Qualche idea per evitare che la Cina si prenda pure Taiwan

Giulia Pompili

Lo scontro tra Washington e Pechino si è spostato a Taipei. C’entrano i microchip, c’entra l’idea di democrazia e c’è un precedente molto doloroso: Hong Kong. Un girotondo tra esperti per capire cosa può accadere


Pechino non rinuncerà mai a Taiwan. Lo ha fatto capire per l’ennesima volta il leader Xi Jinping all’inizio di ottobre, quando ha detto che “la riunificazione pacifica” è nell’interesse di tutti. Per la prima volta non ha citato “l’uso della forza”, come ha fatto in passato, e secondo diversi analisti l’omissione è stata soltanto un modo per mostrarsi un leader responsabile. Perché poi, nei fatti, le provocazioni e le pressioni militari stanno aumentando. Il destino di Taiwan è strettamente legato a quello di Hong Kong, l’ex colonia inglese che avrebbe dovuto restare autonoma almeno fino al 2047, secondo gli accordi tra la Cina e il Regno Unito del 1997. E invece Pechino ha deciso di accelerare questo percorso e inglobarla nel suo sistema autoritario prima del tempo, sostituendo la libertà, il fervore culturale e l’economia aperta e dinamica con un sistema fatto di arresti, paura, autocensura e rieducazione. Le proteste dei ragazzi di Hong Kong che per mesi sono scesi in piazza chiedendo più autonomia non erano più tollerabili. E la comunità internazionale non ha potuto fare nient’altro che imporre qualche sanzione economica contro la Cina e pubblicare dichiarazioni di preoccupazione per la situazione, a cui i funzionari di Pechino rispondevano: è un problema nostro, interno, non v’immischiate. Nel giro di pochi mesi abbiamo perso Hong Kong.

Per la Cina anche Taiwan è un problema interno della Cina. La situazione giuridica dell’isola è molto diversa rispetto a Hong Kong – per intenderci, Pechino non può imporre delle leggi a Taiwan, né mandare i suoi funzionari a gestire l’ordine pubblico – ma l’obiettivo della Cina è il medesimo: far entrare Taipei sotto la giurisdizione e il controllo del Partito comunista cinese. Che cosa farebbe, allora, la comunità internazionale?

Ogni anno, all’inizio di ottobre, la tensione tra Pechino e Taipei aumenta per una ragione: il 10 ottobre segna l’inizio della rivolta di Wuchang, quella che portò al crollo della Dinastia Qing e alla fondazione della Repubblica di Cina nel 1912. La rivoluzione Xinhai è importante per entrambi i paesi, ma per Taipei è diventato il giorno della festa nazionale, dell’identità, e quindi della distanza da Pechino. L’isola di Taiwan, nel 1949, fu il luogo in cui i nazionalisti guidati dal generalissimo Chiang Kai-shek si rifugiarono alla fine della guerra civile contro le truppe comuniste di Mao Zedong. A Taipei si stabilì il governo della Repubblica di Cina, a Pechino quello della Repubblica popolare cinese. Per molto tempo la comunità internazionale ha riconosciuto una sola Cina, quella di Taiwan. Che faceva parte delle Nazioni Unite, aveva ambasciate in tutto il mondo. Poi, negli anni Settanta le cose cambiarono: i paesi dell’alleanza atlantica iniziarono a dialogare con Mao, anche all’Onu il riconoscimento formale passò da Taipei a Pechino. Da allora l’isola, che i portoghesi chiamavano Formosa, l’isola bella, venne progressivamente isolata e iniziò un percorso piuttosto solitario. Ai cittadini taiwanesi servirono diversi decenni per liberarsi della legge marziale imposta da Chiang Kai-shek.

Taiwan iniziò un percorso di trasformazione dell’identità nazionale, di democratizzazione che l’ha portata, oggi, a essere uno dei paesi più liberi e maturi dal punto di vista dello stato di diritto. Uno dei più strategici nel campo dell’industria e della tecnologia. Taiwan ha completato questo percorso da sola, destreggiandosi nelle relazioni diplomatiche con il resto del mondo e accettando una neolingua imposta dalle pressioni cinesi – perfino il ministero degli Esteri italiano, quando qualche istituzione deve avere rapporti con Taiwan, consiglia di definirla “Taipei cinese” per non offendere Pechino. Più Taiwan cresce a livello internazionale, più la Cina vorrebbe riprendersela. È così che aumenta la pressione, e la tensione. Abbiamo domandato ad alcuni dei più importanti esperti di questioni cinesi, con background e punti di vista diversi, che cosa potrebbe succedere: un’invasione? Una guerra ibrida? E l’America, che secondo gli accordi di Difesa sarebbe tenuta a difendere Taiwan, per quanto tempo sarebbe disposta a farlo? Abbiamo fatto alcune domande anche a diversi politici e intellettuali di Hong Kong. Tutti hanno preferito non parlare della questione.

 

AP Photo/Ng Han Guan

Ignorare o sottovalutare la natura egemonica e gli obiettivi reali del progetto di espansione cinese nel mondo e la compattezza delle istituzioni e delle imprese cinesi nel perseguire con la massima determinazione quegli obiettivi sotto la guida onnipresente del governo e del partito comunista sono i principali errori che vengono commessi dalle istituzioni politiche, imprenditoriali e culturali dei paesi con cui la Cina opera. Attraverso finanziamenti e benefit di vario tipo, diretti e indiretti, destinati alle persone che ricoprono ruoli importanti nelle istituzioni politiche e culturali di ogni singolo paese, Italia inclusa, viene favorita un’infiltrazione capillare e pervasiva in numerosi settori, anche strategici per lo sviluppo e la sicurezza.

Hong Kong ha dimostrato l’inattendibilità delle autorità cinesi e svelato i veri obiettivi della politica egemonica del governo a guida Xi Jinping. E, ancora una volta, l’attuale incapacità o scarsa volontà dell’Occidente di fronteggiare concretamente una Cina sempre più assertiva e arrogante. La riunificazione del paese è un tassello fondamentale per il rafforzamento dell’identità cinese su base nazionalistica e patriottica, essenziale per garantire i legami all’interno come all’esterno e la stabilità sociale. Non va nemmeno sottovalutata l’importanza delle comunità cinesi all’estero, sempre più numerose e sempre più consistenti e legate alla madrepatria. Il destino di Taiwan è purtroppo segnato, si tratta solo di vedere tempi e modi, come è stato per Hong Kong. Dalle ultime dichiarazioni di Xi Jinping si capisce che è sua intenzione intervenire prima del 2049, anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, volendo intestarsi personalmente questo successo di grande portata storica, che chiude una volta per tutta una guerra civile iniziata ai tempi di Mao e mai conclusa veramente.

Va da sé che i rischi concreti di un conflitto armato ci sono, la corsa agli armamenti e le continue provocazioni da entrambe le parti contendenti sono segnali inquietanti. Le scelte americane degli ultimi due decenni, a partire dalla Guerra del Golfo per finire allo sguaiato e vile abbandono dell’Afghanistan, e la posizione ambigua e confusa dell’Europa nei confronti degli Usa e ancor più della Cina hanno creato tali disastri che riesce difficile immaginare che il Washington consensus possa avere ancora a lungo un peso determinante nel mondo, e questo favorisce l’idea di un passaggio di leadership a un’Asia a trazione cinese. Nessuno può prevedere il futuro, ma la possibilità, tutt’altro che remota, che l’America possa a breve essere guidata ancora una volta da Donald Trump non alleggerisce il quadro.

Maurizio Scarpari
sinologo

 

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Taiwan gode di un vivace sistema democratico che tutela i diritti civili e politici, in netto contrasto con il controllo autoritario e repressivo del Partito comunista cinese nei confronti del suo popolo. Il Pcc considera il percorso di successo di Taiwan dalla dittatura a una democrazia libera e aperta come una minaccia esistenziale per il Partito stesso. In quanto tale, il Pcc usa tattiche come la censura, la disinformazione e l’interferenza politica per cercare di seminare discordia nel sistema democratico di Taiwan. I paesi democratici di tutto il mondo dovrebbero parlare a sostegno delle conquiste democratiche di Taiwan, duramente combattute, per aiutare a difendere la democrazia a livello globale.

Angeli Datt
Senior Research Analyst sulla Cina, Hong Kong e Taiwan presso la Freedom House di Washington DC

 

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Abbiamo capito un paio di cose di recente sulle relazioni tra la Cina e Taiwan e su Taiwan stessa. Una di queste è che le tempistiche che tutti avevamo previsto nei riguardi di quello che  sarebbe stato un tentativo anche potenzialmente aggressivo da parte di Pechino nei confronti di Taiwan sono molto più brevi rispetto a quelle che erano le nostre aspettative. È una realizzazione che gli analisti che si occupano di Sicurezza e Difesa hanno avuto tempo prima e noi forse ci siamo arrivati un po’ più tardi. Il problema è che mentre tutti guardavamo all’orizzonte del 2049, per il centenario, non pensavamo al fatto che in effetti entro il 2049 la situazione deve essere ben stabilizzata perché i festeggiamenti devono svolgersi in una situazione di pace e prosperità. E quindi un’escalation nello Stretto è necessariamente più vicina. Molto più vicina. Guardiamo a un potenziale scenario di tre anni, cinque, massimo dieci. Ma molto dipende da come si svilupperanno le relazioni tra Pechino e Taipei e all’interno dello scenario globale, quindi potrebbe essere anche addirittura più vicina.

Posto che non solo è praticamente certo che ci sarà un’escalation, ma che è anche relativamente vicina, resta da capire di che cosa stiamo parlando. Se stiamo parlando di una vera invasione militare da parte di Pechino oppure se sarà un build up militare cinese sulla costa, oppure di un bombardamento aereo diretto, o la presa delle isole Kinmen – il piccolo arcipelago sotto la giurisdizione della Repubblica di Cina a soltanto due chilometri dalla città cinese di Xiamen. Sono domande a cui per ora non abbiamo risposta. Non sappiamo se Pechino punti a un’invasione militare out right per poi prendere il controllo dell’isola - un’ipotesi che per ora non è ancora lo scenario più probabile - oppure a un’escalation militare che innanzi tutto metta alla prova la determinazione degli alleati, se così vogliamo chiamarli, soprattutto occidentali, in primis gli Stati Uniti, ma anche regionali. In secondo luogo Pechino sta esercitando una sorta di minaccia in modo da spingere Taiwan a riavvicinarsi a una politica più filocontinentale. E quindi il dubbio è questo: sarà un’invasione o un tentativo di altra natura per riportare Taiwan vicina a Pechino?

L’altra cosa che abbiamo realizzato è che Taiwan ha evidentemente capito di avere una finestra d’opportunità in questo momento. La comunità internazionale le sta dando particolare attenzione, gli Stati Uniti sono molto interessati al suo futuro, ovviamente tutta la questione che riguarda l’industria dei semiconduttori la mette in una posizione di primo piano – anche se credo che Taipei realizzi che per quanto preferenziale, tutti i paesi si stanno attrezzando sul settore dei microchip, quindi non sarà una cosa a lungo termine. In ogni caso si è alzato il gioco a livello globale, e penso che Taiwan continuerà a sfruttare questo momento, un attivismo che non piace a Pechino.

Fino a oggi Taiwan è rimasta con un profilo molto basso, adesso sta avendo un alto profilo e quindi si attivano dinamiche diverse anche con la Cina. È una situazione davvero poco facile da navigare.

Francesca Ghiretti
Analista al Mercator Institute for China Studies di Berlino

AP Photo/Chiang Ying-ying

 

Pechino ha fatto a lungo ricorso alla strategia del bastone e della carota per l’unificazione di Taiwan e della Repubblica popolare cinese, in modo da scoraggiare la dichiarazione formale di indipendenza di Taiwan. Ma negli ultimi anni Xi Jinping ha intensificato la coercizione, anche aumentando la pressione militare su Taipei. La pressione spazia da quelle che ora sono diventati regolari “pattugliamenti dell’isola” ai frequenti ingressi delle Forze armate cinesi nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan. Queste mosse sembrano finalizzate a normalizzare la presenza militare della Repubblica popolare cinese intorno a Taiwan. Pechino ha molteplici obiettivi: inviare segnali di avvertimento sia a quelle che considera “forze indipendentiste” di Taiwan sia agli autori delle “interferenze straniere” negli Stati Uniti; addestrare le sue Forze armate e potenziare le capacità di combattimento; aumentare per Taipei il costo del monitoraggio delle attività militari quasi quotidiane di Pechino; provocare per alterare lo status quo.

Tuttavia, se Pechino dichiarerà o meno guerra a Taiwan, dipende principalmente dalla percezione di Pechino del costo di tale azione, compresa la sua percezione della determinazione di Taiwan a difendersi e del potenziale intervento degli Stati Uniti. Pertanto, aumentare la percezione di Pechino del costo dell’invasione è la chiave per impedirle di fare una mossa devastante e tragica.

Taiwan deve quindi potenziare le sue capacità difensive, sia militari sia sociali. Mentre il richiamo di potenziare il suo arsenale potrebbe essere quasi irresistibile, Taiwan dovrebbe occuparsi di più della preparazione civile. C’è molto spazio di miglioramento nel lavoro di preparazione dei cittadini di Taiwan per una possibile invasione dell’Esercito popolare di liberazione, nella speranza di prolungare e sostenere la resistenza di Taiwan. Per esempio Enoch Wu, politico emergente del Partito democratico progressista, ha proposto che Taiwan trasformi le sue riserve militari esistenti al fine di sviluppare un’efficace forza di difesa civile che costituirebbe una resistenza ribelle contro un’invasione. Ma questa proposta non ha avuto molto seguito. La società taiwanese non deve cedere alle tentazioni del compiacimento e dell’indifferenza. Indipendentemente dal fatto che Pechino abbia intenzione o meno di invadere presto Taiwan, i problemi di comunicazione aggravano il rischio di guerra.

Dal momento che Xi ha rifiutato di impegnarsi con la presidente Tsai Ing-wen, il suo approccio unilaterale e non cooperativo potrebbe portare a errori di calcolo, soprattutto in mezzo a tensioni militari. A questo punto, la possibilità che la militanza cinese possa causare un incidente che porti a un lancio di missili è più preoccupante della prospettiva di un’invasione intenzionale. In più, gli Stati Uniti dovrebbero continuare a sostenere Taiwan. Washington dovrebbe inviare il chiaro messaggio che non farà da spettatore. Questa chiarezza strategica degli Stati Uniti, insieme alla prontezza di Taiwan, aiuterebbe a limitare i calcoli di Pechino. Pechino farebbe anche bene a non chiudersi in una situazione in cui tutto quello che succede sembra un chiodo da piantare. Intraprendere una guerra sarebbe disastroso non solo per Taiwan, ma anche per la società cinese, il mondo e forse anche per il mandato di Xi.

Yu-Jie Chen
Assistant Research Professor all’Institutum Iurisprudentiae dell’Academia Sinica di Taipei. Questo articolo è apparso precedentemente su China File, e ripubblicato qui per concessione dell’autrice.

AP Photo/Ng Han Guan

 

Negli ultimi quattro anni, c’è stato un netto cambiamento nella retorica e nelle politiche di Xi Jinping sulla questione di Taiwan. Al 19° Congresso del Partito parlò di “riunificazione pacifica”; lanciato il quadro “un paese, due sistemi”; ha sottolineato il Consenso del 1992; e si è offerto di “rispettare l’attuale sistema sociale e stile di vita a Taiwan” insieme alle opportunità di sviluppo. Oggi, il dialogo attraverso lo Stretto non è un punto di partenza, un numero record di jet dell’Esercito popolare di liberazione stanno entrando nella Zona di identificazione di Difesa aerea di Taiwan e Xi sta esplicitamente collegando la “riunificazione” con il ringiovanimento nazionale.

In parte, questa assertività è un prodotto delle dinamiche politiche interne della Cina. A novembre si terrà il 6° Plenum del 19° Comitato Centrale. Questo incontro getterà le basi per un terzo mandato di Xi come Segretario generale del Partito al 20° Congresso del Partito del prossimo anno, che in teoria sarebbe in contrasto con le norme di successione stabilite. In parte, questo tintinnio di sciabole è la conseguenza della percezione di Pechino che il suo ambiente esterno stia rapidamente diventandole sfavorevole. L’Indo-Pacifico è oggi il centro della competizione geopolitica, con nuovi raggruppamenti che emergono per controbilanciare la Cina. Inoltre, la posizione assolutista di Pechino nei confronti di Taiwan ha portato al respingimento degli Stati Uniti, del Giappone e anche di stati europei più piccoli come la Lituania. L’aggressività di Pechino è, quindi, un messaggio agli altri attori affinché moderino loro politiche. Ma è improbabile che questo atteggiamento sortisca l’effetto desiderato.

Indipendentemente da questo, non ci si dovrebbe aspettare che la leadership cinese cambi rotta in tempi brevi. Sotto Xi, la politica estera cinese è più disposta a tollerare al rischio. Ma, detto questo, un’invasione su vasta scala non è imminente. È probabile che il costo politico sia troppo alto e l’esito incerto. Come ha affermato di recente Xi, durante la commemorazione del 110° anniversario della Rivoluzione Xinhai, “la questione di Taiwan è sorta dalla debolezza e dal caos della nazione cinese e sarà risolta quando il ringiovanimento nazionale diventerà una realtà”. Evidentemente c’è ancora la forza per costruire.

Manoj Kewalramani
Fellow in China Studies al Takshashila Institution, think tank di Bangalore, India, e autore della newsletter Eye on China

Leon Neal/Pool Photo via AP

 

Agli europei non piace la guerra. Dal 1945, per usare la famosa espressione di Robert Kagan, venerano Venere per dimenticare il loro precedente abbraccio appassionato di Marte. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno che le opinioni pubbliche europee siano reticenti all’idea di farsi coinvolgere in una guerra lontana dalla propria base: in un recente sondaggio dell’European Council on Foreign Relations, il 60 per cento degli europei (tra cui 50 per cento dei polacchi, 59 per cento degli italiani e 66 per cento dei tedeschi) ha dichiarato che preferirebbero che il loro Paese rimanesse neutrale in caso di conflitto diretto tra Stati Uniti d’America e Cina – conflitto che, se innescato, probabilmente su Taiwan.

I numeri sono alti su tutta la linea, anche nei paesi più transatlantici del continente. Dopotutto, la Cina e il Pacifico sono molto lontani, e sembrano esserci pericoli più immediati (per citarne alcuni, il comportamento aggressivo della Russia in Oriente, i regolari accenni della Turchia alla politica estera neo-ottomana nel sud-est, le migrazioni, il cambiamento climatico , eccetera.). I ricordi delle guerre in Iraq e in Afghanistan, ovviamente, non aiutano a sostenere una guerra lontana da casa, anche contro un regime totalitario – sia quello di Saddam Hussein, il califfato sognato da Osama Bin Laden o la Cina di Xi. Eppure, tutti questi argomenti mancano di senso, perché in effetti, in caso di conflitto tra Stati Uniti e Cina su Taiwan, l’Europa non potrà permettersi una pretesa neutralità.

Un fatto poco noto sulla neutralità è che, sebbene sia facile dichiararla sulla carta, la sua realtà non può essere decretata da un governo: il Belgio nel 1914 e i Paesi Bassi nel 1939 ne sono esempi istruttivi. L’Europa non può pretendere di stare lontana da un conflitto che alla fine riguarderà gli europei – la Cina dovrà attaccare gli Stati Uniti se vuole invadere Taiwan, e se così sarà, gli Stati Uniti chiederanno aiuto ai suoi alleati europei – se così non fosse in un’Europa così disunita come lo è ora, i risultati sarebbero catastrofici. Come ho spiegato nel mio ultimo libro “Europe Champ de Bataille”, il risultato dell’inazione sarebbe creare uno squilibrio nel sistema diplomatico europeo: con la neutralità decretata ma non attuabile poiché tutti gli Stati membri rimangono sovrani, alcuni paesi saranno tentati di unirsi alla lotta, in cambio di ricompense future. La Cina ovviamente giocherà su questo accordo: poiché tutto ciò che non è un pieno allineamento europeo con gli Stati Uniti sarà considerato un duro colpo per lo Zio Sam, qualsiasi paese che si allineerà con la Cina sarà presentato come una vittoria, tentando così altre élite a unirsi. Il risultato potrebbe essere un effetto valanga, che potrebbe coinvolgere parti del continente. La guerra costringe anche il più riluttante degli attori a schierarsi, e per usare la famosa frase di Trotsky, “puoi non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te”. Se dovesse accendersi un conflitto tra America e Cina su Taiwan, l’Europa non potrà rimanere neutrale.

L’intera questione per i diplomatici europei, ovviamente, è  in primo luogo come evitare la guerra: dopotutto, finché c’è pace, i conflitti rimangono gestibili e non sono necessari schieramenti completi e incondizionati. La domanda, ovviamente, è come mantenere la pace. Alcuni direbbero che la pacificazione è la soluzione più giusta: cercare di trovare un compromesso anzitempo per preservare la pace, anche a un costo elevato, può essere allettante per alcuni. Per i pacificatori, Taiwan sarebbe lontana quanto lo era la Cecoslovacchia negli anni Trenta, e poiché i taiwanesi non negano di essere etnicamente cinesi, si potrebbe essere tentati di lasciarsi andare, nella speranza che una Cina soddisfatta abbandoni il suo comportamento sconsiderato in  futuro.

Il problema è che questa strategia in realtà non funziona mai quando ci si trova di fronte a un paese revisionista che pensa di poterla farla franca con comportamenti avventati a poco prezzo. Naturalmente, l’esempio dei pacificatori di Monaco nel 1938 è più spesso utilizzato per illustrare i pericoli della pacificazione, ma è tutt’altro che un caso isolato nella storia del mondo: la riluttanza di Sparta a intervenire prima che Atene diventasse troppo potente è uno dei meccanismi più importanti della trappola di Tucidide che portò le due città-stato greche alla guerra del Peloponneso. Molto più vicino a noi, quando la Russia ha invaso la Georgia nel 2008, la fretta degli europei di aderire alle richieste del Cremlino ha in realtà incoraggiato Vladimir Putin e il comando militare russo a diventare più aggressivi nei confronti dei loro vicini, portandoli ad invadere l’Ucraina dopo la Rivoluzione del Dignità nel 2014.

Dopotutto, se la Russia può farla franca invadendo (e annettendo) parti della Georgia praticamente a costo zero, perché non dovrebbe tentare la fortuna invadendo e annettendo altri territori, parte di ciò che chiama il suo “vicino all’estero?” (cioè all’estero adesso, ma per un’anomalia da riparare)? Al contrario, l’enorme costo economico che la Russia ha dovuto pagare per il suo comportamento in Crimea e nel Donbass non solo ha indebolito economicamente Mosca, ma ha anche paralizzato il suo budget militare e la sua capacità di agire all’estero, sia corrompendo funzionari pubblici in paesi stranieri sia inviando truppe in nuovi teatri di guerra. Imponendo un costo importante al comportamento della Russia, l’occidente si è assicurato che i responsabili delle decisioni al Cremlino ci pensassero due volte prima di lanciare un altro attacco.

La Cina oggi potrebbe essere nello stesso stato d’animo di Mosca nel 2013. Dopotutto, il Partito comunista cinese ha efficacemente utilizzato la pandemia per reprimere le proteste e imporre il suo ordine a Hong Kong e, come la Russia, sta perdendo la battaglia dei cuori a Taiwan, poiché i taiwanesi stanno decisamente voltando le spalle alla Cina, timorosi come hanno di vedere le loro libertà conquistate a fatica e calpestate dal Pcc. Vedendo che le carote non hanno funzionato, Pechino sta passando ai bastoni e le sue minacce di invasione militare dovrebbero essere prese sul serio: Taipei fa parte di una narrativa più ampia nella visione di Xi Jinping della Cina come leader globale, e se mai dovesse capire che può cavarsela prendendo l’isola con la forza senza dover pagare un costo enorme per questo, coglierà l’occasione.

L’unica opzione per mantenere la pace in quella parte del mondo è quindi quella di mostrare una eguale forza – convincere Xi che il prezzo che dovrebbe pagare per invadere Taiwan sarebbe così grande che non vale la pena correre il rischio. Per fare questo, non c’è altra opzione che mostrare la forza militare, che è ciò che gli Stati Uniti stanno facendo in questo momento. Affrontando i bulli, e in particolare in una posizione difensiva, gli Stati Uniti stanno effettivamente difendendo lo status quo e promuovendo la pace nella regione. Per essere più forti per e con Taiwan, gli americani hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile: una mano che gli europei farebbero bene a offrire se vogliono preservare la pace.

Thibault Muzergues
Analista politico, autore di diversi libri in francese e inglese, tra cui “The Great Class Shift” (Routledge, 2019) e “Europe Champ de Bataille” (Bord de l’Eau, 2021)

Raccolta e traduzione dei testi a cura di Giulia Pompili

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.