Gerusalemme vaccina i palestinesi e l'Anp tiene le dosi per i suoi leader

Dopo il successo degli accordi di Abramo, Gerusalemme potrebbe usare i vaccini per costruire la strada verso una maggiore stabilità nella regione

Micol Flammini

La leadership palestinese da alcuni giorni viene accusata di non aver distribuito i vaccini tra i cittadini più vulnerabili ma di aver pensato prima a vaccinare i funzionari di al Fatah

Domenica Israele inizierà a vaccinare i palestinesi che lavorano  sul suo territorio. Si tratta di circa 120 mila persone ed è già stato tutto organizzato: in poco tempo chi lavora in Israele o Cisgiordania con un contratto regolare potrà essere vaccinato, e potrebbe essere soltanto  un inizio. Gerusalemme è stata a lungo accusata di aver discriminato i palestinesi, di non aver fornito aiuto quando la campagna di immunizzazione di Israele è tra le più veloci al mondo. Ma la salute è di competenza dell’Autorità palestinese, non di Gerusalemme, che tuttavia, dopo alcune discussioni,  ha deciso di procedere, perché gli scambi sono tanti e mettere i lavoratori palestinesi  in sicurezza è anche un fatto di protezione dal virus per tutta la nazione. 


Israele si è mossa, ma è la leadership palestinese a non averlo fatto e anzi da alcuni giorni viene accusata di non aver distribuito le dosi tra i cittadini più vulnerabili ma di aver pensato prima a vaccinare i funzionari di al Fatah. A rivelare come stanno andando le vaccinazioni tra i palestinesi sono stati due alti funzionari e un membro del partito, che hanno raccontato al New York Times come le dosi fossero state destinate anche ai familiari dei leader, alle alte sfere e ai  giornalisti vicini al partito. Nonostante i numeri dei contagi siano molto negativi (i casi da febbraio sono triplicati e il governo ha imposto un lockdown di due settimane)  non è stato fatto il tentativo di accelerare la campagna di vaccinazione e alla notizia delle dosi tolte alla popolazione, i cittadini hanno iniziato ad accusare il governo. La pressione dei palestinesi è stata molto forte e il ministero della Salute ha cercato di dare delle spiegazioni. Ha emanato alcune note, tutte diverse tra di loro, per spiegare che delle dosi ricevute – dodicimila: diecimila dalla Russia e duemila da Gerusalemme – duemila sono state mandate nella Striscia di Gaza e duecento in Giordania e delle restanti 9.800, il 90 per cento è stato  destinato agli operatori sanitari. Poi ha precisato che altre erano andate a lavoratori nelle ambasciate e alla squadra nazionale  di calcio. Se già il comunicato aveva fatto arrabbiare i palestinesi, sapere che altre dosi erano state destinate a membri di al Fatah che non svolgono funzioni pubbliche e alle famiglie ha creato ancora più confusione e rabbia nei confronti del governo. 

 

Secondo l’Oms, i palestinesi dovrebbero ricevere 37.440 dosi di Pfizer-BioNtech e 168 mila di AstraZeneca attraverso l’iniziativa Covax nei prossimi tre mesi; ora l’obiettivo è controllare come verranno utilizzati i vaccini in arrivo, come sarà organizzata la campagna di vaccinazione e soprattutto con quali criteri. I  palestinesi hanno chiesto che venga pubblicata una lista con  i nomi di chi ha già ricevuto il vaccino e di procedere al più presto con l’indicazione  di chi ne avrà diritto non appena arriveranno nuove dosi.

 

Il dibattito sulla necessità di usare alcune delle dosi per immunizzare i palestinesi è  diventato sempre più rumoroso in Israele, “Il messaggio è molto semplice, siamo un’unica unità epidemiologica. per quanto possiamo dobbiamo aiutarli”, ha detto al Times of Israel l’ex direttore generale del ministero della Salute, Moshe Bar Siman-Tov. Ma al di là delle necessità sanitarie, che sono in questo momento le più urgenti, c’è anche una questione più ampia che si inizia a discutere sulle testate israeliane. Con la sua grande capacità di condurre una campagna di vaccinazione efficientissima, Israele si ritrova tra le mani anche uno strumento di soft power. Dopo il successo degli accordi di Abramo, Gerusalemme potrebbe usare i vaccini per costruire la strada verso una maggiore stabilità nella regione. Il virus ha messo in evidenza le carenze delle leadership sia di Teheran sia dell’Autorità palestinese: destinare le dosi in eccesso a palestinesi e iraniani  potrebbe creare un legame diretto tra Gerusalemme e le popolazioni che in questi mesi hanno visto con più chiarezza tutte le insufficienze  dei loro regimi. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.