Il miglior discorso di Biden, nell'ultimo giorno di convention

Luciana Grosso

Incisivo, efficace e convito. Il candidato dem mette da parte Trump e racconta quella che potrebbe essere la sua, di presidenza

E quindi finisce così la convention dei democratici americani. Finisce nella noia di interventi per lo più piuttosto fiacchi e dimenticabili (da segnalare solo uno scambio di facezie tra Cory Booker e Bernie Sanders: “Why my girlfriend likes you more than she likes me?” “Because I’m hotter than you”); finisce tra le battute un po’ stridenti della presentatrice della serata (Julia Dreyfus: icona della comicità dem, protagonista di Seinfeld e del bellissimo Veep), impegnata nel surreale compito di scaldare una platea vuota. Finisce all’indomani della pubblicazione di alcuni sondaggi che danno il consenso di Biden in calo. Finisce il giorno dell’arresto per frode di Steve Bannon, stratega della campagna di Donald Trump nel 2016. Finisce il giorno dell’avvelenamento di Naval'nyj, in Russia. Se in cielo c’è un montatore o è molto bravo, o è molto pazzo.

      

Tra le cose emerse da questa ultima sera di convention di cui parleremo ancora nei prossimi mesi di campagna elettorale, ne segnaliamo tre.

  

1 - Il discorso di Joe Biden


Come da prassi, il candidato Joe Biden, ha tenuto il discorso di chiusura. In pratica (di nuovo, come da prassi) si è trattato della prima volta che il candidato ha preso davvero la parola in questa lunghissima quattro giorni. Nel farlo, Biden ha fatto quello che nessuno dei retori aveva fatto sino ad ora: ha ignorato Donald Trump. Non lo ha mai nominato esplicitamente e ha fatto solo un rapido cenno a quanto tossica e inadeguata sia la sua presidenza. Niente di più. Come se Biden (o chi gli ha scritto il discorso) avesse capito che la pars destruens è solo metà della campagna, e che, per vincere, ne serve anche una construens. Come se Biden (o chi gli ha scritto il discorso) avesse capito che la campagna elettorale dei prossimi mesi rischia di morire di asfissia se dovesse scegliere solo di demonizzare Trump, il suo ciuffo e le sue malefatte. Come se Biden (o chi gli ha scritto il discorso) avesse capito che alle persone, agli elettori, devi offrire qualcosa di più dell’essere il meno peggio.

Così Biden ha trascurato Trump e fatto un discorso programmatico di quella che potrebbe essere la sua, di presidenza, snocciolandone i punti: lotta al Covid-19 e alla crisi che ha portato con sé, prima di tutto, ma anche sanità pubblica, accesso allo studio, diritti civili, trasporti, ambiente, tutela degli anziani e delle nuove famiglie. Ma soprattutto lavoro: Biden ha promesso di creare 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell'energia pulita e di garantire la parità salariale. 


Un programma che ammicca molto alla sinistra del partito. Il che è anche logico, visto che di corteggiare il voto dei più moderati tra i repubblicani, nei tre giorni precedenti, si sono occupati Barack Obama & co. 

   

2 - La sorpresa Biden

Non c’è tanto da girarci intorno: Joe Biden non è un leader di grande carisma. Al suo arco, magari, può avere altre frecce (la concretezza, la mediazione, la solidità, una mai messa in dubbio - se non da qualche buontempone sui social - onestà), ma non è un retore trascinante.


E - sia chiaro - non è colpa della balbuzie con cui Biden fa a cazzotti da quando è nato, ma proprio di personalità, di visione, di tono di voce, di espressività. Biden sa parlare, ma non è bravo a parlare. Non solo. Negli scorsi mesi di primarie Biden è parso, anche ai suoi sostenitori più sinceri, stanco, fiacco, forse persino confuso (tanto che il sempre delicatissimo Trump aveva iniziato a parlare esplicitamente di demenza senile). Invece, in quello che è stato forse il miglior discorso della sua vita e di sicuro il importante, Joe Biden è parso incisivo, efficace, convinto (che è cosa più importante di convincente), chiaro, preciso, incalzante. Certo, il suo discorso non conteneva i voli retorici di Barack Obama, ma quelli, si sa, li fa solo Barack Obama. Non conteneva il calore empatico di Bill Clinton, ma quello si sa, ce l’ha solo Bill Clinton. Non era mosso dalla sorda urgenza di Hillary Clinton, ma quella, si sa, ce l’ha solo Hillary Clinton. Però era un discorso saldo e concreto. Il che, per ora, è il massimo che c’è.


3 - La storia di Biden

Buona parte del quarto giorno (che la si possa chiamare 'puntata'?) della convention ha ruotato attorno alla storia personale e umana di Joe Biden, con interventi di amici, figli, nipoti. Per certi aspetti è normale: perché un uomo di 78 anni ha più vita alla spalle di quanta ne abbia dinanzi. Per altri è straordinario, perché la vita di Joe Biden è stata parecchio fuori dal comune, tutta in salita: balbuziente, senatore a 29 anni, vedovo, sempre a 29 anni, dopo aver perso la moglie e la figlia in un incidente, senatore per più di trent'anni, vice presidente per otto, e infine padre sopravvissuto al figlio maggiore Beau. Tanta roba. Per questo è giusto e prevedibile che la campagna punti sulle sue vicende personali per scaldare i cuori. Per questo è giusto e prevedibile che il suo staff insista sulla sua storia, fatta di mille cadute e mille ripartenze, visto che Trump, dal canto suo, di storia personale ne ha una pessima. Ne sentiremo parlare molto. 

Così, a sipario calato su questa strana Convention alla quale non è convenuto nessuno, non resta che aspettare l’inizio vero della campagna elettorale che sarà, grosso modo, fra due settimane, ossia dopo la Convention repubblicana.  I democratici hanno scoperto le loro carte. Vedremo, settimana prossima, quali saranno le carte dei repubblicani.