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Il regime cinese ti censura mentre condividi un file scritto. Il controllo assoluto

Pietro Minto

L’avvento dei servizi cloud ha aumentato la capacità di controllo e oppressione del governo di Pechino. Il caso dell'autrice che si è ritrovata bloccata fuori dal romanzo che stava scrivendo

Se apri la finestra entreranno sia l’aria fresca sia i moscerini”. E’ uno dei tanti aforismi attribuiti a Deng Xiaoping, presidente della Repubblica popolare cinese dal 1978 al 1992. E’ attorno a questa diffidenza nei confronti del mondo esterno che si è basata buona parte dell’approccio di Pechino al web, la grande rete globale da cui il paese si è storicamente isolato, costruendo il Golden Shield Project, il grande progetto di censura e sorveglianza di siti e servizi online, uno scudo digitale anche detto The Great Firewall, la grande muraglia digitale cinese che da tempo blocca l’accesso agli utenti a molti siti e applicazioni considerate poco gradite. L’avvento dei servizi cloud ha aumentato la capacità di controllo e oppressione del regime, come dimostra un fatto avvenuto a giugno che ha fatto molto discutere in Cina: un’autrice si è ritrovata bloccata fuori dalla bozza del romanzo cui stava lavorando da tempo perché conteneva “contenuti illegali”

La scrittrice, nota con lo pseudonimo di Mitu, ha denunciato l’incidente in un forum online dedicato alla letteratura, sostenendo di essere stata spiata mentre scriveva. Difficile comprendere il preciso funzionamento della censura pechinese ma, secondo quanto ricostruito dalla rivista Technology Review del MIT, Mitu stava usato Wps, un servizio di scrittura online con cui ogni documento viene aggiornato in tempo reale in remoto, sulla cloud. Wps funziona  come Google Docs, Microsoft Office 365 o Evernote.

 

Quindi il grande fratello cinese controlla quanto viene scritto in tempo reale da tutta la popolazione? Non proprio: Mitu sarebbe stata esclusa dal suo stesso romanzo dopo averlo condiviso con il proprio editor. Come spiegato dal servizio clienti di Wps in un post pubblicato lo scorso luglio, infatti, “aggiornare e salvare il file nella cloud non attiva le revisioni. Solo la creazione di un link di condivisione del documento innesca il meccanismo di controllo”. O, per citare la legge sulla cybersicurezza cinese: “Tutte le piattaforme che offrono servizi di informazione online sono responsabili di controllare i contenuti che vi vengono diffusi”.

Il caso del romanzo censurato prima che potesse essere concluso rende l’idea di quanto pervasiva sia diventata la capacità di controllo dei cittadini da parte del governo cinese. Al centro dello stato di sorveglianza non ci sono soltanto servizi cloud come Wps ma un numero in continua crescita di telecamere a circuito chiuso, collegate a un sistema di riconoscimento facciale basato su una sofisticata intelligenza artificiale. Per dare un’idea delle dimensioni di questo apparato, basta un dato: secondo alcune stime, in tutto il mondo sarebbero installate circa un miliardo di telecamere di sorveglianza – la metà di queste si trovano in Cina. Il sistema di riconoscimento facciale migliora con il tempo ma anche con l’esperienza, ovvero identificando sempre nuovi soggetti per migliorare le capacità della IA. Per questo, secondo una recente inchiesta del New York Times, la polizia cinese ha intenzione di installare telecamere “dove le persone soddisfano i loro bisogni comuni, come mangiare, viaggiare, fare shopping e divertirsi”. Questi obiettivi fotografici spediscono i dati raccolti a un potente software analitico che può individuare razza e genere delle persone, ma anche “distinguere se qualcuno sta indossando gli occhiali o una mascherina”. Il tutto finisce nei server governativi, dove viene calcolato il “sistema di credito sociale” con cui Pechino classifica i propri cittadini in base a vari criteri: reputazione, status, precedenti penali, debiti, frequentazioni e attività online. 

Chi ha un punteggio particolarmente basso può essere “punito” anche con il rallentamento (o l’interruzione definitiva) della connessione internet, a conferma di quanto il meccanismo di controllo politico sia ossessionato dalla rete e dall’utilizzo che i cittadini ne fanno. Anche mentre scrivono un romanzo, se hanno la malaugurata idea di condividere una bozza con un editor. 

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