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Dal Telegraph

"Ho smesso di dire il nome di Xi ad alta voce". Perché sono scappata dalla Cina

Sophia Yan

Il paese è sempre più ostile per i corrispondenti internazionali. La giornalista Sophia Yan racconta la sua vita tra paranoie e violenze, cinque telefoni, rossetti spia e routine di ginnastica da imparare in caso di arresto

Esausta, mi sono buttata sul sedile dell’aereo. Nelle ultime ore ero stata seguita da poliziotti in borghese che mi avevano impedito di fare gran parte del mio lavoro. La mia borsa era stata perquisita e mi era stato detto: “Niente riprese, niente interviste”. 

 

Stavo facendo un reportage dal villaggio di Liangjiahe, dove una serie di grotte dove il leader cinese Xi Jinping ha vissuto durante la rivoluzione culturale, sono state trasformate in un museo. Pochi giorni prima che Xi iniziasse il suo storico terzo mandato, aprendo la strada a un suo governo a vita, quindi un aumento delle misure di sicurezza era prevedibile. Ma si trattava solo di una visita a un’attrazione turistica che raccontava una storia già corretta e autorizzata dallo stato degli anni della formazione di Xi: non era certo l’incarico più delicato a cui avessi mai lavorato.

 

Andare incontro alle difficoltà fa parte del lavoro quando si è corrispondenti dalla Cina per il Daily Telegraph. Ho subìto angherie peggiori – l’anno scorso, nello Xinjiang, mi hanno affrontata trenta uomini e sono stata colpita alla faccia, mi hanno rotto un labbro, giusto per citare uno dei tanti casi. Ma le due ore trascorse in quelle grotte mi hanno costretta a fare i conti con qualcosa che avevo già in mente: la Cina sta diventando troppo ostile per molti giornalisti. Sul breve volo di ritorno a Pechino, ho finalmente capito che forse dovevo andarmene. 

 

Sono arrivata a Hong Kong nel luglio del 2012, come giornalista di Bloomberg. Allora scherzavo sul fatto che stessi inseguendo il potere: nel 2009, giovane e inesperta reporter, ero finita a Washington Dc quando Barack Obama era diventato presidente degli Stati Uniti, ora mi stavo trasferendo in Cina mentre Xi Jinping stava prendendo le redini del paese. Non potevo sapere quanto sarebbe stato vero, man mano che Xi consolidava il suo potere nel decennio successivo. 

 

All’epoca, però, c’era una crescente curiosità per la Cina, che aveva sfidato tutte le aspettative con un sistema insolito: il capitalismo comunista. Nel corso degli anni ho lavorato per la Cnn e la Cnbc, nel 2017 mi sono trasferita a Pechino e sono stata assunta al Telegraph l’anno successivo.

 

Per un lungo periodo di tempo mi sono occupata di tutto: le proteste di massa a favore della democrazia a Hong Kong, l’improvviso crollo del mercato azionario da 1.000 miliardi di dollari a Shanghai, le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e l’epidemia di un misterioso coronavirus a Wuhan.
Ho incontrato i giovani imprenditori quando è esplosa la scena delle start-up e ho raccontato il boom della cura degli animali domestici, quando una classe media che si stava arricchendo ha iniziato a prendersi cura dei propri cuccioli con l’agopuntura e le giornate alla spa. Ho intervistato tutti, dall’attore Jackie Chan al nuovo proprietario cinese delle squadre di calcio italiana Inter. Ho persino trasmesso in diretta da Piazza Tienanmen, cosa che adesso non mi è più permesso fare.

 

Ho anche raccontato le storie di chi ha subito un torto dallo stato: i sopravvissuti ai campi di internamento nello Xinjiang; le persone che sono state cacciate dalle loro case perché la Cina stava costruendo una nuova autostrada sopra al loro villaggio; i coraggiosi che hanno perso i loro cari durante l’inizio dell’epidemia di Covid-19 e che hanno fatto causa al governo per aver insabbiato la portata del problema. Ogni persona che ho incontrato ha dimostrato la profondità e la grandezza di ciò che costituisce la Cina. Quello che spesso vediamo in occidente – la maggioranza etnica Han, i ravioli, i noodles, i panda – è solo una piccola parte.

 

Ho incontrato un ebreo devoto, i cui antenati erano forse mercanti provenienti dalla Persia, che per generazioni avevano tramandato segretamente la loro fede. Era cresciuto in Cina tra poche centinaia di ebrei cinesi. Lungo il confine con la Russia, dove faceva così freddo che mi si sono ghiacciate le ciglia, ho incontrato una piccola tribù di allevatori di renne, gli Ewenki, che in qualche modo è riuscita a tramandare le sue tradizioni uniche. Non dimenticherò mai la serenata che una donna Ewenki mi ha fatto mentre ero seduta nella sua minuscola capanna di legno, incastonata in una montagna di neve, prima che arrivassero gli assistenti del governo che, in qualche modo, avevano capito dove mi trovavo anche se, per chilometri, non c’era segnale telefonico.

 

Ho coperto e scoperto la Cina – e molto di più.
Molte delle interviste che ho fatto, le ho fatte in segreto, mentre mi guardavo alle spalle, nel caso in cui fossi stata seguita: se lo avessero fatto, avrei senza volerlo svelato i nascondigli di coloro le cui storie speravo di condividere con il mondo.

 

È stato così che ho incontrato per la prima volta Simon Cheng Man-kit, un ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong che era stato arrestato e torturato dalla polizia segreta cinese per due settimane, nell’estate del 2019. Alloggiava in un hotel, sotto pseudonimo, dopo essere stato rilasciato senza clamore, così ho cercato di depistare chiunque potesse seguirmi – facendo percorsi a piedi a caso, proteggendo il mio volto dalle telecamere di sicurezza – prima di bussare alla sua porta. Passarono mesi prima che Cheng si mettesse in salvo all’estero e potei finalmente pubblicare la mia intervista.

 

In un’altra occasione, un fotografo e io siamo saltati fuori da un taxi che sfrecciava su un’autostrada nello Xinjiang per evitare di essere fermati dalla polizia.

 

Come regola, davo per scontato che tutto ciò che facevo fosse monitorato. Non erano solo pensieri paranoici. Nel nostro ufficio sono comparsi alcuni rossetti che non appartenevano né a me né ai miei colleghi; un disco rigido contenente materiale sulla persecuzione dei musulmani uiguri, che avevo portato con me ovunque e che avevo lasciato nel mio appartamento solo per poche ore, si è danneggiato il giorno prima della pubblicazione. Anche la mia famiglia negli Stati Uniti ha ricevuto misteriose telefonate mentre stavo lavorando a un’inchiesta.

 

Ho dovuto continuare a perfezionare il mio modo di operare, sia offline sia online.
Aiutavo gli intervistati a scaricare applicazioni di messaggistica sicure, accedendo ai miei account sui loro telefoni, e questo gli consentiva l’accesso temporaneo ad applicazioni straniere altrimenti vietate in Cina. In questo modo speravo che saremmo stati in grado di rimanere in contatto senza essere sorvegliati dallo stato.

 

Ho indossato colori scuri, in modo che un microfono attaccato alla camicia fosse più difficile da individuare. Parlavo con le fonti in modo criptico, dicendo il meno possibile su linee telefoniche non sicure fino a quando non c’era la possibilità di vederci di persona o di passarci messaggi in codice attraverso intermediari fidati.

 

Ho prenotato viaggi all’ultimo minuto per evitare che qualcuno scoprisse i miei piani prima del mio arrivo. Lasciavo gli alberghi di notte e cambiavo auto per cercare di non farmi seguire.
Ho preparato una “borsa d’emergenza” in caso di fuga, ho studiato il percorso per raggiungere a piedi l’aeroporto dal mio appartamento, ho nascosto ovunque pennarelli neri: avevo letto da qualche parte che i segni scuri sul viso potevano confondere il riconoscimento facciale.

 

Ho passato ore a cercare di capire come avessero fatto i funzionari cinesi a raggiungermi, ogni volta che lo facevano, per provare a fregarli la volta successiva. Ho disegnato mappe a mano, su fogli di carta, per evitare di essere rintracciata attraverso il localizzatore online e ho usato reti private virtuali (vpn), che consentono agli utenti di aggirare la rigida censura cinese su internet (lo stato blocca Google, Facebook e Twitter, oltre ai siti di notizie stranieri).

 

Visto che la rete digitale cinese si stringeva, io parlavo solo attraverso quelle che speravo fossero connessioni sicure. Di solito telefonavo all’aperto, camminando per lunghi isolati, nel caso in cui il nostro ufficio o il mio appartamento fossero stati intercettati. Sono finita ad avere tre computer portatili e cinque telefoni, in modo da avere dispositivi “puliti” e telefoni prepagati, che sospettavo fossero compromessi.

 

Per diverso tempo, tornare a casa a Pechino dopo un reportage era rassicurante. Ordinavo al mio ristorante preferito dello Sichuan, una cucina così piccante da intorpidire la bocca. Ballavo tutta la notte in un cocktail bar con musica dal vivo nello storico quartiere di Gulou, o Drum Tower. E quando il mio bisogno di “libertà” diventava particolarmente accentuato, volavo a Hong Kong per qualche giorno.

 

Ma lo scoppio delle proteste pro-democrazia nella città, nel 2019, e la successiva imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale da parte di Pechino – una legge che ha introdotto reati molto vaghi definiti di sovversione, secessione e collusione con paesi stranieri, punibili con una possibile condanna all’ergastolo – hanno cambiato tutto.
Sono diventata così tesa che ho smesso di pronunciare il nome di Xi ad alta voce. Io – e tutte le persone che conoscevo – non riuscivamo più a capire dove fossero le “linee rosse”.

 

Durante la pandemia, quando ho iniziato ad allenarmi in casa, ho memorizzato una routine di ginnastica che poteva essere eseguita sullo spazio di un tappetino da yoga, nel caso mi fossi trovata agli arresti, in isolamento.

 

Se prima le mie origini asiatiche erano un vantaggio per il mio lavoro, perché mi permettevano di integrarmi e di trovare un terreno comune con le persone che intervistavo, ora le trovavo un ostacolo. Sapevo che, se il governo mi avesse considerata cinese e non americana (negli anni Ottanta i miei genitori si erano trasferiti negli Stati Uniti da Taiwan, un’isola che Pechino rivendica come propria), avrei perso la protezione concessa agli stranieri in caso di incarcerazione.

 

In quanto straniera, uno sviluppo simile avrebbe portato a un incidente diplomatico. Ma se il governo avesse potuto affermare che sono effettivamente cinese, avrei avuto pochi o nessun diritto. E sapevo di altri stranieri a cui i funzionari avevano strappato il passaporto.

 

Ho elaborato un piano di emergenza per il peggiore dei casi, e ho presentato al Telegraph e al governo degli Stati Uniti dei documenti da utilizzare “in caso di arresto o detenzione in Cina”.

 

Nel frattempo, continuavano ad accadere cose strane: il telefono del nostro ufficio ha iniziato a squillare a vuoto a mezzanotte, mentre me ne stavo andando; in ufficio a un certo punto è apparsa una nuova pianta, e un’altra è scomparsa dal mio appartamento.

 

E continuavano ad arrivare messaggi su quanto stesse diventando dura la situazione. Una sera, fuori dalla finestra di un mio amico, ho guardato l’hotel di lusso accanto, un’icona di Pechino, il cui proprietario miliardario era stato fatto sparire dal governo nel 2017. Ancora oggi nessuno sa che fine abbia fatto. Durante un pranzo, un’amica imprenditrice, sempre affascinata dalla Cina, mi ha raccontato la triste storia di una persona che conosceva e che aveva subito un aborto spontaneo a causa delle rigide politiche zero-Covid del paese.

 

Alla fine mi sono stancata di vivere con il timore che il governo cinese potesse davvero fare di me ciò che voleva, nel caso in cui avesse considerata una minaccia eccessiva. Forse questa possibilità non è mai stata così immediata, ma non avevo intenzione di restare per scoprirlo.

 

Mi manca la Cina: la natura al tempo stesso brusca e gentile della sua gente, i miei spostamenti in bicicletta verso l’ufficio, l’incredibile varietà di cibo. Ho ancora tante storie da condividere, alcune le ho pubblicate, ma molte altre, per ora, non possono essere raccontate. Durante il viaggio, le mie conoscenze linguistiche sono migliorate e ho stabilito un nuovo legame con la mia famiglia, la cui lingua madre è il taiwanese e il mandarino. 

 

Mentre mi preparavo a partire, mi sono domandata se mi stavo arrendendo troppo presto, e se questo significava che la Cina stava vincendo. Ma sono orgogliosa di ciò che la stampa estera ha realizzato, attirando l’attenzione su questioni importanti, come le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang.

 

Qualche anno fa, gli esperti hanno iniziato a definire il conflitto tra oriente e occidente una “nuova guerra fredda”, azzardando a definire la Cina una “gigantesca Corea del nord”. All’inizio pensavo che questi paragoni fossero troppo netti e persino un po’ ingiusti nei confronti di Pechino. Oggi penso che forse possano essere paragoni azzeccati.

 

La Cina è uno dei paesi più opachi del mondo, eppure ha un’influenza enorme. Mi chiedo spesso cosa il governo non voglia farci vedere quando blocca l’accesso ai giornalisti, e se ci sarà mai un momento che equivalga alla caduta del muro di Berlino. Quando mai avremo un quadro completo?
Come mi ha detto uno dei miei amici nei miei ultimi giorni lì: “Noi amiamo la Cina, ma lei non ci ricambia”.


 

*Sophia Yan è stata per dieci anni corrispondente del Telegraph prima da Hong Kong e poi da Pechino. Ora si è trasferita a Taipei, Taiwan. Questo articolo è apparso sul  Telegraph il 19 dicembre  con il titolo “‘I stopped saying Xi’s name out loud’: Why The Telegraph’s correspondent had to flee China”. 
© Sophia Yan / Telegraph Media Group Limited 2022

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