il mosaico della resistenza

La guerra che Putin non può vincere

Claudio Cerasa

Oltre la conta dei territori c’è di più. Quanto fa male a Mosca il ventre forte dell’occidente

Se si osserva la guerra in Ucraina mettendo a fuoco un solo tassello del mosaico, il tassello delle conquiste sul campo, si avrà, giorno dopo giorno, l’impressione che l’invasione decisa da Putin nel Donbas, nonostante i tempi lunghi, sta lentamente portando al presidente russo ciò che desiderava avere: il controllo di una mezzaluna di territorio ucraino che si estende dalla seconda città più grande del paese, Kharkiv, e che attraversa le città di Donetsk e Luhansk, controllate dai separatisti, e che raggiunge a ovest la città di Kherson, formando, come lo ha definito la Cnn due giorni fa, un ponte di terra che collega la penisola della Crimea con la regione del Donbas.

   

La scorsa settimana, Volodymyr Zelensky, eroico presidente ucraino, ha quantificato la porzione di territorio finito nelle mani dei russi con una percentuale choc, il 20 per cento, e se si aggiunge quello che il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, sta ripetendo in queste ore ai suoi omologhi dei paesi europei, ovverosia che nel Donbas la proporzione è per ogni postazione di artiglieria ucraina ce ne sono quindici della Russia, si capirà facilmente che per quanto la resistenza dell’Ucraina possa essere straordinaria al momento l’azione della Russia prosegue verso alcuni obiettivi.

     

Se si ha però l’onestà di considerare questo dettaglio, ciò che succede sul terreno, come una parte del mosaico, e non come il mosaico intero, si capirà con più facilità che la guerra combattuta da Putin, a prescindere da quello che succederà sul campo, non potrà mai essere vinta se l’occidente continuerà a comportarsi come si è comportato finora e non cadrà, come scritto due giorni fa dal Washington Post con una metafora azzeccata, nella tentazione di sbattere la palpebra prima del suo avversario. Il mosaico della guerra in Ucraina ci dice che la Russia, il 24 febbraio, il giorno dell’invasione, aveva quattro obiettivi.

 

Primo: conquistare molto rapidamente le province del Donbas.

  
Secondo: schiacciare con una campagna lunga al massimo tra le 48 e le 72 ore il governo ucraino insediandone uno nuovo capace di eseguire gli ordini della Russia.

 

Terzo: scommettere sulle divisioni dell’occidente per ottenere una vittoria facile.

 

Quarto: trasformare la dipendenza dell’Europa dall’energia russa come un’arma utile a rallentare ogni processo decisionale dell’Unione europea.

 

Cento giorni dopo, cento giorni e qualche spicciolo, il mondo nuovo creato da Putin somiglia dannatamente poco a quello che Putin pensava di determinare. Paesi storicamente restii a impegnarsi militarmente nei conflitti hanno inviato armi su armi all’Ucraina (Matteo Salvini e Giuseppe Conte forse non lo sanno ma la risoluzione votata dai loro partiti a inizio marzo in Parlamento prevedeva anche “la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione” ed è una risoluzione valida fino al 31 dicembre). Paesi storicamente neutrali si sono schierati contro la Russia (la Svizzera ha aderito alle sanzioni contro Putin). Paesi storicamente terzi hanno scelto di rifugiarsi nella Nato (è successo con la Svezia e con la Finlandia, e il risultato è che una volta che la Finlandia entrerà nella Nato la Russia di Putin avrà altri 1.300 chilometri in più di confine da condividere con un paese Nato). Paesi storicamente disillusi dalle capacità di difesa dell’Europa hanno scelto di riavvicinarsi all’Europa (mercoledì scorso la Danimarca ha votato a favore dell’adesione del paese alla politica di difesa e di sicurezza comune dell’Ue). E paesi storicamente dipendenti dall’energia russa hanno scelto di votare pacchetti duri di sanzioni alla Russia mettendo in conto di ridurre la dipendenza dal petrolio russo del 90 per cento entro la fine dell’anno (con qualche piccolo ma non significativo capriccio di alcuni paesi come l’Ungheria) e mettendo la Russia in una condizione economica difficile da gestire essendo oggi, il glorioso paese di Putin, il paese più sanzionato del mondo.

  

Quanto difficile da gestire? A fine maggio, il ministero dello Sviluppo economico russo ha pubblicato le previsioni macroeconomiche per il periodo 2022-’25. Previsioni in cui stima due anni di recessione, seguiti dalla ripresa, con un crollo del pil che nell’anno in corso sarà del -7,8 per cento, con una caduta dei redditi reali che potrebbe raggiungere il 6,8 per cento, e che il prossimo anno potrebbe portare a “un calo strutturale del reddito e della domanda dei consumatori”, e con un’inflazione che nel 2022 raggiungerà il 17,5 per cento (sempre il ministro delle Finanze russo ha calcolato che ad aprile sono stati spesi 628 miliardi di rubli del bilancio federale per la difesa nazionale il che, ha scritto il Moscow Times, significa circa 21 miliardi di rubli al giorno, che equivalgono a 372 milioni di dollari spesi al giorno per la guerra).

 

Se si osserva il mosaico nella sua interezza, dunque, un mosaico all’interno del quale la Russia ha perso in tre mesi 30 mila uomini (fonte Kyiv) il doppio dei soldati persi durante un decennio di guerra in Afghanistan (15 mila), e se si osserva quelle che sono le conseguenze della guerra scatenata dalla Russia, con i cinque milioni di profughi scappati dal paese, con una crisi del grano che incombe su un pezzo rilevante del pianeta, con una democrazia aggredita per ragioni legate squisitamente alla volontà espansionistica dell’imperialismo nazionalista, di fronte alla completezza del mosaico ci sono due tipi di atteggiamenti possibili. Il primo atteggiamento è quello suggerito dal partito della resa: far vincere la guerra a Putin, disarmando l’Ucraina, e alleggerendo le sanzioni sulla Russia, per smetterla di provocare il paese invasore.

  

Il secondo atteggiamento è quello suggerito dal partito della resistenza: non cadere nella trappola di Putin, che scommette non solo sulle divisioni dell’occidente ma anche sull’incapacità dell’Europa di poter sopportare a lungo una guerra che avrà un impatto anche sulla sua economia e continuare a osservare il mosaico nella sua interezza, ricordandosi ogni giorno che differenza c’è tra scommettere sulla pace e scommettere sulla resa, ricordandosi che cosa vuol dire rinunciare ad attivare i meccanismi dell’autodifesa quando uno stato aggressore vìola i confini di un paese e ricordandosi ogni giorno che, come diceva Churchill, di fronte a una dittatura sanguinaria uno stato  conciliante è come uno che dà da mangiare a un coccodrillo perché spera che questo lo mangi per ultimo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.