Militari iracheni in azione in Sinjar (foto LaPresse)

il ruolo della turchia

Mentre media tra russi e ucraini Erdogan ha mano libera in Iraq contro gli yazidi

Luca Gambardella

Gli iracheni obbediscono al presidente turco e scacciano gli yazidi dal Sinjar: "Vogliono sterminarci come non è riuscito a fare il Califfato"

Sette anni fa, la Highway 47 era diventata uno dei simboli della sconfitta dello Stato islamico. Congiungeva quelle che un tempo erano le capitali del Califfato, Raqqa in Siria e Mosul in Iraq, e quando fu riconquistata dai peshmerga si assestò un colpo decisivo che fece saltare la linea dei rifornimenti dei jihadisti. Oggi, lungo il confine siriano, le autorità irachene vogliono costruire un muro che tagli in due quell’autostrada, ufficialmente per chiudere le vie di comunicazione fra ciò che resta degli uomini dello Stato islamico. Per gli yazidi, invece, le cose stanno diversamente e accusano l’esercito iracheno di volere chiudere loro ogni via di fuga mentre li attaccano nel Sinjar. In questi giorni, mentre i turchi hanno lanciato un’offensiva nel Kurdistan iracheno per neutralizzare alcune postazioni dei combattenti curdi del Pkk, l’esercito iracheno ne ha avviata un’altra contro gli yazidi. Questa minoranza è considerata eretica dall’islam più radicale e nel 2014 fu massacrata dallo Stato islamico con esecuzioni di massa e corpi gettati in fosse comuni in quello che per l’Onu fu a tutti gli effetti un genocidio. Ora gli yazidi temono che quanto avvenuto in passato stia per ripetersi, stavolta per mano dell’esercito iracheno e con il placet della Turchia. “Finiranno per fare quello che non è riuscito al Califfato: sterminarci tutti”, scrivono gli attivisti sui social network.

 

 

Gli iracheni non danno alcun dettaglio sull’operazione e non si sa quanti morti e feriti ci siano. Le uniche fonti sono i residenti e dicono che già tremila yazidi sono stati costretti ad abbandonare il Sinjar e a scappare verso nord. L’obiettivo del governo centrale iracheno è di applicare l’accordo concluso nel 2020, sotto l’egida dell’Onu, con il Kurdistan iracheno e che prevede lo smantellamento di tutte le milizie che non appartengono all’esercito federale. Tra le più recalcitranti c’è quella delle Unità di resistenza del Sinjar (Ybs) composta dagli yazidi. Questo gruppo armato si è formato ai tempi dei massacri dello Stato islamico grazie all’aiuto del Pkk, che nel 2018 ha lasciato il Sinjar e ha lasciato l’Ybs a presidiare la provincia. Da allora, i combattenti del Pkk sono considerati dagli yazidi i loro salvatori, gli unici che nel 2014 andarono in loro aiuto mentre i peshmerga e l’esercito iracheno si ritiravano davanti all’avanzata dello Stato islamico. Questa epica che si è creata attorno all’intervento del Pkk ha anche rafforzato tra gli yazidi un forte sospetto nei confronti degli iracheni, dei turchi, dei peshmerga e in generale di tutti i sunniti, che accusano di essere stati fin troppo passivi nei confronti del Califfato quando furono sterminati. Per questo, gli yazidi dicono di non avere avuto scelta: se nessuno aveva voluto difenderli contro i jihadisti, allora dovevano farlo da soli creando una propria milizia. “Ricordate cosa è successo l’ultima volta che gli yazidi si sono fidati degli altri? Un genocidio”, ha scritto su Twitter Nadine Maenza, presidente della Commissione degli Stati Uniti per la libertà religiosa internazionale (Uscirf), che monitora le aggressioni su basi religiose nel mondo e collabora con il dipartimento di stato americano. 

 

Quando ancora la guerra contro lo Stato islamico non si era conclusa, i curdi iracheni cominciarono a temere che, una volta sconfitto il Califfato, gli yazidi armati sarebbero stati una minaccia e avrebbero chiesto più autonomia. Ecco il motivo dell’offensiva irachena, dietro alla quale però potrebbe esserci la Turchia. Mentre si presenta alla comunità internazionale come grande mediatore fra Russia e Ucraina, Recep Tayyip Erdogan si sente  libero di passare al contrattacco contro il Pkk in Siria – dove la settimana scorsa ha intensificato i lanci di missili contro i curdo-siriani a Kobane, altra città simbolo della guerra al Califfato – e in Iraq. Per Ankara, l’Ybs degli yazidi è un’emanazione del Pkk e più volte i turchi hanno promesso che il Sinjar non sarebbe diventato una “nuova Qandil”, riferendosi alla roccaforte montuosa del nord del Kurdistan iracheno, dove si nascondo i combattenti del Pkk. E’ su queste montagne che l’esercito turco ha sferrato un attacco su larga scala contro il gruppo combattente curdo. Secondo gli yazidi, l’offensiva turca e quella irachena fanno parte della stessa operazione e sono il risultato di un accordo fra Erdogan, il primo ministro del Kurdistan iracheno Massoud Barzani e quello iracheno Mustafa al Khadimi. Tutti hanno lo stesso obiettivo: impedire che si creino sacche di territori amministrati in autonomia da milizie legate al Pkk e difficili da controllare. 

 

Per questo, ad aumentare le paure degli yazidi, è allo studio il progetto del muro spinato sulla Highway 47 – che secondo fonti curde sarà alto 4 metri e profondo 1 metro – che correrà lungo i 200 chilometri che vanno da Faysh Kabour, al confine settentrionale fra Siria e Iraq, fino a chiudere tutto il Sinjar più a sud. Per gli yazidi è un modo per impedire che possano unirsi un domani ai curdo-siriani del Rojava, anche loro vicini al Pkk. Dicono sia un espediente escogitato da Erdogan per metterli  in trappola, ancora una volta.  

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it