La polizia cinese è il primo banco di prova degli Esteri di Meloni

Giulia Pompili

Non solo Russia. C’è un’altra sfida, ben più insidiosa, all’orizzonte. La direzione di questa maggioranza, tra interrogazioni e interrogativi 

Roma. Fin dal 4 settembre scorso, quando il Foglio per la prima volta ha rivelato la presenza in Via degli Orti del Pero, a Prato, di un ufficio che metteva in comunicazione direttamente gli immigrati cinesi con le forze dell’ordine cinesi sul nostro territorio (ora chiuso), la questione delle “stazioni di polizia cinese all’estero” è stata pressoché ignorata dal governo. Nessuna dichiarazione pubblica, nessun annuncio di indagini interne o di inchieste aperte, come invece è avvenuto in altri paesi, e in quasi tutta Europa, dall’Olanda alla Germania. E si avverte una certa reticenza, da parte della maggioranza al governo, a parlare della questione, soprattutto nei corridoi del ministero dell’Interno. 


Oggi pomeriggio il prefetto Matteo Piantedosi che guida il dicastero competente sarà, salvo imprevisti, alla Camera per il question time del mercoledì. E dovrà rispondere alle domande che gli porrà Riccardo Magi, presidente di +Europa: il ministero dell’Interno ha mai autorizzato l’apertura di questi centri? quale attività svolgono? ed è stata aperta un’inchiesta in merito? “Oltre alla questione delle attività di sicurezza”, dice al Foglio Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Pd, “colpisce che nelle ultime settimane siano uscite altre cose, per esempio l’inchiesta di Wired sulle telecamere cinesi che sono state incluse nel catalogo di Consip”, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.


 “Ci sono una serie di punti che andrebbero collegati”, dice Quartapelle, “E finora mi pare che in Italia non ci sia stato nessun principio di cautela sulle infiltrazioni cinesi”. Sul caso, Quartapelle ha presentato un’interrogazione parlamentare con risposta in Commissione al ministro Piantedosi. Ma anche la maggioranza si è mossa: Mara Bizzotto, senatrice della Lega, ha presentato un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani di Forza Italia. Erica Mazzetti, deputata di Prato di Forza Italia, aveva mandato una lettera a Piantedosi il 27 ottobre scorso: il ministro la riceverà tra due settimane. “Sconcertante è il fatto che il ministro mi abbia fatto contattare per darmi un appuntamento, dice al Foglio Mazzetti, “mentre nessuno, tra prefetto e questore competente, con i quali pure ho lavorato in passato, mi ha risposto”.


Perché nel frattempo il caso italiano è diventato materia molto delicata, internazionale, e per il governo in carica si tratta anche di mostrare un indirizzo politico nei rapporti con la Cina, che sta diventando una priorità per tutti gli alleati tradizionali dell’Italia.

 

Domenica scorsa la ong spagnola Safeguard Defenders ha condiviso in esclusiva con la Cnn un aggiornamento al suo precedente rapporto di settembre, con un focus sull’anomalia italiana: le stazioni di polizia cinesi sul territorio sarebbero undici – e non quattro come precedentemente rilevato dalla ong. Ma soprattutto, a essere arrivato sulla stampa internazionale, è l’accordo tra il ministero dell’Interno italiano e quello della Sicurezza cinese per i pattugliamenti congiunti tra Forze dell’ordine italiane e cinesi. Pattugliamenti che, come riportato dal Foglio, in Italia tra il 2018 e il 2019 si spostano dalle aree ad alta frequentazione di turisti cinesi ad aree ad alta concentrazione di immigrazione cinese. 


La questione precipita nell’attualità italiana mentre la vicesegretaria di stato, Wendy Sherman, è in visita in Italia e incontrerà il consigliere diplomatico di Meloni, Francesco Talò, anche per parlare di Cina. “Per me è scandaloso pensare che la polizia cinese tenti di insediarsi, per esempio, a New York, senza un adeguato coordinamento”, aveva detto al Congresso a metà novembre Christopher Wray, direttore dell’Fbi. “Vìola la sovranità e aggira i processi standard di cooperazione giudiziaria e di applicazione della legge”. Del resto, negli ambienti dell’intelligence europea da qualche settimana c’è una domanda ricorrente: quale sarà il vero volto di Giorgia Meloni con la Cina? Il giudizio sembra per ora essere sospeso. L’inaspettato e misterioso bilaterale notturno di Meloni con Xi Jinping a Bali, il 17 novembre scorso, non ha dato risposte. Ma è stata notata anche la tempestività con cui, poco dopo quel bilaterale, Pechino abbia autorizzato l’acquisto entro il 2035 di almeno 250 aerei Atr di proprietà di Leonardo e Airbus: forse il segnale di un’apertura, forse di un tentativo da parte dell’industria italiana a spingere Meloni verso posizioni più “tedesche”, di apertura al business con Pechino. Eppure la presidente del Consiglio era arrivata al governo dopo aver mandato, durante la sua campagna elettorale, diversi segnali chiari sulla sua posizione con la Cina: aveva incontrato il rappresentante diplomatico di Taiwan in Italia, Andrea Sing-Ying Lee, chiamandolo ambasciatore, aveva rilasciato un’intervista alla stampa taiwanese, aveva ringraziato il Dalai Lama pubblicamente su Twitter. 


Ma la Cina non è più una questione che riguarda solo il business e l’industria. “Negli ultimi anni il mondo è cambiato”, dice Quartapelle. “E noi come Italia dovremmo renderci conto che è cambiato, e che la sfida che ci pone la Cina è diversa da quella di cinque, sei anni fa. Anche le nostre relazioni con questi paesi vanno modificate e adattate secondo quello che abbiamo imparato fino a oggi”.
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.