Vent'anni dopo

L'11 settembre visto da Pechino

Giulia Pompili

Per vent'anni la testa e il budget della politica estera americana sono stati concentrati sull'estremismo islamico. Poi è "arrivata" la Cina. Per il Partito comunista questa è l'occasione per fare propaganda contro l'occidente. Una strategia che viene da lontano

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"Vent'anni dopo, le varie fazioni dell'Afghanistan non sono riuscite a raggiungere coesione, ma anzi, hanno visto solo le loro differenze interne ampliarsi. Vent'anni dopo, le organizzazioni terroristiche in Afghanistan non sono state sradicate e anzi, sono state sempre più incoraggiate e dilagano. Vent'anni dopo, al popolo afghano sono stati negati lo sviluppo e la dignità, e il paese è in bilico tra la povertà e l'instabilità". Queste parole le ha pronunciate ieri al Consiglio di Sicurezza dell'Onu Geng Shuang, viceambasciatore alle Nazioni Unite della Cina, diplomatico di carriera che fino all'anno scorso era portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

L'anniversario dell'attacco all'America dell'11 settembre del 2001, per Pechino e per la nuova Cina di Xi Jinping, è un'occasione per sottolineare, da qualunque palcoscenico, che "il modello occidentale ha fallito". Alla base della propaganda cinese, della promozione del “modello di sviluppo con caratteristiche cinesi”, di quasi tutta la politica estera del Partito comunista cinese c'è soprattutto questa contrapposizione, il confronto con l'altro che deve risultare impietoso, a costo di cadere nella trappola della contraddizione (basti pensare al controllo e alla repressione dell'estremismo islamico nella regione dello Xinjiang). 

Per vent'anni la testa e il budget della politica estera americana sono stati concentrati sull'estremismo islamico e la guerra al terrorismo. Poi improvvisamente, con Donald Trump, man mano che gli sforzi militari all'estero diminuivano, aumentava "la minaccia cinese" a Washington. Ed è importante, alla luce degli accadimenti di oggi, ripercorrere quello che è avvenuto nell'ultimo ventennio nella relazione tra la prima e la seconda economica mondiale. 

L'11 settembre del 2001, i rapporti tra Washington e Pechino stavano vivendo una fase molto complicata. La Cina non era la seconda economia del mondo, viveva ancora nel suo “secolo dell'umiliazione” ma sapeva dove voleva e poteva arrivare. Lo sapeva anche l'Amministrazione di George W. Bush. Nell'aprile del 2001 l'analista di affari asiatici e accademico americano John W. Lewis scriveva sul New York Times che la politica estera di Bush aveva una contraddizione di fondo: “Da un lato dice che la Cina è una potenza emergente i cui interessi e obiettivi sono in conflitto con i nostri e le sue ambizioni richiedono un contenimento immediato e a lungo termine. Allo stesso tempo, si lascia intuire che la Cina non sia in grado di affrontare un'America fortemente competitiva”.

Questa ambivalenza – da un lato il “bisogno” della Cina e del mercato cinese, dall'altro il sospetto che la Cina avesse qualcosa da rivendicare nell'ordine mondiale – va avanti praticamente per tutti gli anni Novanta e Duemila. Gli incidenti, diplomatici e non solo, sono frequenti. Nel 1999 avviene qualcosa di incredibile: l'America bombarda, ufficialmente per errore, l'ambasciata cinese a Belgrado. Muoiono tre giornalisti cinesi. E' il tappo che salta, l'inizio della costruzione di tutta una serie di teorie del complotto che contribuiscono ad aumentare soprattutto il sentimento antiamericano. Poi arriva Bush, che accusa la Cina di essere “un rivale strategico” (la storia torna sempre). E il primo aprile del 2001 un altro incidente: un aereo spia americano si scontra con un jet dell'Esercito popolare di liberazione vicino all'isola di Hainan, in Cina, nel Mar cinese meridionale. L'aereo americano è costretto ad atterrare, l'equipaggio di 24 persone viene tenuto in custodia dalle autorità cinesi per 11 giorni, dopo una lunga trattativa di versioni diverse, diplomazie al lavoro, tensioni.

Poi avviene l'attentato terroristico che cambia il mondo. Il presidente cinese Jiang Zemin è uno dei primi a offrire le condoglianze al popolo americano. E' il momento del riavvicinamento: l'America vuole il supporto cinese nella guerra al terrore. Nell'ottobre del 2002 Bush designa l'East Turkestan Islamic Movement un gruppo terroristico: all'epoca è un gruppo che l'America conosce appena, ma per la Cina è importantissimo, perché sono i separatisti dello Xinjiang, gli uiguri. Quasi vent'anni dopo, sarà Donald Trump a cancellare dalla lista dei soggetti pericolosi il gruppo, che nel frattempo ha cambiato faccia e alleanze più volte. Nei mesi successivi all'11 settembre, Pechino ottiene ciò che voleva da Washington. Esattamente due mesi dopo l'attacco alle Torri gemelle, la Cina entra nell'Organizzazione mondiale del commercio (candidatura appoggiata anche dalla vecchia Amministrazione Clinton). Per diversi analisti, è la mossa che permetterà alla Cina di aprirsi – ma solo alle sue regole – al commercio mondiale, e di arricchirsi.

Nel frattempo, riapre l'ambasciata cinese in Afghanistan. La Cina, che nel 1980 aveva appena aperto i suoi rapporti diplomatici con Washington, odiava l'Urss, aveva molte armi sovietiche e aveva contribuito ad armare i mujahedin durante l'invasione russa del paese, nel 2001 non partecipa direttamente alla guerra al terrore. Anzi: mentre gli altri combattono, lei tesse relazioni, apre canali di dialogo, costruisce la sua presenza in Asia centrale sfruttando anche la protezione dell'alleanza internazionale.

E' grazie a questa strategia a lungo termine, una pazienza strategica durata vent'anni, che oggi, dopo l'evacuazione di Kabul, la Cina può restare in Afghanistan e dialogare con i talebani. Alla Cina non interessa chi governa fuori dalla Cina, ma soltanto se gli è amichevole o no, e soprattutto per quanto governa. I diritti umani per il Partito comunista cinese non riguardano i giornalisti picchiati, le donne segregate, ma “il bene della collettività”.  E questo vale soprattutto fuori dai confini cinesi. L'unico islam radicale nemico della Cina è quello che va contro gli interessi strategici cinesi (per esempio, dopo gli attacchi anticinesi in Pakistan). E poi l'East Turkestan Islamic Movement, che Pechino fa coincidere praticamente con tutti gli uiguri: non per una questione di religione, ma di separatismo. La pericolosissima questione dello Xinjiang.

Come ha spiegato a questo giornale l'analista Andrew Small, non è detto che Pechino dia al nuovo Emirato islamico quello di cui ha bisogno (soldi, soldi e ancora soldi). Di sicuro l'anniversario dell'11 settembre è l'ennesimo palcoscenico che la Cina sta usando per costruire la sua propaganda anti-americana.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.