Erdogan e Putin durante il loro incontro a Sochi, il mese scorso (foto LaPresse)

Il ballo di Erdogan tra Russia e Nato è sempre più spregiudicato

Luca Gambardella

Mosca congela le sue relazioni con l'Alleanza atlantica e nella nuova crisi diplomatica prova a infilarsi la Turchia, che deve rifare il look alla sua flotta aerea

Lunedì, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha accusato la Nato di avere imposto un “regime proibitivo” ai diplomatici russi impiegati all’ufficio di collegamento presso l’Alleanza atlantica. Per questo, Mosca ha deciso di sospendere a partire dal 1° novembre la sua missione diplomatica al comando degli Alleati di Bruxelles. La ritorsione arriva dopo che, all’inizio del mese, la Nato aveva allontanato otto funzionari russi sospettati di spionaggio. Anche se l’impatto a livello operativo sarà limitato – i singoli paesi dell’Alleanza saranno liberi di dialogare con i russi – il significato dal punto di vista simbolico è notevole. L’ufficio di collegamento di Bruxelles fu creato dopo la Guerra Fredda e  doveva offrire uno spazio di dialogo fra est e ovest. Nei fatti è stato un esperimento fallito, come dimostra la lunga serie di operazioni di spionaggio e controspionaggio fra Nato e Russia negli ultimi anni. “Non aveva senso andare avanti e fare finta che qualcosa in futuro potesse cambiare”, ha sintetizzato Lavrov. 

 

Ma in questo gioco di spie e ritorsioni fra est e ovest ce n’è un altro che riguarda l’industria della Difesa, in cui lo specialista è Recep Tayyip Erdogan. Da anni il presidente turco conduce un gioco pericoloso di equilibrismo: consiste nel presentarsi agli Stati Uniti e alla Russia, di volta in volta, come un alleato indispensabile e nell’usare questa carta per concludere accordi sulle forniture militari. Questo gioco al rialzo si sta replicando adesso, mentre Erdogan si adopera per ammodernare la sua flotta di caccia. Domenica scorsa, il presidente ha rivelato di avere ricevuto un’offerta da Washington: 40 caccia F-16 Block 70 della Lokheed Martin e 80 kit per adeguare l’attuale flotta aerea, come “compensazione” – così l’ha definita – per la mancata consegna dei più avanzati F-35. Nel 2019, a fare saltare l’accordo per i caccia americani fu lo stesso Erdogan che, pur di tenere il piede in due scarpe, acquistò dai russi il sistema antimissilistico S-400, molto efficace proprio contro gli F-35 della Nato. Così, a dicembre 2020, gli Stati Uniti imposero sanzioni all’industria della Difesa turca. 

 

Per Joe Biden non sarà semplice gestire questo dossier. Se anche dovesse decidere di dare il via libera, difficilmente troverà il sostegno del Congresso, cui spetta l’ultima parola e che è schierato su posizioni ostili a Erdogan. I motivi sono diversi, dalle dubbie relazioni turche con la Russia, alle violazioni dei diritti umani in patria e in Siria. Nel caso in cui l’intesa sugli F-16 non dovesse andare in porto, si aprirebbe un’altra crisi in seno alla Nato. L’ha fatto capire il ministro per l’Industria della Difesa, Ismail Demir: “Non abbiamo ancora un accordo con i russi né per i caccia Su-35 né per i Su-57”. Una precisazione non richiesta che conferma l’esistenza di una trattativa parallela con Mosca e che si può tradurre così: se Washington non trova un compromesso ci rivolgeremo ad altri. E’ la seconda provocazione in poco tempo che Ankara lancia agli americani. Il mese scorso, in un’intervista alla Cbs, Erdogan aveva dichiarato di essere pronto ad acquistare altri sistemi S-400 dai russi, perché “nessuno potrà interferire su quale sistema di difesa acquisiremo”. E’ il cuore della sua strategia: oscillare fra Nato e Russia e rivolgersi al miglior offerente, forte del peso politico acquisito su tante crisi nella regione, dal Nagorno-Karabakh alla Siria, passando per il Mediterraneo orientale fino alla Libia e al Sahel. 

  

Al momento però, la Grecia, che è uno dei principali rivali di Ankara, parte da una posizione di vantaggio in termini militari. Dopo l’accordo con la Francia per la fornitura di tre fregate classe Belharra e l’opzione per una quarta entro il 2025 – un pacchetto da 5 miliardi di euro – giovedì scorso Atene ha concluso un altro accordo con gli Stati Uniti. I due paesi hanno reso rinnovabile in modo automatico ogni 5 anni il patto di mutua difesa già siglato nel 1990. I greci hanno anche dato accesso agli americani in due basi militari, quelle di Evros e Xanthi. Il ministro degli Esteri di Atene, Nikos Dendias, ha ricordato come “nel Mediterraneo orientale il nostro paese affronta provocazioni quotidiane e minacce di guerra continue”. Appena ne avremo bisogno – è il suo messaggio alla Turchia – Washington starà dalla nostra parte. 

 

La rincorsa di Erdogan per modernizzare il suo arsenale è  complicata da ragioni di politica interna. Finora i suoi balletti fra Stati Uniti e Russia – accompagnati da massicce campagne di arresti e repressione del dissenso – hanno sempre pagato in termini elettorali, facendo breccia nell’elettorato nazionalista. Ora però le difficoltà economiche in cui versa il paese – con una svalutazione record della lira e un’inflazione galoppante – pesano anche sui sondaggi in vista del voto del 2023. L’ultima indagine demoscopica del centro di ricerca turco Yöneylem ha diffuso delle proiezioni da incubo per Erdogan: se si votasse oggi, il partito di opposizione del Chp, quello dell’attuale sindaco di Ankara Mansur Yavasş, sarebbe avanti rispetto all’Akp del presidente con uno schiacciante 61 per cento dei consensi. Stime da prendere con le molle, considerando che da anni, ciclicamente, Erdogan viene dato per finito. Poi però resta sempre al suo posto, pronto a tirare per la giacchetta americani e russi.

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it