Emmanuel Macron durante il suo intervento introduttivo al Consiglio informale dei ministri dell'Interno dell'Ue a Lille (foto Ansa)

L'idea macroniana del “Consiglio di Schengen” piace poco all'Italia

Luca Gambardella

Il capo dell'Eliseo, in piena campagna elettorale, bacchetta il sud dell'Europa per i movimenti secondari, ma la Francia ha problemi analoghi con il Regno Unito

La proposta francese di creare un Consiglio ad hoc dei paesi dell’area Schengen per gestire il dossier dell’immigrazione ha incontrato una reazione piuttosto fredda in Italia. Martedì sera, Emmanuel Macron aveva spiegato ai ministri dell’Interno dei paesi europei, riuniti a Lille per un vertice informale, che il sistema di libera circolazione ha delle falle e che va ripensato. Troppe cose sono cambiate, ha detto il presidente francese, in primis le minacce terroristiche. La sua ricetta è allora la creazione di “un nuovo Consiglio con un coordinatore, affinché i ministri possano riunirsi regolarmente e prendere decisioni, gestendo politicamente questo settore. E’ un po’ quello che facciamo già con l’euro. Bisogna ribilanciare Schengen”. Un’idea condivisa dal governo Draghi, che però dà un significato diametralmente opposto a quel termine: “ribilanciare”.  

 

“Serve il giusto bilanciamento fra altri due concetti – ribattono in via informale dal Viminale –: responsabilità e solidarietà”. A Roma non si nasconde il risentimento per il doppiopesismo con cui i francesi parlano di gestione dei confini interni, proprio loro che sono fra i sei paesi europei che da anni mantengono controlli alle frontiere in violazione di Schengen. “All’Italia si può chiedere tutto, compreso uno sforzo maggiore sotto l’aspetto della sicurezza ai confini esterni: ma in cambio serve solidarietà, soprattutto per quanto riguarda i salvataggi in mare e il ricollocamento dei migranti”. La partita, come al solito, si gioca tutta sui movimenti secondari, cioè sui richiedenti asilo che sconfinano in altri paesi europei violando il regolamento di Dublino. Nel suo discorso, Macron ha ribadito che l’attenzione dell’Ue deve focalizzarsi sul controllo delle frontiere esterne e ha citato espressamente il problema dei movimenti secondari. Ma i paesi di prima accoglienza, quelli della sponda meridionale dell’Ue, considerano invece questi sconfinamenti una necessità perché compensano l’assenza di un sistema strutturato per redistribuire i migranti. 

  

La proposta francese non è nuova: già lo scorso dicembre, tracciando le linee programmatiche del semestre di presidenza francese dell’Ue, Macron aveva buttato sul tavolo l’idea di un Consiglio ad hoc per coordinare Frontex, Europol e Agenzia europea per le politiche sull’immigrazione e per monitorare la politica migratoria dei 27. Ma il tema è spinoso: pur in assenza di dettagli su quali poteri dovrebbe esercitare concretamente questo nuovo organo, sembra chiaro che si tratterebbe di un ennesimo foro intergovernativo, i cui rapporti con gli altri consigli (quello dei ministri e quello europeo) e soprattutto con l’Europarlamento sarebbero tutti da chiarire. Intanto, la commissaria Ue agli Affari interni, Ylva Johansson, ha accolto con favore la proposta di Macron. “Il suo discorso è stato molto stimolante. Frontex ha contato 39 milioni di ingressi non registrati nel Sistema di informazione di Schengen e nel database di Eurodac mancano le impronte digitali di migliaia di migranti irregolari”. Per questo riscuotono sempre più consensi fra i paesi membri quelle che Politico Europe oggi ha definito “svolte a destra”, come  la controversa legge approvata lo scorso anno in Danimarca, che prevede la creazione di centri per processare le richieste d’asilo direttamente nei paesi di provenienza. “L’importante è che non venga meno il dialogo con i francesi e con gli altri stati membri, che resta propositivo”, commentano dal nostro ministero dell’Interno. Dopo la cena informale di lunedì scorso a Parigi fra i ministri di Italia, Francia, Spagna e Germania, la prossima settimana sarà la volta della riunione a Roma del Med-5, che riunisce Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta. E’ probabile che l’incontro si risolva con l’ennesima richiesta su cui l’Ue finora è rimasta sorda: la riforma del regolamento di Dublino.   

 

Ma al di là degli aspetti tecnici, è chiaro come dietro all’ultimo capitolo della “svolta a destra” di Macron ci siano le elezioni di aprile e l’ansia di rispondere punto su punto alla campagna elettorale incalzante della destra di Éric Zemmour e Marine Le Pen, incentrata su sicurezza e immigrazione. Il presidente francese rischia di impantanarsi su più fronti di politica estera: la crisi dell’idea di una Difesa europea smarcata dagli Stati Uniti, come dimostra l’evoluzione della crisi ucraina e il revival atlantista, le defezioni degli altri stati europei alla missione militare in Mali tanto voluta dai francesi, e infine la querelle sui migranti a nord, con il Regno Unito. Per una sorta di legge del contrappasso, Macron ha accusato Londra di incoraggiare le persone a rischiare la vita attraversando la Manica e di “avere un sistema degli anni 80 che gestisce l’immigrazione economica in modo ipocrita”. “Commenti fuori luogo”, ha risposto mercoledì la ministra dell’Interno britannica, Priti Patel. Ma oggi ha rilanciato pure il suo collega francese, Gérald Darmanin: “L’unica soluzione dei problemi con il Regno Unito è la creazione di vie d’accesso legali per i migranti”.  Guarda caso, è la stessa richiesta che il governo italiano avanza  ora all’Europa: “Dobbiamo rafforzare i canali legali di migrazione, perché rappresentano una risorsa, non una minaccia per la nostra società”, aveva detto Draghi lo scorso dicembre. In fondo, ironia della sorte, le posizioni di italiani e francesi sembrano somigliarsi. A cambiare pare sia solamente la sponda del mare di cui si parla. 

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it