La Cina manda gli uiguri nei campi di cotone

La guerra alla povertà di Pechino passa anche attraverso una serie di politiche tipiche dei modelli autoritari. E' l'esempio del cotone che viene raccolto nella regione autonoma dello Xinjiang: non c'è solo l'economia in ballo, ma anche il controllo delle minoranze. Oggi ne discute l'Ue
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17 DEC 20
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Uiguri si riposano dal lavoro nei campi il 9 settembre 2016 nella contea di Turpan, nella provincia occidentale dello Xinjiang (Kevin Frayer/Getty Images)

Quando il presidente Xi Jinping annuncia al mondo la sconfitta della povertà in Cina non dice il falso. Negli ultimi quarant’anni, attraverso i piani economici a tappe forzate, milioni di cinesi sono usciti dalla povertà assoluta. Il benessere economico della Cina è alla base del patto sociale tra cittadini e Partito comunista, ed è quindi uno degli obiettivi principali di Pechino, ma arriva anche (se non soprattutto) attraverso l’utilizzo di metodi autoritari, esposti sempre più spesso dalla stampa e dai media internazionali. Se i campi di cotone in occidente evocano immagini di schiavitù, in Cina il lavoro forzato e massacrante della raccolta a mano del cotone è ancora una realtà.
Succede nello Xinjiang, la regione autonoma a maggioranza uigura – una minoranza turcofona e musulmana che il governo centrale di Pechino controlla in modo speciale da anni, ufficialmente per “combattere l’estremismo religioso”, in realtà per evitare un ostacolo alla omogeneità delle etnie, specialmente quelle con vocazioni religiose. Nello Xinjiang, “oltre ai campi di detenzione, in cui si ritiene che sarebbero detenuti più di un milione di persone, è stato documentato che molti uiguri sarebbero costretti a lavorare nelle fabbriche tessili”, ha scritto in un lungo reportage il corrispondente dalla Cina della Bbc, John Sudworth. “Il governo cinese nega tali affermazioni, e insiste sul fatto che i campi sono ‘scuole di formazione professionale’ e le fabbriche fanno parte di un massiccio e volontario programma di ‘riduzione della povertà’”.
Eppure, secondo nuove prove, che comprendono l’analisi delle immagini satellitari e documenti governativi trafugati, farebbero pensare che più di cinquecentomila uiguri, ogni anno, vengano “indirizzati alla raccolta stagionale del cotone” in condizioni simili alla coercizione. Da quando la questione dello Xinjiang è tornata sulle pagine dei media di tutto il mondo, la comunità internazionale è tornata a occuparsene anche con azioni concrete.
L’Amministrazione Trump negli ultimi mesi ha imposto diverse sanzioni contro funzionari cinesi, e oggi il Parlamento europeo discuterà una risoluzione urgente proposta dall’eurodeputato dell’S&D Raphaël Glucksmann. (ecco il testo) Qualche giorno fa a Liberation Glucksmann ha detto: “La mancanza di reazione internazionale ha permesso al regime cinese di andare sempre più avanti nella repressione, credendo che non dovrà mai subirne le conseguenze”. Alla luce delle nuove notizie che arrivano dai media internazionali, è possibile che l’Ue questa volta faccia qualcosa.
Lo Xinjiang è la regione da cui arriva il venti per cento del fabbisogno globale di cotone, l’84,9 per cento del fabbisogno in Cina. Il fatto che il cotone dello Xinjiang sia raccolto a mano lo rende di altissima qualità ma anche molto costoso. Il governo ha cercato di modernizzare la raccolta per rendere il prezzo del cotone dello Xinjiang più competitivo, si legge nel report del Center for Global Policy americano firmato da Adrian Zenz, uno dei più famosi esperti di Xinjiang. Nel 2019 la meccanizzazione ha raggiunto l’83 per cento dei campi dell’area, ma nel sud dello Xinjiang resiste la coltivazione a mano, tanto che lo scorso anno poco più del 30 per cento della produzione è stata fatta con le macchine. Dietro all’organizzazione del lavoro c’è la Xinjiang Production and Construction Corps (Xpcc), l’organizzazione paramilitare fondata negli anni Cinquanta da Mao Zedong per lo sviluppo economico della regione e per favorire “l’armonia etnica”. A luglio l’America ha usato il Magnitsky Act per imporre sanzioni contro lo Xpcc, accusato di abusi contro gli uiguri e le altre minoranze nello Xinjiang. Negli ultimi mesi molte case di moda, tra cui l’internazionale H&M, hanno annunciato di non comprare più cotone dallo Xinjiang. I documenti governativi visionati da Adrian Zenz e dalla Bbc e poi confrontati con le notizie di stampa locali “mostrano che nel 2018 le prefetture di Aksu e Hotan hanno inviato 210.000 lavoratori ‘tramite trasferimento di lavoro’” per lavorare per lo Xpcc. “In Cina il ‘trasferimento di manodopera’ in seguito a un ‘surplus di manodopera rurale’”, si legge nel report del Center for Global Policy, “si riferisce al trasferimento di lavoratori rurali”, per esempio agricoltori o pastori, “a lavori salariati nel settore manifatturiero, nei servizi o lavori agricoli stagionali retribuiti come la raccolta del cotone, poiché questo si traduce in un reddito salariale misurabile”. Questo dà modo al governo locale di misurare gli obiettivi di riduzione della povertà, che altrimenti sarebbe troppo complicato da prevedere. Spesso i trasferimenti comportano un trasferimento fisico. Ma nello Xinjiang non c’è solo il motivo economico: “Un obiettivo chiave è mantenere occupate e sorvegliate le minoranze. Gli operai per esempio vivono e lavorano in complessi sicuri, ambienti che sono più facilmente controllabili dallo Stato rispetto ai pastori o agli agricoltori”.
Nigel Adams, ministro per l'Asia del governo di Boris Johnson, ha detto in Parlamento che "le prove del lavoro forzato uiguri nello Xinjiang e in altre parti della Cina sono credibili, stanno crescendo e preoccupano molto il governo britannico".