Il grande assalto islamista all’Europa assuefatta. Forum
Intellettuali americani su un continente che chiede solo di “morire in pace”. Parlano Thornton, Weigel, Berman e Novak.
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11 AUG 20

Roma. “Non riesco a cancellare dalla mia memoria le esplosioni dei due aerei che si schiantano contro le Torri gemelle di New York e la perdita di vite americane a Washington, tra cui quella di una mia cara amica, la giornalista Barbara Olson”. Si apre così, legando gli 84 morti di Nizza ai tremila americani, la conversazione con il Foglio di Michael Novak, filosofo, politologo ed ex ambasciatore americano al Consiglio dei diritti umani di Ginevra. “Mai quanto oggi, dalla Seconda guerra mondiale, l’occidente è stato senza guida. Ma in occidente, il fuoco della libertà arde nel cuore. E quando gli occidentali ne hanno avuto abbastanza, alcuni hanno cominciato a soffiare sulla brace facendo ardere di nuovo la brace. Non è l’ora di questo ‘abbastanza’? Sta agli occidentali decidere se vivere liberi o cadere prostrati. E’ sempre possibile che gli occidentali spengano la propria luce interiore. Ma soltanto loro possono farlo”. Già, che destino ha di fronte l’Europa e come ci siamo arrivati? Ne parliamo con quattro fra i massimi intellettuali americani.
“Oggi non c’è alcuna volontà politica di fare la guerra all’Isis”, dice al Foglio Bruce Thornton, docente di Studi classici alla California State University, affiliato al pensatoio di Stanford, la Hoover Institution, liberale straussiano autore di “Greek Ways: How the Greeks Created Western Civilization” e di “Bonfire of Humanities”. “Richiederebbe centomila soldati, il massiccio bombardamento per eliminare i jihadisti, l’abbandono di regole di ingaggio che privilegiano le vite del nemico alle nostre, essere in grado di rispondere alla critica globale sulle vittime civili, aumentare la sorveglianza e le deportazioni e chiedere pubblicamente che le comunità musulmane in occidente sconfessino il jihadismo e la sharia”. Ma secondo Thornton, al di là dei mezzi da dispiegare, è culturale l’afasia. “Il prestigio dell’occidente è a brandelli, perché i nostri alti ideali sono visti come debolezza dai jihadisti e come segni di corruzione religiosa e mancanza di qualsiasi altro bene superiore che non sia il nostro piacere. Non scompariremo in guerra, ma noi e i nostri figli, supponendo che ne avremo ancora, passeremo attraverso una lenta erosione della nostra libertà e cederemo sempre più della nostra civiltà al Califfato”.
Potrebbe l’Europa sopravvivere a un disimpegno americano, avviato da Obama e minacciato anche da Trump? “Solo se ricordasse la propria gloriosa storia e cultura, smettendo di fare i ‘pigmei militari’, come ha detto il capo della Nato Lord Robertson”, continua al Foglio Bruce Thornton, classicista della California State University. “Sotto Obama, gli Stati Uniti hanno tagliato la spesa militare, revocato la leadership da tutto il mondo, e perseguito una politica estera basata sulla debolezza, il tutto incipriato con il pensiero magico dell’‘impegno diplomatico’, gesti futili che il nemico giudica a ragione come un segno di debolezza e paura. Lo scopriremo nei prossimi anni se la maggioranza dei cittadini statunitensi vuole essere come l’Europa. In tal caso, chi andrà a sostituire gli Stati Uniti come il custode dell’ordine globale? La Russia? La Cina? In questo momento l’occidente piagnucola, tiene veglie per i morti e piange invece di mostrare la rabbia giusta. Chi si ricorda di Charlie Hebdo? Abbiamo appena cambiato canale”.
Vi è poi un Obama notturno: “Non ha alcuna relazione con la personalità umile e schiva del giorno. La notte Obama è il capo della Cia dagli occhi freddi. Egli ordina attacchi militari in molti più paesi rispetto a George W. Bush. I suoi droni assassinano capi terroristi dal nord Africa al Pakistan. Sarebbe facile immaginare un altro presidente americano che faccia di più, e a mio avviso sarebbe bene. E tuttavia la campagna militare contro lo Stato islamico sembra aver compiuto progressi significativi, visibili in Iraq e Siria, e forse anche in Libia. Perché Obama non rende la sua personalità timida di giorno conforme a quella aggressiva di notte? Non riesco a spiegarlo, se non supponendo che, nel profondo del suo cuore, Obama sia in conflitto e che abbia risolto il conflitto interiore vivendo una doppia vita. La sua doppia vita ha creato una percezione sbagliata per cui l’America sembra intenzionata a ritirarsi dall’Europa e dal mondo. Il ritiro non sta avvenendo. Quindici anni dopo l’11 settembre, siamo ancora nel bel mezzo della lotta. Obama ha commesso l’errore di permettere che le proprie confusioni diventassero visibili. Ma l’alleanza occidentale ha sconfitto il fascismo, ha sconfitto il comunismo, e alla fine sconfiggerà gli islamisti”.
“Quando ho provato a discutere di questi problemi morali e culturali con gli europarlamentari a Bruxelles, mi è stato detto, in poche parole: ‘Non venire qui a provocare, sappiamo che siamo finiti, ma preferiamo morire in pace’”, continua Weigel al Foglio. “Questo messaggio mi ossessiona fin da allora. Se l’Europa e l’occidente in generale ridurranno la libertà a mero arbitrio personale – la ‘Repubblica del Me’ – allora non c’è motivo di pensare che andremo a resistere con successo alla sfida esistenziale posta dai jihadisti dell’islam. O a risolvere i nostri molteplici problemi. O a invertire un inverno demografico auto-indotto. Sarebbe utile che i leader della chiesa cattolica in tutta l’Europa occidentale si concentrassero su tali questioni piuttosto che perdere tempo a stabilire la morale sessuale cattolica e l’etica del matrimonio. La crisi morale della civiltà in Europa è, in fondo, una crisi di un secolarismo inacidito in un nichilismo e in uno scetticismo che alla fine producono ciò che il cardinal Joseph Ratzinger ha chiamato nel 2005 la ‘dittatura del relativismo’. La decadenza spirituale e intellettuale, a quanto pare, è invalidante per la civiltà come la decadenza materiale”.
Secondo Weigel, il problema è anche ormai una incapacità europea nel giustificare una eventuale guerra al terrore islamista. “L’occidente ha bisogno di giustificare i propri impegni verso la democrazia liberale. Questo è il presupposto assoluto per la difesa della democrazia liberale. E sembra ormai chiaro che la licenziosità nelle sue varie forme non fornisce tale giustificazione. La visione biblica della persona umana e quella della società umana sono tra i fondamenti culturali dell’occidente e, a meno che non venga recuperata, l’occidente è nei guai. Stiamo andando verso un periodo molto difficile. La mancanza di leadership politica in tutto l’occidente – e certamente includo gli Stati Uniti in questa accusa – è assolutamente spaventosa. Abbiamo bisogno di una figura come quella di Giovanni Paolo II per recuperare le parti più nobili del nostro patrimonio culturale, compreso l’impegno per la tolleranza e il pluralismo, e quindi ricostruire le democrazie su basi forti. Democrazie che sanno che possono e devono sconfiggere l’islamismo terrorista”.
Novak incolpa il welfare state europeo per la demoralizzazione diffusa. “Senza la libertà, l’esistenza umana è inutile, vuota, il nulla. Come Franklin Roosevelt ha previsto nel 1935, uno stato sociale eccessivo snerva milioni di cittadini. Diventano assuefatti a prendere, mai a dare; a ricevere passivamente, senza creare. Diventano sempre più dipendenti dagli altri, meno responsabili, incoraggiati a vivere una mezza vita”. Ma Novak non crede affatto che in occidente siamo più “decadenti” rispetto ai musulmani. “Vedo molte prove del contrario. Una civiltà superiore non ispira terrore, non usa la conversione forzata, non mette il coltello alla gola di persone di altre religioni dicendo loro: ‘Convertitevi o morirete’. Queste possono essere perversioni dell’islam; ma non sono certamente ragioni per rivendicare una virtù morale superiore”. Secondo Michael Novak, il nerbo che l’occidente ha perso è culturale: “Gli eserciti romani dell’antichità non erano cristiani, ma erano coraggiosi, audaci, avevano fiducia nel significato della loro civiltà, nella ragione e nella legge. Al contrario il nostro ‘illuminismo’ non può sopportare la realtà di essere giudicati se non per se stessi. L’unico modo per sbarazzarsi del giudice è quello di sbarazzarsi del giudizio, cioè, di trasformarlo nella perdita di significato: il nichilismo. Sulla base del nichilismo, come Albert Camus ha sottolineato, il nazismo era giustificato e quindi i crimini del comunismo. Il nichilismo, il relativismo, questi sono la resa dell’occidente. Questi sono l’ammissione di inutilità dell’occidente”.
Molte volte, il cristianesimo è venuto in soccorso dell’Europa in crisi. Saprà farlo di nuovo? “In Italia lo fece nel prevenire la vittoria del comunismo nelle elezioni degli anni Quaranta; in Russia lo fece quando Stalin riaprì le chiese e aperto la strada al potere interiore delle vecchie donne con i loro libri di preghiere; nei monasteri benedettini che sorsero in Italia e hanno salvato i grandi classici di Atene e di Roma riproducendo centinaia di manoscritti che altrimenti sarebbero andati perduti. E senza Giovanni Paolo II, il Grande, come avrebbe potuto il comunismo essere pacificamente cacciato via dalla Polonia? Non è necessario diventare cristiani al fine di riconoscere i nostri debiti verso la fede cristiana. Tutto ciò che serve è l’onestà. Come quando la cristianità è andata in soccorso dell’Italia sopraffatta dalla flotta turca, con la vittoria a Lepanto, che ha evitato che la lingua italiana venisse sostituita da quella turca”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.