La nuova Germania

Che c'azzecca il liberale Lindner alle Finanze forgiate da Scholz

Paola Peduzzi

La grande trasformazione della Scholzecnomics, le molte critiche al leader dell’Fdp e la variante verde

Negli ultimi due anni il ministero delle Finanze tedesco è stato l’incubatore del cambiamento di approccio della Germania nei confronti dell’economia, dei bilanci in ordine, dell’austerità dentro e fuori i propri confini: a guidarlo, questo dipartimento ambitissimo e potente, c’era Olaf Scholz, leader dei socialdemocratici destinato a diventare il prossimo cancelliere. C’è chi dice che è lì, nella celebre Detlev-Rohwedder-Haus in Wilhelmstrasse (storica sede del ministero dell’Aviazione durante l’èra nazista con Hermann Göring), che i falchi sono diventati colombe – colombe tedesche in ogni caso,  non simili alle nostre. Oggi che sono in corso i negoziati per la formazione del primo governo post Merkel, il nome del prossimo inquilino delle Finanze è il più chiacchierato di Berlino, e di Bruxelles. Il più quotato è Christian Lindner, leader dei liberali dell’Fdp, il più piccolo dei partiti della coalizione semaforo (gli altri sono l’Spd e i Verdi), soprannominato ancora “Bambi” perché cominciò giovanissimo la sua militanza politica. Lindner fa paura a buona parte dell’Europa perché è considerato un falco, cioè uno che non ha partecipato alla trasformazione dell’incubatore, tanto che Politico Europe, media che registra gli umori europei con solerzia, lo mette in copertina chiedendo malizioso: ma sarà capace Lindner di fare questo mestiere? 

Germania, Lindner come possibile ministro delle Finanze di Scholz

Il Nobel Joseph  Stiglitz e lo storico-economista Adam Tooze hanno firmato un articolo sull’ultimo numero della Zeit in cui dicono: “L’ultima cosa di cui la Germania e l’Europa hanno bisogno è un politico alle Finanze che tratta il ministero come una piattaforma dove sventolare i colori fiscalmente conservatori del suo partito”: per loro, le idee di Lindner sono poco più che “cliché economici” degli anni Novanta. Il Financial Times, ritraendo Lindner, ha ricordato una frase che Emmanuel Macron disse nel 2017 riferendosi alla Merkel, quando lei stava negoziando una coalizione con l’Fdp: “Se va con i liberali, io sono morto”. Fu in realtà Lindner che decise di non andare con la Merkel, i negoziati si interruppero, la cancelliera decise di rifare una grande coalizione con l’Spd e alle Finanze andò Scholz, il moderato socialdemocratico che non piaceva alla base più radicale del partito perché troppo contiguo ai conservatori.  Lindner non si è mai perdonato quel ritiro, e anzi la sua campagna elettorale e ancor di più l’ambizione di andare alle Finanze sono il suo modo di emendare quello sbaglio. 

Se Scholz scegliesse davvero Lindner, sarebbe un segnale molto preciso del nuovo cancelliere, il quale ha una storia politica molto diversa, s’apparenta a teorie economiche più di sinistra e soprattutto è stato il costruttore di quel laboratorio in cui i falchi sono diventati colombe. Negli ultimi anni si è affermata una nuova generazione di economisti che hanno avuto molta più visibilità e risonanza con l’arrivo di Scholz alle Finanze dopo la stagione di  Wolfgang Schäuble, il falchissimo. Tra i nuovi arrivati portati da Scholz, c’erano:  l’ex banchiere di Goldman Sachs Jörg Kukies, numero due del ministro, considerato uno dei costruttori del piano franco-tedesco da 500 miliardi di euro contro il coronavirus che nel maggio del 2020 costituì il punto di partenza di quello che sarebbe diventato il Next Generation Eu; Philippa Sigl-Glöckner, che guida il centro studi Dezernat Zukunft, che si dedica a riscrivere le politiche budgetarie attraverso la microfinanza; e Jakob von Weizsäcker, che è stato consigliere economico di Scholz dopo aver passato anni a Bruxelles come ricercatore e come europarlamentare producendo proposte per gli Eurobond quando ancora gli Eurobond erano, nei circoli economici tedeschi, un enorme tabù (è famoso per i cosiddetti Blue Eurobond, presentati nel 2011). Sia Kukies sia von Weizsäcker (che compare nella rosa dei nomi che potrebbero prendere il posto di Jens Weidmann alla guida della Banca centrale tedesca) hanno studiato e lavorato a Parigi e hanno sempre avuto molti legami con il milieu politico e intellettuale francese.   

 

Mentre il ministero delle Finanze cambiava aspetto, anche i think tank e le università si trasformavano dando spazio a studiosi nati per lo più tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, formati sui testi anglosassoni e più distanti dall’ordoliberismo tipico della formazione prettamente tedesca. Tra questi, molti ritratti sono stati dedicati a Isabel Schnabel, classe 1971, studi a Parigi e a Berkeley, oggi componente dell’executive board della Bce: fu Scholz a nominarla nel 2019 e da allora la Schnabel guida l’ala delle colombe di Francoforte, aperta al Quantitative easing e non troppo preoccupata (non come lo sono di solito gli economisti tedeschi) per l’inflazione. 

La Germania e l'abbandono del rigore economico

Caroline de Gruyter, che si occupa di affari europei per l’olandese Nrc Handelsblad, ha scritto che tutti questi movimenti e cambiamenti sono molto importanti per capire come sarà questa nuova Germania in Europa: “Con tutta probabilità, Berlino resterà comunque nella parte frugale e austera delle alleanze del continente, ma ortodossia e rigore stanno lentamente sciogliendosi, lasciando spazio a più pragmatismo e più flessibilità, ed è in questo contesto che dovrà operare il prossimo ministro delle Finanze, chiunque sia”. E’ chiaro però che un politico come Lindner, al di là delle sue capacità che molti stanno mettendo in discussione, in questo contesto di scioglimento non sarebbe del tutto a suo agio, anche perché è stato molto svelto a rispondere alle critiche di Stiglitz e Tooze postando una propria foto su Instagram mentre legge il tomo fondativo del social-liberalismo dell’Fdp, le “Freiburger Thesen” e i due come “economisti del debito” aggiungendo: “Certe critiche devono essere viste come una conferma delle proprie convinzioni”. In una intervista al Financial Times, Lindner ha anche detto che l’Europa deve iniziare a fermare le spese folli contro la pandemia, “continuare a insistere con politiche fiscali ultraespansive potrebbe essere un grande pericolo per l’Europa”, ha detto, con conseguenti capelli dritti dei leader del sud europeo (e non solo). 

 

E’ questa poca corrispondenza fra la trasformazione del ministero delle Finanze e Christian Lindner che tiene alte le speranze dei Verdi, che dicono che spetta al secondo partito della coalizione il dicastero più importante dopo la cancelleria e che hanno il loro uomo da proporre: Robert Habeck, coleader del partito assieme alla ormai eclissata Annalena Baerbock che ha costruito la proposta fiscale del partito. Per quanto i Verdi tedeschi siano molto diversi dai colleghi europei (lo dimostra la gestione dei tre Länder in cui ci sono politici dei Grünen a occuparsi dell’economia), la nomina di Habeck darebbe molto sollievo ai leader europei, non solo perché la questione ambientale è prioritaria per tutti, ma perché Habeck sarebbe una figura molto più adatta all’incubatore di colombe che Scholz ha costruito quando il ministro delle Finanze della Germania era lui.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi