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L'effetto della propaganda del Cremlino sullo Sputnik V
L’Ema incontra i russi per parlare del loro vaccino, ma c’è diffidenza e, mentre nemmeno Putin lo fa, la sua corsa è frenata dalla campagna geopolitica
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23 JAN 21

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, è stata tra i primi europei a dire che, con un’approvazione dell’Ema, si sarebbe anche potuto pensare a un’intesa su produzione e utilizzo del vaccino russo Sputnik V in Europa. Questa settimana, come l’Ema ha confermato al Foglio, c’è stato un incontro tra il gruppo che ha sviluppato il vaccino, che ha presentato una richiesta di consulenza scientifica, e l’Agenzia europea per i medicinali. I risultati della ricerca potrebbero arrivare per fine gennaio ma c’è chi, come il premier ungherese Viktor Orbán, ha già autorizzato la distribuzione dello Sputnik V basandosi sui risultati dei test clinici svolti in Russia e su una valutazione di esperti ungheresi. Mentre si attendono le raccomandazioni dell’Ema e si apre uno spiraglio di fiducia nei confronti del vaccino russo, Mosca deve però raccogliere i pezzi di quella che è stata una campagna promozionale sbagliata, basata più sulla propaganda che sui risultati scientifici. Il Cremlino si è a lungo lamentato della cattiva pubblicità che veniva dai paesi occidentali, ma fino a ora non aveva accettato di condividere i risultati del suo prodotto.
Eppure lo Sputnik V è meno caro degli altri vaccini, costa poco più di otto euro a dose, e non ha bisogno di condizioni di trasporto e mantenimento speciali. Quindi potrebbe sembrare un vaccino vantaggioso, ma di cui si fidano in pochi, perché se ne è molto parlato ma senza risultati alla mano. Ad aver rovinato il successo del vaccino russo è stata proprio la pubblicità. La fretta con cui il Cremlino ha presentato l’immunizzazione, l’insistenza con cui ha sottolineato il suo primato, la forte carica propagandistica e geopolitica hanno fatto fare a tanti paesi un passo indietro. In Russia le vaccinazioni sono iniziate prestissimo, ma si è trattato comunque di una rincorsa: il Regno Unito aveva annunciato l’inizio della campagna di vaccinazione per il 7 dicembre e il Cremlino aveva deciso di anticiparlo, proponendo il via alle somministrazioni per lo stesso fine settimana. Non che al Regno Unito interessasse, ma dopo aver annunciato per primo la registrazione del vaccino, il Cremlino non poteva arrivare secondo all’inaugurazione della campagna di vaccinazione. Ma in questa gara la Russia ha corso da sola e rincorso se stessa e al via delle somministrazioni la fiducia dei russi era molto bassa. Ora si sta rafforzando anche se continua a mancare l’esempio dall’alto: tra i funzionari russi soltanto il ministro della Difesa Shoigu si è fatto vaccinare, Vladimir Putin ancora no, ma nel frattempo ha parlato di uno Sputnik light, una singola iniezione che dovrebbe consentire di sopperire ai problemi di capacità produttiva.
Lo Sputnik V sta pagando la sua rapida promozione e l’aggressività con cui è stato presentato. La Russia ha perso l’occasione di potersi davvero dimostrare competitiva, e la corsa ai paesi emergenti potrebbe vincerla la Cina con dei vaccini che finora hanno mostrato dei risultati dei test confusi e contraddittori, ma si è tenuta fuori dalla propaganda. Una eventuale valutazione positiva dell’Ema potrebbe aiutare lo Sputnik V a riconquistare fiducia, ma intanto la Russia cerca di adottare una nuova strategia comunicativa con l’altro vaccino registrato, sviluppato dai laboratori Vektor in Siberia.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)