(foto di Ansa)

Fumio Kishida a Roma

Perché il Giappone non potrà essere d'aiuto all'Europa sull'energia

Francesco Dalmazio Casini

Lo scorso febbraio Tokyo ha accettato di mandare ai paesi europei parte del metano destinato al consumo nazionale, ma la guerra complica le cose. L'arcipelago è fortemente dipendente dalle importazioni di gas

Oggi il premier Mario Draghi ha incontrato a Roma il primo ministro giapponese Fumio Kishida. Dall’inizio delle ostilità in Ucraina, il Giappone ha rafforzato la propria partnership con i paesi dell’alleanza atlantica e ha partecipato attivamente allo sforzo diplomatico ed economico per arrestare le azioni ostili della Russia. Storica in questo senso la presenza del ministro degli Esteri Yoshimasa Hayashi al ministeriale della Nato lo scorso 7 aprile. 

 

Draghi ha ringraziato pubblicamente Kishida per aver confermato che alcuni “carichi di gas naturale liquefatto già pre-contrattualizzati con paesi terzi saranno reindirizzati verso l’Europa”. La cooperazione energetica tra Giappone e paesi europei è infatti cosa recente. A febbraio, poco prima dell’invasione russa, il governo di Tokyo ha acconsentito alla richiesta americana di dirottare parte delle importazioni di gas naturale in Europa. Non si tratta di metano di produzione nazionale, ma di una quota di quello che il Giappone acquista da altri paesi. Come aveva precisato il ministro dell’Economia Koichi Hagiuda, tuttavia, il gas in più (esclusivamente in forma liquefatta) sarebbe arrivato solo nel caso in cui la quota di generazione del Giappone fosse stata soddisfatta. Da quell'annuncio sono arrivate tre navi gasiere dal Giappone in Europa. La guerra ha poi sparigliato le carte.

 

Da sempre povero di risorse naturali, il Giappone importa circa il 90 per cento dell’energia che consuma. Il paese è fortemente dipendente dall’utilizzo di combustibili fossili: la fonte principale di generazione è il petrolio (40 per cento), seguito dal carbone (31 per cento) e dal gas naturale (22 per cento), con le rinnovabili che contano per appena un decimo del consumo nazionale.

 

Il Giappone è stato per anni il primo importatore al mondo di gas naturale liquefatto, poi lo scorso anno ha ceduto il posto alla Cina. Con più di 74 milioni di tonnellate di metano acquistate nel 2021 l’arcipelago rappresenta più del 20 per cento mercato globale delle importazioni, secondo Reuters. La dipendenza del Giappone dal gas è aumentata dopo il disastro di Fukushima del 2011, quando il paese decise di dismettere gradualmente i suoi 54 reattori nucleari, che provvedevano al 30 per cento del fabbisogno energetico. In dieci anni il gas naturale è arrivato a rappresentare il 22 per cento dei consumi energetici ed è la fonte del 36 per cento della capacità di generazione elettrica.

 

I principali fornitori del Giappone sono Australia e Malesia, ma anche la Federazione russa rappresenta una quota non trascurabile dell’import giapponese, circa il 9 per cento. Giappone e Russia condividono due importanti progetti di cooperazione energetica (gas e petrolio) che interessano l’isola di Sakhalin, a pochi chilometri dalla regione di Hokkaido. Il secondo programma in particolare, Sakhalin II, vede la partecipazione maggioritaria della russa Gazprom. Il governo di Tokyo adesso ha annunciato la storica decisione di dismettere gradualmente le importazioni di carbone russo (11 per cento del totale), ma ha fatto sapere che non sarà possibile fare la stessa scelta per il gas.

 

Nelle parole di Hirofumi Sato, capo finanziario della Tokyo gas, per il Giappone il blocco all’import di metano russo “è una scelta che semplicemente non si può prendere”. Un percorso obbligato che deriva anche dalla strategia di immagazzinamento del metano. Tokyo non utilizza gli stoccaggi di origine naturale (caverne e depositi esausti) che vengono preferiti in Europa, ma immagazzina il suo metano in strutture più piccole, che al massimo gli concedono 2-3 settimane di autonomia.

 

Come riportato da Reuters, Sato ha espresso dei dubbi sulla reale possibilità di Tokyo di dirottare parte del gas naturale acquistato al mercato europeo, soprattutto adesso che il Giappone ha deciso di fare a meno del carbone russo. Una dichiarazione che fa il paio con le direttive che il governo ha fatto arrivare alle compagnie energetiche: piuttosto che vendere il gas in eccesso, questo deve essere trasferito agli stoccaggi di altre aziende giapponesi in caso le forniture dall’esterno dovessero subire uno stop improvviso. Intanto la diplomazia è all’opera per stipulare nuovi accordi con i paesi del Mare cinese meridionale come la Malesia.

 

Nel medio periodo il governo giapponese vorrebbe potenziare la capacità di generazione nazionale facendo affidamento su un graduale restart del nucleare (opinione pubblica permettendo) e sul potenziamento delle rinnovabili. L’energia atomica dovrebbe arrivare a coprire addirittura il 22 per cento del fabbisogno, ma ci vorranno diversi anni. L’unica carta per onorare l’impegno preso con i paesi europei in inverno (e confermato oggi a Draghi) è probabilmente quella di sfruttare il calo nei consumi previsto per i mesi primaverili prima del picco estivo. In questo modo alcune navi gassifere destinate al Giappone potrebbero essere spostate sui mercati europei, anche se per un periodo di tempo limitato.

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