L’isteria del Cremlino contro Navalny
Putin, che sembra sempre di più "il nonno nel bunker", vorrebbe che i russi si dimenticassero dell'oppositore, condannato a trenta giorni di carcere durante un processo arbitrario. Restituendo l'immagine di un potere arrogante e fragile, il presidente sta ottenendo il risultato contrario
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18 JAN 21

Alexei Navalny è stato condannato a trenta giorni di carcere. Se la vicenda fosse un racconto di Gogol’ – che tanto amava sbeffeggiare la Russia dei suoi tempi, era la prima metà dell’Ottocento, la sua burocrazia arrugginita e la sua amministrazione lenta – avrebbe una struttura narrativa perfetta, capace di restituire al lettore l’immagine di una nazione confusa e caotica, dove le decisioni vengono prese in modo arbitrario da giudici, poliziotti e avvocati goffi e ottusi. Ma la vicenda di Navalny è vera e fuori dalla finzione un potere goffo è invece spesso più pericoloso. Gogol’ non c’entra, la Russia è quella del 2021, al Cremlino c’è Vladimir Putin, e Alexei Navalny è stato sottoposto a un processo arbitrario appena rientrato dalla Germania, dove era stato portato ad agosto per essere curato dopo un tentativo di avvelenamento.
Attorno a Navalny sta crescendo l’interesse, per sabato prossimo i suoi sostenitori hanno annunciato una manifestazione contro il suo arresto, che si basa su un pretesto: Navalny si sarebbe dovuto presentare davanti a un giudice di sorveglianza nei mesi scorsi per una vecchia condanna, ma durante il suo soggiorno in Germania non l’ha mai fatto. Il paradosso più grande però è che la visibilità dell’oppositore nelle ultime ore è stata ingrandita dal Cremlino, che domenica ha fatto di tutto perché Navalny non fosse accolto in Russia come un eroe e, nel far di tutto, ha reagito in modo spropositato, rendendo il ritorno dell’oppositore più visibile ai russi. Gli arresti dei suoi sostenitori e collaboratori e la deviazione del volo dall’aeroporto di Vnukovo a Sheremetyevo hanno restituito l’immagine di un potere arrogante e anche fragile. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha poi provato a recuperare, a mostrare indifferenza chiedendo: “Non sono aggiornato, è stato arrestato in Germania?”. Poi ha annullato la conferenza stampa prevista. Il ministero degli Esteri, Sergei Lavrov, ha cercato di usare il cliché della montatura occidentale, ma le forze speciali, le facce attonite della polizia, il processo improvvisato erano tutti parte dell’isteria del Cremlino che non sa come trattare gli oppositori e se un tempo, almeno a parole, ostentava indifferenza, adesso non ne è più capace.
La debolezza porta a reazioni sconclusionate, e Navalny, che è giovane, è energico e anche coraggioso, sta riuscendo, dopo l’avvelenamento e con la decisione di rientrare in patria, ad attirare su di sé il favore di tanti piccoli pezzi di opposizione un tempo critici nei suoi confronti. Più Navalny decide di rischiare, più Putin, un tempo famoso per il calcolo e la freddezza, sembra andare in confusione. Il presidente russo sembra non tollerare più il rischio e per questo ha reagito in modo isterico: i video della polizia che girava per l’aeroporto di Vnukovo senza sapere cosa fare ne sono la dimostrazione. Putin chiama Navalny “il paziente di Berlino”, ma Navalny chiama Putin “il nonno nel bunker”, perché per paura di essere infettato si è nascosto dal virus e accetta di vedere soltanto chi si sottopone a un isolamento di quattordici giorni.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)