A chi dona il verde

Il successo elettorale degli écolo in Francia riapre il dibattito su chi porta (o strappa) meglio il mantello “green”. Ma c’è una grande divisione tra radicali e pragmatici, anche qui
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2 JUL 20
Ultimo aggiornamento: 09:07 AM
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Una manifestazione ambientalista a Halle, in Germania lo scorso anno (AP Photo/Jens Meyer)

Jeanne Barseghian è uno dei volti della “vague verte” che ha scosso la Francia alle elezioni amministrative di domenica, risuonando fortissimo in tutta Europa, dove c’è una gran voglia di “green” ma qualche difficoltà a trasformare desideri in politica. La Barseghian ha 39 anni, si è iscritta agli écolo EE-LV un anno fa, ha organizzato la sua prima campagna elettorale dal nulla e ha conquistato Strasburgo senza fare patti con il Partito socialista. La Barseghian ha studiato in Germania, ha un compagno tedesco e per questo c’è già chi dice che lei sia la rappresentante di una sfumatura di verde molto particolare, forse unica: quella che mette insieme la mobilitazione straordinaria francese e il pragmatismo di buon senso dei verdi tedeschi. E già in questa considerazione c’è un elemento importante per prendere le misure del “verde”: non tutti i partiti Verdi sono uguali, ci sono molte sfumature. Poi ci sono le questioni locali: a Strasburgo, per esempio, sono accaduti fenomeni atipici rispetto al resto di Francia. Il primo è quello del non-patto con i socialisti – e sì che la Barseghian doveva trovare un accordo con Catherine Trautman, una delle donne più note del mondo socialista, studiosa della lingua copta ed ex ministro della Cultura negli anni Novanta, “un modello”, come l’ha definita la stessa Barseghian. Ma l’accordo non c’è stato, non s’è trovato, e quel che si sostiene sul rapporto tra la sinistra e i verdi – “non possono far altro che amarsi”, ha scritto il Monde – ha trovato una sua grande eccezione. Il secondo punto che riguarda la capitale europea è l’alleanza tra il partito presidenziale francese République en marche e i Républicains – un’altra faccenda di alleanze e di tabù che ha un elemento più generale ed europeo: com’è che è andato così male il corteggiamento tra le forze liberali come quelle del presidente Emmanuel Macron e i Verdi?

Alexandra Geese, dei Verdi tedeschi, ci spiega perché il Recovery fund è importante anche per chi si contende il voto ecologista

Partendo da Strasburgo e dalla Barseghian, abbiamo provato a mappare le sfumature di verde dell’Europa per capire quanto regge questa onda e in che direzione andrà. Prima di cominciare, un appunto sull’onda verde francese: si votava su un comune su sette e c’è stato il 60 per cento di astensione. Questo significa che hanno votato sette milioni di persone, il 14 per cento del corpo elettorale di Francia. C’è un gran dibattito in corso sulla rappresentatività di questa onda, acuita dal fatto che c’è un conflitto tra gli écolo e l’Eliseo sull’esito della grande convention climatica “dal basso” voluta da Macron. I cittadini pretendono che il presidente accolga tutte le loro istanze, anche quelle più estreme. Questo elemento è utile per iniziare a dare una sfumatura al verde francese: è molto movimentista e molto radicale.

I governi verdi

Lunedì il Green Party irlandese è entrato per la prima volta nel governo a sua volta storico formato dal Fine Gael e dal Fianna Fáil, per la prima volta insieme dopo un secolo di lotte. La base del Green Party ha votato a favore dell’ingresso nel governo guidato da Micheál Martin di Fianna Fáil, che così avrà una maggioranza solida in Parlamento. I negoziati sono andati avanti per mesi e secondo gli esperti le richieste del Green Party che sono state accolte nel programma dell’esecutivo sono tra le più innovative d’Europa. In realtà, un terzo dei membri del Green Party aveva votato contro l’accordo perché convinti che il governo inevitabilmente smorzi lo slancio radicale del partito. Ha vinto l’ala responsabile e pragmatica. I Verdi sono arrivati al governo anche in altri paesi europei in coalizione con altri partiti: in Austria, Lussemburgo, Svezia, Finlandia, Lituania.
I punti di verde. L’onda verde ha diverse sfumature, perché l’ecologia è ecologia per tutti, ma poi cambia il modo in cui ognuno vorrebbe farla entrare nell’agenda politica del proprio paese. Susi Dennison dello European center for Foreign relation ci dice che esiste un sostrato comune, un qualcosa che tiene sulla stessa tavolozza tutti questi punti di verde, ed è “l’inclinazione verso sinistra, poi esistono differenze nazionali”. Ma più che ai partiti, secondo l’esperta, è all’elettorato che bisogna guardare per capire le nuance. “Il voto verde ha due direzioni di solito, ci sono elettori che vorrebbero che i partiti mainstream iniziassero a occuparsi di ecologia e clima, ed elettori che invece nel voto verde vedono una specie di sanzione, un atto anti establishment. Per esempio in Francia, dove il governo ha cercato di mostrare maggiore sensibilità per l’ambiente, eppure alle elezioni di domenica è stato punito da una maggioranza di elettori che hanno deciso di premiare EE-LV” e di conseguenza anche i partiti si comportano in modo diverso, “alcuni vogliono che l’agenda green diventi una priorità della politica e sono pronti a creare coalizioni. “Altri invece portano avanti il green come una battaglia unidirezionale e la usano per occupare il linguaggio della politica”. Alcuni partiti, come quello francese, sono più movimentisti e assomigliano in parte al M5s “che qualcuno potrebbe etichettare come un partito populista con un’agenda verde, per questo io credo che i populisti saranno più inclini a sfruttare la preoccupazione crescente delle persone sul clima. La tutela dell’ambiente ha un consenso molto vasto, per questo la maggior parte dei partiti dice di essere interessata e credo che sarebbe sciocco per i populisti fare propaganda per politiche contro il green”.

Il voto verde

Il voto verde è molto urbano, si sta allargando la frattura città-zone rurali? Qualche numero per capire il fenomeno

Il quotidiano francese Libération ha dedicato moltissimo spazio alla “vague verte” (oltre che le sue copertine migliori) e tra i tanti contributi che ha ospitato uno molto interessante è stato quello di Philippe Delacote, ricercatore presso l’Istituto nazionale della ricerca agronoma. Delacote illumina un elemento importante, non solo in Francia, del voto verde: le città, come Strasburgo, Grenoble, Lille, Marisglia, la stessa Parigi, hanno registrato una crescita mai vista prima del voto ecologista. Le città prendono sul serio la questione ambientalista, ma questo cosa significa? Che le città faranno da volano di una nuova leadership con una forte connotazione verde o che si sta approfondendo una frattura già presente in Europa tra città e periferie? Come sappiamo, questa frattura è quella che ha poi concretizzato lo scontro élite vs popolo che ha portato all’affermazione di molti movimenti populisti. La questione ambientale è materia che può essere incandescente sia tra i partiti tradizionali sia tra quelli progressisti. Delacote spiega: “Gli abitanti delle zone rurali sentono di essere incolpati in modo ingiusto di contribuire all’impoverimento dell’ambiente: usano molto le automobili e l’agricoltura ha un impatto molto grande sulle questioni ambientali. Questo può creare una forma di rifiuto delle tesi ecologiste. La sfida è coinvolgere gli elettori delle città più piccole e delle zone rurali in azioni verdi per le quali si sentono meno partecipi”. Abitare nel verde non significa essere verdi, ha scritto Les Echos evidenziando una delle grandi contraddizioni della “vague verte” che non è, come spesso si crede, un modo per compensare le fratture economico-sociali di buona parte dei paesi europei. La demografia del voto verde già emersa alle elezioni europee dello scorso anno è ben definita: è un elettorato più giovane, cittadino, ben istruito e di medio-alta ricchezza. Perché la conversione al verde è molto costosa in termini macroeconomici ma anche individuali: basta un salto al supermercato per saperlo. Stéphane Zumsteeg, direttore del dipartimento politico dell’Ipsos francese, ha in realtà sottolineato che, rispetto all’anno scorso, il voto verde è uscito un po’ dai centri delle grandi città, sta diventando “una questione che preoccupa tutti”, ha detto al Parisien. Ma è un’apertura molto lenta e che incontra grandi resistenze che si innestano su conflitti ideologici profondi: l’euroscetticismo per esempio.

Recovery verde

I Verdi europei, come tutti, sono curiosi di vedere come inizierà questa presidenza tedesca. Sono guardinghi più che curiosi e per certi aspetti, ci dice l’europarlamentare tedesca Alexandra Geese, non sono neppure soddisfatti. “Le aspettative sono grandi, alla presidenza tedesca spetta il compito di tenere unita l’Europa, di avviare il processo del Recovery fund, di definire il bilancio pluriennale, ma quel che manca è che dica chiaramente che la protezione del clima è una priorità perché non possiamo perdere adesso la grande occasione messa a disposizione dai nuovi fondi, è questo il momento di modernizzare la nostra economia”. E come lei sembrano pensarla anche molti elettori. “L’onda verde è molto forte ed è appena cominciata, i cittadini chiedono dei cambiamenti e lo vediamo soprattutto nei comuni dove alcune politiche hanno un riscontro diretto. E’ anche il caso di Anne Hidalgo a Parigi, che non è del partito dei Verdi, è una socialista ma ha attuato molte politiche che hanno a che fare con l’ambiente. Se il sindaco migliora il traffico, la mobilità, la qualità dell’aria i cittadini se ne accorgono subito”.

L’esperta Susi Dennison ci aiuta a fare la mappa delle sfumature di verde presenti in Europa. Due grandi famiglie

E l’esempio di Anne Hidalgo sembra perfetto per sottolineare un processo di sostituzione o sovrapposizione tra le fazioni politiche, tra gli schieramenti. La sinistra, anche al Parlamento europeo, si è fatta sempre più piccina e i suoi voti sembrano andare tutti ai partiti ecologisti. I Verdi sono di sinistra? “I Verdi sono sicuramente radicati in un campo progressista, ma sono un’alternativa alla sinistra classica convinta ancora che i posti di lavoro si creino soltanto con un’industria basata sulle energie forti. Credo che noi Verdi stiamo prendendo questo spazio, però teniamo conto anche di altri aspetti, come clima e biodiversità. Quindi, prendiamo il loro spazio ma offriamo di più”. L’attenzione per l’ambiente, per l’ecologia, per la biodiversità, per la mobilità sostenibile, che sono tra gli argomenti cari ai partiti ecologisti, riscuotono più successo nelle città, che ne è allora della necessità di colmare le fratture sociali ed economiche che molto hanno a che fare con l’europeismo e il suo opposto? “In Germania stiamo tenendo conto di questo divario. Tra le varie aree vanno fatte proposte diverse perché diverse sono le priorità. Noi stiamo cercando di fare proposte molto concrete per quanto riguarda agricoltura, mobilità, digitalizzazione, o per assicurare che ci siano anche nei comuni più piccoli i servizi pubblici, in modo da prevenire lo spopolamento”. La battaglia verde, che piace agli elettori però è ancora molto vaga nei programmi elettorali, ci dice Alexandra Geese: “Noi Verdi ci siamo impegnati per mettere in moto il processo del Recovery fund, crediamo che il principio di solidarietà sia fondamentale nell’Ue e che per superare la crisi non bisogna caricare troppo i paesi che sono già molto indebitati. Ma adesso tutti devono impegnarsi per quanto riguarda la spesa, vorremmo vedere delle misure che vincolino la spesa al rispetto del clima”. E conclude la Geese: “Bisogna capire che economia ed ecologia non sono in contrapposizione, devono muoversi insieme”.

La Costituzione russa senza mascherina

Nelle librerie in Russia la nuova Costituzione era già arrivata qualche settimana fa, prima che i russi si esprimessero sui nuovi emendamenti che sono stati inseriti e già approvati dalla Duma nei mesi scorsi. Infatti non era un referendum, quello che si è tenuto in Russia dal 25 giugno al primo luglio, ma una votazione nazionale che serviva a dare al presidente russo anche la legittimazione popolare, dopo aver ottenuto quella istituzionale.

L’ultimo partito ecologista a formare una coalizione di governo è stato il Green Party irlandese, con Fine Gael e Fianna Fáil

Ai seggi ci si andava bardati, venivano distribuite anche le mascherine all’ingresso, alcuni seggi sembravano estemporanei, banchetti messi all’aria aperta per paura del coronavirus (i dati migliorano ma i contagiati rimangono tanti). Anche Vladimir Putin è andato a votare in un seggio di Mosca, al chiuso, unico senza mascherina al centro di un pubblico di volti mascherinati – le agenzie russe hanno anche mostrato una foto del capo del Cremlino sorridente al seggio che mostra il passaporto quasi fosse un distintivo. Gli emendamenti sui quali si sono espressi i cittadini riguardavano molti argomenti, cambiamenti più o meno sensibili alla Costituzione del 1993, ma quello di cui si è parlato di più, e quello da cui tutto ha avuto origine, riguarda proprio il presidente e la possibilità per lui, e per i futuri capi del Cremlino, di ricandidarsi per altri mandati, senza più limiti. Poi c’erano altri emendamenti, volti a ridisegnare i contorni istituzionali della Russia. Un emendamento riguarda la superiorità della legge russa sul diritto internazionale, un altro l’introduzione della “fede in Dio” come fondamento costituzionale. Alcuni riguardano misure economiche, come l’applicazione di uno strumento di garanzia che adegui le pensioni, per cui tanto hanno protestato i russi qualche anno fa, all’inflazione. A questi e ad altri, i russi hanno risposto di sì e così la votazione nazionale si è conclusa con l’approvazione della nuova Costituzione e la legittimazione di altri dodici anni di Putin che in un’intervista alla Tass aveva detto che non può permettersi di perdere tempo per trovare un successore, è impegnato a lavorare, quindi tanto vale rimanere al potere. L’affluenza è stata intorno al 60 per cento e a votare “sì” era stato il 70 per cento degli elettori, secondo i primi dati diffusi dalla Commissione elettorale.
Il presidente eterno in Russia e la fine dell’autonomia di Hong Kong continuano a essere questioni che non preoccupano così tanto l’Unione europea. E sì che la destabilizzazione che viene da queste due potenze è evidente anche qui (e si è aggiunta anche l’America trumpiana a creare scoramento). E’ per questo che, per finire, segnaliamo una vicenda lettone. La Lettonia ha bandito l’emittente del Cremlino RT, Russia Today, fondata nel 2005, dopo che in un programma il giornalista Dmitri Kiselev aveva dipinto la nazione baltica come uno “stato fallito”. Per bandire il canale hanno usato un escamotage: il giornalista è sotto sanzioni europee dal 2014 per il suo ruolo nella promozione della propaganda russa a sostegno dell’annessione della Crimea.