Oltre l'India

Ecco perché c'è una nuova ondata di contagi in Asia

Non è finita finché non è finita. I piani vaccinali a rilento, e con vaccini di scarsa efficacia

Giulia Pompili

India, Nepal, Bangladesh in emergenza. Ma il virus si sta diffondendo più velocemente anche nel sud est asiatico e nei paesi dell'Asia orientale. Non c'entra solo il peso diplomatico, ma soprattutto la campagna di distribuzione dei vaccini

A far paura in Asia non è soltanto la variante B. 1.617.2 del Sars-Cov-2, quella che si trasmette più velocemente e che è stata scoperta per la prima volta in India. Sono anche e soprattutto i contagi del secondo paese più popoloso al mondo, che sembrano inarrestabili, che hanno valicato i confini, in un’area di mondo che vive di migrazioni e spostamenti. Dopo mesi di ritorno alla normalità, a Singapore, la città stato che per diverso tempo era stata indicata come uno dei modelli di contenimento del virus, sono tornate le rigide regole di distanziamento sociale. Non ci si vede nei ristoranti al chiuso, non si può essere in più di due quando ci si incontra, vietate le attività con assembramenti. Poco meno di cento contagi locali, quindi non d’importazione, sono sufficienti per rimettere tutti in allarme. I nuovi focolai sarebbero nati nelle zone dormitorio dei lavoratori stranieri, che vengono soprattutto dalla Cina, dall’India e dal Bangladesh. Il paese che si affaccia sul golfo del Bengala e condivide il suo confine occidentale con l’India, uno dei più poveri dell’area, è diventato un altro epicentro di Covid in Asia: ieri sono stati registrati 1.272 nuovi casi, un record. I morti sono quasi diecimila. L’altro paese dell’area, il Nepal,  è pure in emergenza: il tasso di positività è salito al 45 per cento, rispetto al mese scorso ci sono il 3 mila per cento di casi in più, secondo il gruppo di ricerca Our World in Data. Tantissimi sono i nepalesi e bangladeshi che lavorano in India, e che sono tornati a casa per scappare dai contagi. Ma così facendo hanno portato nelle loro case il virus. 


Nel sud est asiatico la situazione sta peggiorando velocemente. In Thailandia, il primo paese dove nel gennaio del 2020 è stato individuato il virus Sars-Cov-2 fuori dai confini cinesi, e che aveva gestito piuttosto bene tutte le fasi dell’epidemia, lunedì scorso si sono registrati 9.635 casi in più. E’ il numero più alto sin dall’inizio della pandemia, e di questi nuovi contagi più del 70 per cento si è verificato in otto diversi istituti carcerari thailandesi. In Cambogia, Laos e Vietnam con l’aumentare dei contagi sono state aumentate anche le misure di precauzione, soprattutto sono stati intensificati i controlli alle frontiere. Anche in Asia orientale la sensazione di liberi tutti sembra ancora lontana. Secondo i dati ufficializzati ieri l’economia giapponese è rallentata più del previsto, -5,1 per cento rispetto alla contrazione del 4,6 che si aspettavano gli analisti. Dieci prefetture sono ancora in stato d’emergenza. Taiwan, fino a poche settimane fa paese modello per il contenimento, ieri ha registrato 240 casi in più: segnale che il virus sta cominciando a circolare anche sull’isola. Scuole chiuse, frontiere blindate. 


Qual è il problema dell’Asia, che fino a poco tempo fa sembrava aver reagito molto meglio dell’Europa e dell’America alla pandemia? I vaccini. La vaccinazione di massa, che ha dato all’Europa e all’America la possibilità di vedere la via d’uscita dalla pandemia, in Asia sta andando a rilento. Diversi paesi facevano affidamento sulla produzione indiana, che dopo l’emergenza ha fermato le esportazioni. Paesi come il Bangladesh si sono rivolti alla Cina, ma sull’efficacia dei vaccini cinesi, soprattutto nel lungo periodo, non si ha ancora certezza scientifica. Il Nepal – 28,6 milioni di abitanti – ha già ricevuto 3,2 milioni di dosi di vaccini, tra il consorzio Covax e un accordo con l’India per AstraZeneca. Poi ha iniziato a rivolgersi alle aziende cinesi e russe. Per ora è vaccinato solo il 2,5 per cento della popolazione. La situazione vaccini in Thailandia è ancora più complicata: c’è di mezzo il re e alcuni suoi interessi di produzione, e secondo le autorità sanitarie solo 640.000 persone su una popolazione di quasi 70 milioni ha ricevuto due dosi di vaccino. Bangkok ha approvato Moderna, Johnson & Johnson, AstraZeneca e anche Sinovac, nella speranza di raggiungere l’immunità entro l’estate e l’arrivo dei turisti stranieri: impossibile. E non è solo una questione di paesi più deboli dal punto di vista economico o diplomatico: a mancare è anche e soprattutto il lavoro di programmazione e di distribuzione veloce ed efficace. Il Giappone per esempio, terza economia del mondo, aveva promesso di raggiungere l’immunità di gregge attraverso i vaccini in tempo per i Giochi olimpici di questa estate. Per ora, solo l’1,6 per cento della popolazione è vaccinata. I motivi vanno ricercati nell’estrema burocratizzazione del sistema, nella scarsa mobilitazione emergenziale e nell’altrettanto scarsa capacità comunicativa delle istituzioni. 


Secondo diverse analisi l’aver superato le prime ondate senza la violenza drammatica dei contagi di oggi può aver avuto un effetto tranquillizzante per governi e cittadini, che hanno pensato: è finita. Ma lo hanno fatto senza disegnare preventivamente la messa in sicurezza definitiva, il cui unico strumento sono i vaccini. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.