Covid, economia, guerra. Pechino non ne azzecca una e della sua “ambiguità” si vede il trucco

Giulia Pompili

La Cina sta con Mosca, ma in un mondo diviso pagherà il costo più alto

Roma. L’altro ieri la segretaria del Tesoro americano, Janet Yellen, ha detto che l’autorevolezza cinese rischia di crollare definitivamente se Pechino continuerà a non condannare la guerra di Putin all’Ucraina. Il mondo guarda alla Cina e alla sua integrazione economica e si farà venire dei dubbi, dopo questa presunta “neutralità”. Ma c’è anche un altro fattore, dice Yellen: “La Cina non può aspettarsi che la comunità internazionale rispetti i suoi appelli a tener fede ai princìpi di sovranità in futuro se quando conta, come adesso, lei stessa non li rispetta”. Il riferimento è alla situazione di Taiwan, l’isola di fatto indipendente ma rivendicata da Pechino come proprio territorio, e alla contraddizione espressa dai funzionari cinesi quando ripetono che “l’integrità territoriale di tutti i paesi va rispettata”, ma che “le preoccupazioni sulla sicurezza espresse dalla Russia” sono “comprensibili”. La relazione speciale tra Cina e Russia non è mai stata messa in discussione finora. Politicamente, è stato il leader Xi Jinping, l’uomo solo al comando, ad averla benedetta, e sarebbe un cambiamento radicale della postura internazionale cinese se decidesse di scaricare adesso la Russia. Una contraddizione imperdonabile, destabilizzante. La stessa politica di coerenza assoluta Pechino la sta portando avanti, per esempio, con il tentativo di azzerare i casi di Covid in Cina attraverso misure draconiane come i lockdown: un passo indietro, a due anni dall’inizio della pandemia, sarebbe come smentire due anni di propaganda. 

 

Per settimane analisti e osservatori hanno aspettato una condanna ferma di Pechino della guerra in Ucraina. Non è mai arrivata. Per alcuni, l’instabilità creata da un conflitto avrebbe portato Xi Jinping a sconfessare la sua amicizia con Putin. Per altri, la necessità di mantenere aperti i canali di dialogo commerciale con l’Europa – oggi sempre più vicina all’America e ai suoi alleati – avrebbe portato Pechino a prendere le distanze dalla guerra. Non è successo. A osservare da vicino i dettagli, sembra che la priorità della Cina per ora sia minimizzare gli effetti che le sanzioni contro la Russia potrebbero avere sull’economia del Dragone. Secondo diversi osservatori, si tratta di cautela, non di un segnale politico. I dati dell’Agenzia delle dogane cinese appena pubblicati dicono che il commercio tra Cina e Russia nel mese di marzo è aumentato di più del 12 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma sono in rallentamento rispetto ai dati del mese di febbraio (+12,7 per cento a marzo, ma il mese precedente la crescita era a +25,7 per cento).

 

Secondo Forbes Russia, il gigante delle telecomunicazioni Huawei, già sotto sanzioni da parte dell’America, sta licenziando parte del suo staff in Russia e tagliando operazioni nel paese. Allo stesso tempo, però, Mosca si rivolge a Pechino per uscire dall’isolamento bancario e tecnologico – per esempio iniziando a usare di più il circuito cinese UnionPay al posto di Visa e Mastercard, e guardando a oriente per i microchip. Pechino ha paura delle sanzioni secondarie, e la notizia che il  colosso cinese dell’energia Cnooc si prepara a uscire dai mercati americano, inglese e canadese sarebbe l’ennesimo segnale di una direzione precisa della Cina: sempre più lontana dall’occidente. Non ci sono indicatori che Pechino stia violando le sanzioni internazionali imposte contro la Russia, ma i segnali economici sono così deboli da non poter essere interpretati come una presa di posizione cinese.  

 

Poi c’è il fattore politico. Dopo un iniziale periodo un po’ confuso nelle dichiarazioni, oggi i funzionari di Pechino aderiscono completamente alla propaganda del Cremlino. Rilanciano le fake news sulle armi chimiche americane nascoste in Ucraina, censurano le notizie scomode per la Russia, dicono esplicitamente che Putin è stato provocato (dalla Nato a guida americana). Il dibattito all’interno della Cina c’è – anche autorevoli accademici vicini al cerchio magico di Xi Jinping hanno pubblicato paper per mettere in guardia sui possibili danni di un decoupling troppo repentino, di un abbandono completo del dialogo economico con l’occidente – ma la postura politica sembra per ora prioritaria rispetto alla crescita economica globalizzata. L’antiamericanismo, la costruzione di un modello alternativo, e quindi la non-condanna dell’invasione russa dell’Ucraina potrebbero essere una trappola per l’espansionismo economico cinese, ha scritto su Project Syndicate lo scienziato politico Minxin Pei: “Sette decenni fa, Mao Zedong ha abbracciato l’autosufficienza economica e la militanza in politica estera, due cose che hanno trasformato la Cina in uno stato paria e impoverito. Questa storia dovrebbe essere un chiaro avvertimento per il presidente Xi Jinping: se permetterà alla Russia, partner strategico ‘senza limiti’, di dividere il mondo con la sua guerra all’Ucraina, sarà la Cina a pagare il prezzo più alto”. Il Congresso del Partito comunista cinese, tra qualche mese, forse deciderà la direzione definitiva di Pechino. 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.