia contraria a Putin è divisa in rivoli. Pochi oppositori sono rimasti in Russia, perché la dissidenza a Mosca si paga con la vita o con pene detentive molto alte. Come è accaduto a Vladimir Kara-Murza e Ilya Yashin, che hanno criticato l’invasione dell’Ucraina e dopo processi farsa sono stati portati in colonia penale. La dissidenza si sta spostando all’estero, prova a organizzarsi, a mostrare al mondo non soltanto il volto dell’altra Russia ma anche che il futuro per un’altra Russia esiste. Shenderovich nel suo paese si è ritrovato addosso l’etichetta di “agente straniero”, il modo con cui il Cremlino isola tutto ciò che è contrario alla sua linea. Gli agenti stranieri sono quasi delle spie per Mosca, e chiunque si ritrovi nell’elenco non soltanto è strettamente sorvegliato, ma sa che in modo aleatorio potrebbe essere sottoposto a un processo dall’esito scontato. Shenderovich sta presentando in alcune capitali europee il suo ultimo lavoro “Concerto di un agente straniero” e a Vilnius è stato accolto da proteste e da una spruzzata di Ketchup rosso sangue in faccia. A contestarlo erano altri russi, anche loro contrari alla guerra, a Putin, al Cremlino. Una situazione simile si è riproposta in Estonia, a Tallinn.
Alcune settimane fa Shenderovich ha rilasciato un’intervista in cui raccontava che non riusciva a sperare nella morte dei soldati mobilitati, “sono comunque nostri ragazzi, ingannati, sfortunati, ma comunque i nostri ragazzi”, e anche riguardo alla Russia diceva: “Questo è pur sempre il nostro paese, la nostra area di responsabilità”. Queste parole sono state prese come una posizione a favore della guerra, come la dichiarazione di fedeltà nei confronti della nazione qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa la nazione faccia in giro per il mondo, anche se si tratta di distruzione e morte. A pesare sulla reputazione di Shenderovich c’è anche il pagamento di una multa al capo della Wagner Evgeni Prigozhin, che in Ucraina con convinzione e violenza aiuta l’esercito di Mosca.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)