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Demoni e cimeli

Il modello per il Museo del fascismo è a Berlino ed è quello della Ddr

Francesco Corbisiero

Uno spazio che, a suo modo, ha saputo venire a patti coi fantasmi del proprio passato per rinascere libero, moderno, interattivo e vivace. Il racconto riuscito di un'esperienza fallimentare. Un modello anche per l'Itaia

Tutta una ferita, tutta una cicatrice. Un posto che, a suo modo, ha saputo venire a patti coi fantasmi del proprio passato per rinascere libero, moderno e vivace. Così si offre Berlino, grande sopravvissuta alle tragedie del Novecento, agli occhi del visitatore. E proprio nella capitale tedesca bisognerebbe far tappa per comprendere in quale modo realizzare in Italia quel Museo del fascismo, finora assente, in grado di consegnare ai posteri la memoria controversa del Ventennio.

 

Senza reticenze e senza penitenze. Il modello esiste già. Si tratta del Ddr Museum, incastonato sulla riva destra dello Sprea, a metà strada tra la Porta di Brandeburgo e Alexanderplatz, nel distretto della metropoli che ospita i maggiori luoghi espositivi del paese. Un piccolo gioiello a cui le istituzioni culturali di casa nostra farebbero bene a ispirarsi. Del resto, anche in Germania il punto di partenza era il medesimo: la rimozione dall’ufficialità. Fu lo studioso friburghese Peter Kenzelmann ad accorgersi della mancanza di uno spazio che ricostruisse i quarant’anni di storia pubblica e privata della Repubblica democratica tedesca. Un anno e mezzo dopo, nel luglio 2006, ecco l’inaugurazione, accolta senza battibecchi.

 

Oggi come allora, l’allestimento dei quattrocento metri quadri della permanente è dinamico, sapiente e ben poco museale. Grossi armadi, ciascuno dedicato a uno specifico tema, si limitano a suggerire al turista un percorso ché può compiere a salti. In più, sollevando le ante, è possibile osservare, custoditi nelle teche, oggetti di ogni genere della vita quotidiana dei cittadini dell’est, inseriti in un contesto più ampio grazie a didascalie leggibili sull’interno dei battenti. Il primo dei motivi del successo è questo: unire il lato prosaico e quello sinistro dell’esistenza sotto la dittatura senza soluzione di continuità. Il celebre vasetto di cetriolini sottaceto della Spreewald, ricercato dal protagonista di Goodbye Lenin!, si trova a pochi passi dal cassetto in cui viene conservata nella sua confezione una pastiglia di Oral-Turinabol, farmaco dopante somministrato agli atleti della Germania orientale per migliorarne le prestazioni sportive.

 

Altro punto forte: l’interattività. Nel museo la storia della Rdt e della Sed si può consultare aprendo e chiudendo con le dita le schede informative sullo schermo di un’enorme scrivania vetrata, spostandole a piacimento. Mentre a breve distanza ci si può cimentare in una simulazione del voto-farsa per la Volkskammer, parlamento solo in apparenza multipartitico. Prove di quanto si possa rendere più leggera e piacevole la fruizione di contenuti senza rinunciare al rigore. E restando al passo con gli strumenti offerti dalla contemporaneità. Ulteriore aspetto: non trascurare l’importanza dell’esperienza. In questo caso, permettendo l’immersione all’interno di un appartamento in scala 1:1 tipico dei palazzoni Plattenbau, completo di corridoio, camere, cucina, bagno e soggiorno. Oppure dentro uno degli angusti uffici in dotazione alla Stasi, scudo e spada del socialismo reale. Il pubblico sembra gradire. E soprattutto pagare: secondo cifre diffuse dal comune, il botteghino stacca all’anno circa 585 mila biglietti d’ingresso e il museo, sempre affollato, si classifica nono tra i più visitati a Berlino. Il segreto dell’ottima riuscita del progetto risiede in una regola: mostrare, non dire.

 

Al netto dell’imparzialità, rispetto all’argomento trattato, il Ddr Museum non esibisce equidistanza. Certo, riesce ad attrarre l’anziano ammalato di nostalgie e lo studente a digiuno di storia recente. Entrambi, dopo aver superato il negozio di souvenir dove pezzi, veri o presunti, del Muro si vendono a peso come tocchetti di hashish, arriveranno all’uscita con la stessa sensazione. Quella di aver fatto un viaggio in un’epopea fallimentare. Ritornando arricchiti alla vita di tutti i giorni. Se Museo del fascismo dev’essere, venga su in questa maniera. Se non negli esiti, almeno nelle ambizioni. 
 

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