Dentro la fiacca e surreale convention democratica

Dai discorsi di Bernie Sanders e Michelle Obama alla manciata di repubblicani pro Biden. La prima giornata di un format ordinato ed elegante ma noioso, lento e paludato
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18 AUG 20
Ultimo aggiornamento: 10:00 AM | 22 OCT 20
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Foto Ansa

Cosa ricorderemo del primo giorno di questa strana (anzi, diciamolo: surreale) convention democratica? Varie cose.
 
 
1) La fiacchezza, prima di tutto

Si può sostituire un evento che, per definizione è fatto di gente, casino, odore di pop corn e di hot dog, calca, caffè e piedi pestati, come una convention, con una lunga trasmissione in streaming? La risposta, da ieri lo sappiamo è ‘No’. Non è detto, attenzione, che la formula non funzioni (quattro giorni di trasmissioni aperte a tutti e trasmesse in tv allargheranno senza dubbio la platea). Solo che il format è noioso, lento, paludato. Niente a che fare con le convention chiassose e un po’ zarre cui ci siamo abituati negli ultimi anni: una via di mezzo tra una sagra di paese e il Festivalbar.

 

La convention del 2020 è un inedito assoluto: niente applausi, niente palloncini, niente tifoserie, ma solo un’ordinata sequenza di interventi in streaming, alcuni registrati, altri dal vivo, per lo più ripresi in ben arredati soggiorni, intervallati dalle brevi introduzioni di una misuratissima e castigata Eva Langoria di bianco vestita (il bianco, è bene ricordare, era uno dei colori simbolo delle suffragette) e da video motivazionali molto efficaci ed enfatici che, di volta in volta, deprecavano i fatti degli ultimi disastrosi mesi (su tutti quello di Philonise Floyd, il fratello di George Floyd) e, dall’altro, lodavano la bontà della proposta Biden (bellissima l’intro).
 
Tutto molto ordinato, tutto molto studiato, tutto molto elegante. Bello, ma non ci vivrei.
 
 
4) Il discorso di Michelle Obama
 
Michelle Obama non è una politica. Non è mai stata candidata a niente e mai verosimilmente lo sarà. Ma il discorso più potente, efficace e coinvolgente è stato il suo. Un discorso allo stesso tempo pacato e accorato, carico di sdegno e impegno, popolare ed elegante, caloroso e determinato, ironico e rigoroso. Quindici minuti perfetti nei quali l’ex first lady ha parlato di Trump e della sua inadeguatezza (‘ha avuto l’occasione di dimostrare di essere all’altezza del suo compito, non lo ha fatto: la presidenza non cambia ciò che sei, ma rivela chi sei in realtà’); in cui ha ripreso le fila del suo discorso del 2016 ripartendo da ‘When they go low, we go high’, dicendo che “anche se gli altri vanno sempre più in basso, vale comunque la pena di volare il più alto possibile, perché è in ogni caso la cosa migliore e la più giusta da fare”; si è rivolta alla comunità nera, dicendo che serve mobilitazione ed entusiasmo, come nel 2008 e nel 2012, che serve registrarsi per tempo (ha spiegato passo passo la procedura) e che, se non si riesce a votare per posta occorre armarsi di scarpe comode, mascherina e panini, per mettersi in fila per ore per votare. Un discorso, il suo, di reale unità. Capace di parlare a tutti: repubblicani e democratici, ricchi e poveri, bianchi e minoranza.  Un discorso concreto e idealista che profumava di futuro, di speranza, di fatica e di impegno. Di dovere per un ideale. Un discorso che, non a caso, è stato fatto da una donna. Perchè le donne, di futuro, di speranza, di fatica e di impegno se ne intendono di più.