La vicepresidente tech. Kamala Harris piace alla Silicon Valley

La scelta di Joe Biden tranquillizza i settori del business che temevano l’arrivo di un radicale. Un ritratto di Kamala Harris, moderata ma inflessibile con Zuckerberg
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12 AUG 20
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(foto LaPresse)

Poco dopo l’annuncio che Joe Biden avrebbe scelto Kamala Harris come candidata vicepresidente, Sheryl Sandberg, la numero due di Facebook e la donna più potente della Silicon Valley, dunque una delle donne più potenti del business americano, ha scritto sulla sua pagina personale un elogio del coraggio e dell’ambizione della senatrice, che è la prima donna nera in un ticket presidenziale.
Sanders, che negli anni Novanta ha lavorato per Larry Summers al dipartimento del Tesoro nell’èra Clinton, è una delle più famose democratiche dell’industria tech americana. Nel 2016 era tra le candidate favorite per diventare segretario del Tesoro di Hillary Clinton, ma in questo ciclo elettorale è rimasta silenziosa. Il clima nel Partito democratico è diventato ostile nei confronti della Silicon Valley, molti dei candidati hanno promesso di scorporare le compagnie come Facebook e Amazon, perfino un centrista come Joe Biden durante la campagna per le primarie aveva fatto dichiarazioni durissime contro il settore tech, e non dava garanzie che con lui alla Casa Bianca il business avrebbe potuto prosperare. La scelta di Harris, pare, fornisce queste garanzie.
L’apprezzamento per Harris è diffuso in tutti i settori dell’economia. Fra tutte le possibili candidate alla vicepresidenza, sui temi economici la senatrice californiana è una delle più moderate, e nel corso della campagna per le primarie è stata attenta a presentarsi come certamente progressista, ma pro business.
Anche Harris, come tutti i candidati democratici compreso Biden, ha proposto di aumentare le tasse alle grandi aziende e ai cittadini più abbienti, e ha perfino proposto una tassa sulle transazioni finanziarie. Ma le sue posizioni sono distanti anni luce da quelle radicali di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Andrew Ross Sorkin, uno dei principali analisti economici del New York Times, ha scritto ieri nella sua newsletter Dealbook che Harris è “un vicepresidente che il grande business può sostenere”, mentre Brian Schwartz di Cnbc ha telefonato ad alcuni grandi operatori della finanza, tutti entusiasti.
Charles Myers, il fondatore di Signum, una grossa agenzia di consulenze a Wall Street, ha detto: “I nostri clienti volevano sapere se Biden sarebbe rimasto al centro, e la scelta di Harris lo conferma”. Questo è un ottimo segnale per le donazioni alla campagna dem.
Ma è soprattutto con la Silicon Valley che Harris, nata a Oakland, ha il rapporto più stretto. Lo scorso agosto, quando era ancora candidata alle primarie, un lungo articolo pubblicato su Politico ha raccontato come la sua carriera politica, dapprima come procuratore distrettuale di San Francisco e poi come procuratore generale della California, sia stata sostenuta dalle famiglie imprenditoriali della vecchia guardia, quelle che hanno fatto i soldi a San Francisco prima dell’arrivo dei giganti tecnologici.
Quando poi la Silicon Valley ha fatto il boom, Harris ha intrecciato ottimi rapporti con i dominatori tech californiani e, come ha scritto Theodore Schleifer su Recode, la lista dei suoi principali donatori negli ultimi vent’anni è un elenco stellare di imprenditori tecnologici. Ci sono Marc Benioff, il fondatore di Salesforce, che ha detto che Harris “è una delle persone più oneste che abbia mai incontrato”; Sean Parker, il cofondatore di Napster e primo presidente di Facebook, che ha invitato Harris al suo matrimonio; Brian Chesky, il ceo di Airbnb; Laurene Powell Jobs, la vedova del cofondatore di Apple Steve Jobs, che ha chiesto ad Harris di accompagnarla in alcune conferenze pubbliche; e ovviamente Sheryl Sandberg.
Durante la campagna per le primarie democratiche, mentre tutti i candidati si esprimevano con toni bellicosi contro la Silicon Valley, Harris ha spesso glissato sul tema. Ha ripetuto più volte che il settore tecnologico ha bisogno di regolamentazione, ma non si è spinta a fare proposte aggressive in tema di Antitrust. In questo, è più moderata perfino di Biden, che disse di voler revocare la sezione 230 del Communications Decency Act, una delle principali protezioni legali delle piattaforme di internet. Ciò non significa che Harris è debole con l’industria tech.
Quando Mark Zuckerberg testimoniò davanti al Congresso due anni fa, fu lei a condurre uno degli interrogatori più tosti, e come procuratore generale della California è stata molto dura contro Uber, per esempio.
La sinistra radicale ha già cominciato ad attaccare Harris per la sua vicinanza alla valle: sul magazine Mother Jones, Kevin Drum ha scritto sarcastico che “I gigamiliardari tech adorano Kamala Harris”, lasciando intendere sudditanza nei confronti dei cattivoni capitalisti. Ma l’opinione più interessante è probabilmente quella di Roger McNamee, uno dei primi investitori di Facebook che poi si è trasformato in un critico feroce dell’azienda.
Secondo lui, Harris potrebbe essere per il mondo tecnologico americano quello che Nixon è stato per la Cina. Proprio come il presidente repubblicano fu l’unico in grado di convincere Mao Zedong ad aprire il paese al mondo, così la credibilità di Harris nella Silicon Valley potrebbe consentirle di portare avanti le riforme e la regolamentazione di cui il settore ha un gran bisogno.