Boris Johnson dopo aver ricevuto la prima dose del vaccino AstraZeneca lo scorso 19 marzo (LaPresse)

Incentivi e profitto

Boris Johnson e quella cultura del rischio che ci protegge dai virus

Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi

BoJo ha detto male una cosa vera: solo il libero mercato ci può aiutare con la pandemia

"Il nostro successo con le vaccinazioni lo dobbiamo al capitalismo, all’avidità”. Boris Johnson è stato ricoperto di contumelie per aver detto, male, una cosa vera. I vaccini contro Covid-19 sono stati sviluppati da imprese private che mirano al profitto. Il greed, l’avidità, non è necessariamente l’unico obiettivo che motiva scienziati, tecnici, avvocati e tutti quanti hanno lavorato pancia a terra per centrare il risultato. Ma la ricerca del profitto è il metro sul quale queste imprese verificano il modo nel quale hanno “sistemato” i fattori produttivi. Perseguire il profitto è utile per accordare al meglio i mezzi, indipendentemente da quali sono i fini individuali: il più delle volte, per gli scienziati coinvolti, il desiderio di risolvere un problema. Togliamo di mezzo il greed, l’avidità, il “capitalismo” e parliamo invece di incentivi, profitto e mercato.

 

A queste tre cose dobbiamo noi tutti i vaccini, e Johnson il suo successo in una campagna di immunizzazione che riscatta solo parzialmente una leadership totalmente irrispettosa del più inglese dei princìpi, la rule of law, nella pandemia Covid-19. Sul punto, Johnson ha ragione per tre motivi. Primo. Produrre un farmaco sicuro richiede investimenti nella ricerca preclinica e clinica. Sviluppare una medicina può costare da uno a oltre due miliardi di dollari e servono da 12 a 15 anni da quando il principio di interesse è stato identificato, al momento in cui si va sul mercato. Senza la protezione intellettuale delle invenzioni nessuno investirebbe in una attività ad altissimo tasso di fallimento: su 10 molecole che entrano nella sperimentazione preclinica solo una raggiungerà i malati.

 

Negli Usa, le aziende che aderiscono a PhRMA (la Farmindustria americana) hanno speso più di 77 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo nel 2019. Nessun settore industriale investe quanto quello farmaceutico e la spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta negli ultimi 5 anni fra il 4 e l’8 per cento all’anno a seconda delle aziende. Per quanto possa sembrare controintuitivo (non esortano tutti a sottrarre “la salute al profitto”?), la competizione e il mercato garantiscono lo sviluppo di medicine sempre migliori, che non esisterebbero altrimenti perché nessun governo saprebbe organizzare una attività pianificata di sviluppo e miglioramento di farmaci efficaci. 
Per sviluppare il vaccino in tempi così rapidi Pfizer ha dovuto spostare un gran numero di risorse verso nuove aree di ricerca e trasformare i suoi processi di produzione. Se l’industria farmaceutica è in grado di dedicare risorse alla creazione di un vaccino è perché le imprese hanno realizzato o fatto evolvere un’immensa infrastruttura su larga scala di scienziati, ricercatori, fabbriche, laboratori, fornitori, protocolli, avvocati e tutto il resto. È stato stimato che nei prossimi 4-6 anni le aziende farmaceutiche potrebbero ricavare 150 miliardi di dollari dai vaccini anti Covid. Diversi studi calcolano le perdite economiche causate dalla pandemia in assenza di vaccinazione tra 9 e 13 mila miliardi di dollari. Un elementare calcolo costi/benefici non lascia dubbi su cosa convenga di più.

 

Il fatto che queste aziende siano orientate al profitto condiziona il modo in cui esse valutano prove e risultati, al loro interno. In un anno nel quale le politiche di contenimento per affrontare la pandemia sono andate in larga misura a orecchio, dandosi l’obiettivo di contenere i contagi ma senza avere sin qui lavorato su evidenze davvero solide (altrimenti non avremmo chiusure, ma regole e indicazioni mirate per le singole attività), Big Pharma è stata l’unica a non abbandonare il metodo scientifico e la medicina basata sulle evidenze. Forse anche perché, per rendere conto ai suoi azionisti, ha strutturato processi di valutazione interni fondati proprio su quelle evidenze.

 

Secondo. Eva De Bleeker, sottosegretario belga al Bilancio, ha reso pubblici per sbaglio i prezzi che la Ue si è impegnata a pagare per ogni vaccino: si va dagli 1,78 euro per AstraZeneca ai 15,12 euro per Moderna. La Corte dei conti inglese ha reso noto che per 267 milioni di dosi il Regno Unito pagherà 5,6 miliardi di euro. Come hanno scritto Natale D’Amico e Giovanni Guzzetta sul Dubbio, se Johnson  per ciascun vaccino avesse pagato i prezzi che pagherà la Ue, avrebbe speso meno della metà. L’Ue si è data l’obiettivo di negoziare un prezzo che azzerasse o quasi il profitto dei produttori. È abbastanza chiaro chi abbia creato incentivi migliori: chi ha riconosciuto il diritto di guadagnare, non chi ha cercato di azzerarlo in nome del presunto principio della separazione fra salute e mercato. 

 

 

La reazione europea alla scarsità delle forniture di vaccini è stata di accusare le aziende di non rispettare i contratti. Si è discusso se il contratto con AstraZeneca fosse un impegno a fornire determinate quantità o un accordo affinché l’azienda facesse il “massimo sforzo”. Per i politici e i commentatori che ragionano all’interno di una logica meccanicistica e per i quali fare un vaccino equivale a fare un tondino di ferro, le aziende si sarebbero cautelate restando nel vago. Gli inconvenienti non sono anomali visto che i vaccini sono prodotti biologici complessi: il processo produttivo non sempre fornisce la stessa quantità di vaccino utilizzabile. Sono necessari controlli di qualità rigorosi per garantire che tutti i lotti siano sicuri. Se la qualità non è accettabile, diventa disponibile meno vaccino. 

 

Terzo. Johnson non è l’artefice del successo della campagna vaccinale inglese, che è invece la presidente della task force sui vaccini, Kate Bingham. Bingham ha fatto per tutta la vita la venture capitalist, specializzata proprio nell’investire in nuove imprese delle life sciences. Bingham ha portato con sé un metodo “privatistico” e una solida conoscenza non solo della “scienza” che sta dietro ai vaccini (altamente complessa e accessibile a un numero limitato di persone), ma soprattutto della produzione, della logistica e della distribuzione di prodotti farmaceutici. È questa conoscenza specifica che le ha consentito di disegnare un processo di grande efficacia, basato sulle logiche del business e non sul loro preteso superamento in nome di qualche principio superiore.

 

Libero mercato, scienza e rule of law sono gli algoritmi decisionali dalla cui invenzione è scaturito il mondo moderno, cioè benessere e libertà come nessuno ha conosciuto prima. In molti hanno pensato fosse necessario rinunciarvi, per combattere la pandemia. Invece sono le uniche armi su cui possiamo contare, per tornare a una decente convivenza.

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