Dosi e diplomazia

La Cina non è più così sicura dei suoi vaccini

Nonostante la campagna contro i vaccini occidentali che va avanti da mesi, adesso Pechino si rende conto che la tecnologia di Pfizer e Moderna offre più immunità

Giulia Pompili

“Sono stato completamente frainteso”, ha detto George Fu Gao, direttore del Centro cinese per il controllo delle malattie. Eppure le sue dichiarazioni sul fatto che i vaccini cinesi sono poco efficaci sono piuttosto chiare

“Sono stato completamente frainteso”. L’uomo più citato in questi giorni dalla stampa internazionale si chiama George Fu Gao, è il direttore del Centro cinese per il controllo delle malattie. Sabato scorso, durante una conferenza stampa a Chengdu per presentare il piano vaccinale cinese, Gao ha detto che “per risolvere il problema dell’efficacia dei vaccini esistenti, che non è sufficientemente elevata”, la Cina sta studiando varie opzioni: regolare il dosaggio, l’intervallo tra le dosi oppure addirittura aumentare il numero di dosi da somministrare. La seconda opzione è mescolare  vaccini che utilizzano tecnologie diverse. Delle dichiarazioni di Gao, riportate anche da giornali cinesi come il South China Morning Post, è stata sottolineata soprattutto la prima frase. Per la stampa internazionale si è trattata di una parziale ammissione, da parte di uno dei responsabili della lotta alla pandemia in Cina, del fatto che i vaccini cinesi non funzionano. 

 
Il giorno dopo, per cercare di correggere il tiro, Gao ha rilasciato un’intervista riparatoria “in esclusiva” al tabloid in lingua inglese Global Times – l’organo ufficiale della propaganda di Pechino nel resto del mondo. Ha detto che le sue parole sono state “completamente fraintese”. In un messaggio scritto all’Associated press, Gao ha sottolineato che stava parlando in generale di tutti i vaccini, e non solo quelli cinesi. Ma restano enormi dubbi sulla reale efficacia dei vaccini cinesi, se non altro perché nessuno di quelli autorizzati dall’istituto guidato da Gao ha ancora pubblicato, in revisione internazionale, gli studi sui cinque vaccini attualmente in uso nella campagna di immunizzazione di massa e usati nella cosiddetta “diplomazia dei vaccini”, cioè in vendita e distribuzione nei paesi con cui Pechino ha ottenuto una corsia preferenziale. Sappiamo ben poco dei tre vaccini con virus inattivati prodotti da Sinovac e Sinopharm, del vaccino a una dose prodotto dalla CanSino e ancora meno dell’ultimo, quello prodotto dal Centro per il controllo delle malattie in collaborazione con l’azienda biofarmaceutica Anhui Zhifei Longcom. I risultati resi noti sugli studi nei diversi paesi dov’è stata eseguita la fase 3 di sperimentazione hanno dato risultati appena sopra il livello consentito dall’Organizzazione mondiale della sanità: il Coronavac della Sinovac in Brasile sarebbe risultato efficace poco più del 50 per cento, in Cile al 56,5 per cento dopo la seconda dose. 

 
Già a fine marzo il Washington Post scriveva che a Singapore il  Coronavac è fermo nei magazzini e la città-stato sta procedendo con i vaccini Pfizer e Moderna. Sempre a fine marzo negli Emirati Arabi un “piccolo numero di persone” è stato richiamato dalle autorità dopo aver già ricevuto la seconda dose di vaccino Sinopharm: la loro carica di anticorpi era troppo bassa, ed è stato necessario inoculare una terza dose. 

 
L’aspetto più interessante delle dichiarazioni di Gao, però, non è tanto l’ammissione di scarsa efficacia da parte dei vaccini cinesi – tanto da richiedere ulteriori somministrazioni – ma l’apertura a una tecnologia che fino a ieri era stata usata dalla propaganda di Pechino per celebrare i suoi successi scientifici, e sminuire quelli degli altri. Quasi tutti i vaccini cinesi usano la tecnologia a virus inattivati, mentre Pfizer e Moderna sfruttano l’Rna messaggero e Astrazeneca e Johnson & Johnson sfruttano un adenovirus vettore. Da mesi, su Twitter, sui media e sui social cinesi, ci sono  accuse da parte anche di figure istituzionali contro il tentativo  dell’occidente “di insabbiare” la pericolosità e i rischi legati ai vaccini Pfizer e Moderna. Perfino Gao, a fine dicembre 2020, aveva detto che era molto “rischioso” usare la tecnologia dell’Rna messaggero. Sabato scorso ha cambiato idea. Addirittura Tao Lina, virologa di Shanghai che era presente alla conferenza stampa con Gao, ha detto che “i livelli di anticorpi generati dai nostri vaccini sono inferiori rispetto ai vaccini a mRna, e anche i dati di efficacia sono inferiori. Credo sia una conclusione naturale che i nostri vaccini inattivati e vaccini con vettori adenovirus siano meno efficaci dei vaccini con mRNA”.

 
Classe 1961, George Fu Gao è un virologo e immunologo laureato alla China Agricultural University. Per tredici anni è passato, da ricercatore e docente, tra Oxford e Harvard, ha accumulato una grande esperienza sulle malattie infettive e in particolare sui virus influenzali. Ha guidato la missione cinese in Africa durante la prima epidemia di Ebola. E’ uno scienziato noto a livello internazionale, tra i più importanti d’Asia. Nel 2017 è stato nominato direttore del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, un organismo che, nonostante la burocrazia e la centralizzazione del sistema di governo autoritario di Pechino, gode di una parziale autonomia. La nomina di una figura così aperta e globalizzata, che aveva lavorato a lungo all’estero, era il segnale di un’apertura anche della Cina al mondo. Con l’inizio dell’epidemia da Sars-Cov2 molto è cambiato. E la responsabilità, per questi funzionari e scienziati, è sempre più quella di far coincidere le loro ricerche con i desiderata del Partito comunista cinese.
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.