Donald Trump (foto LaPresse)

Il genio americano di Teodori fa a pugni con lo spirito del tempo. Non vincerà il Pulitzer, per fortuna

Mattia Ferraresi

Nel suo ultimo libro, edito da Rubbettino, l’autore abbraccia e sviluppa un'ipotesi intorno all’essenza dell’America che è il rovescio di quella che, al momento, abilita a vincere il massimo premio giornalistico esistente

Roma. Per fare a Massimo Teodori il miglior complimento possibile: il suo ultimo libro, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale, non vincerà il Pulitzer. Non lo vincerà non tanto per le ragioni ovvie, cioè che l’insigne americanista italiano scrive nella sua lingua natìa e il breve volume è pubblicato qui, dall’editore Rubbettino, ma perché l’ipotesi intorno all’essenza dell’America che l’autore abbraccia e sviluppa, facendola reagire con l’oggi, è il rovescio di quella che, al momento, abilita a vincere il massimo premio giornalistico esistente. In breve: per Teodori esiste un “genio americano” ed è fondamentalmente benigno e liberale; questo genio originario ha convissuto e convive con la gran mole di contraddizioni del vissuto americano, dalla schiavitù e il razzismo fino alle disuguaglianze e agli istinti egemonici sul piano internazionale, ma questi gravi incidenti della storia hanno ferito, senza tuttavia pregiudicare, quel nucleo ideale fondamentale, che poi è il portato della modernità illuminista e liberale.

 

Questa impostazione non quadra con lo spirito del tempo. Quest’ultimo, invece, postula che l’esperimento americano sia stato costruito sui pilastri del male, sull’iniquità e il sopruso, e che questi siano l’essenza, non il portato incidentale, dell’intero progetto. Alle origini dell’America non c’è un genio ma un demone, anzi un demonio, per togliere al termine l’ambiguità del daimon, che in greco non è né buono né cattivo. Una delle più compiute rappresentazioni giornalistiche e saggistiche di questa visione è il “1619 Project” del New York Times, ambizioso progetto editoriale diventato strumento educativo in diverse scuole americane, che retrodata la “vera” fondazione degli Stati Uniti all’infame anno in cui la prima nave carica di schiavi è approdata sulle coste della Virginia, allora colonia inglese. “Gli ideali fondanti della nostra democrazia erano falsi quando sono stati scritti”, è l’esordio del saggio di Nikole Hannah-Jones, vincitrice del Pulitzer, che articola la necessità di correggere le storture e gli errori fondativi su cui è stato innalzato l’edificio americano, e che i Padri fondatori hanno poi cristallizzato in un sistema fatto di valori a parole nobili, ma tragicamente traditi nei fatti già ab origine. La rinnovata foga con cui oggi i manifestanti si accaniscono sui simboli dell’oppressione razziale, programmaticamente trascurando il contesto storico in cui sono emersi e si sono affermati, sembra testimoniare il prevalere di questa ipotesi interpretativa. L’America non è nata da un’intuizione illuminata che si è mischiata, e financo sporcata, con le inevitabili contraddizioni e ipocrisie della realtà, ma da un peccato originale che va confessato ed espiato, per usare una terminologia religiosa estranea alla formazione radicale di Teodori.

L’uomo che dissipa l’America

Professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti, Massimo Teodori ha da poco pubblicato per Rubbettino “Il Genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale”, di seguito un brano del libro


  

Le elezioni presidenziali del 2020, oltre a essere le più travagliate dal secondo dopoguerra a causa del Covid-19, rappresentano una svolta decisiva non solo per gli Stati Uniti ma anche per tutto l’Occidente. L’America ha influenzato il destino dell’Europa e dell’Italia prima nella guerra mondiale e poi con una successione di eventi che, iniziati con lo sbarco dei marines sulle coste europee, sono proseguiti con il piano Marshall, il mondo bipolare e la globalizzazione che ha coinvolto l’economia, la politica e la cultura di tutti noi.

Oggi, nell’anno delle presidenziali, ha fatto irruzione, imprevedibile e imprevisto, il coronavirus sovrapponendosi all’anomalia della presidenza Trump che ha interrotto la continuità politica dei leader repubblicani e democratici omogenei al canone democratico culminante ogni quattro anni nella macchina elettorale dell’alternanza in una sorta di laica sacralità rituale.

Gli americani devono ora combattere una cosiddetta “guerra” per la quale non sono attrezzati. Tutte le guerre combattute nell’ultimo secolo dalla possente nazione sono state condotte facendo leva su due strumenti ben padroneggiati: gli armamenti d’ogni tipo e una finanza esorbitante capace di superare qualsiasi ostacolo. Di fronte alla pandemia ambedue queste armi risultano spuntate.

Né la forza militare né la potenza economico-finanziaria sono in grado di fermare e sconfiggere il Covid-19, un nemico da affrontare con strumenti diversi da quelli abitualmente usati contro i “nemici” ideologici, politici e militari. L’America non dispone di una struttura federale sanitaria né potrà essere facilmente organizzata nei tempi della pandemia. La stessa cultura individualistica e libertaria dell’homo americanus renderà difficile il rispetto delle regole sociali emanate dall’Atlantico al Pacifico così come sembra improbabile una maggiore disciplina dell’economia come negli altri paesi dell’Occidente. 

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La difficoltà per gli Stati Uniti di fronte al Covid-19 è accentuata dalla controversa figura di Trump. E’ la prima volta che concorre per un secondo mandato un Presidente che è stato impeached dalla maggioranza (Democratica) della House of Representatives, poi prosciolto dalla maggioranza (Repubblicana) del Senate. Per questo una larga parte degli americani lo ritengono delegittimato a guidare la nazione in un momento così grave in cui sarebbe stata necessaria quell’unità della nazione che il Presidente ha incrinato creando uno spartiacque tra “veri” e “falsi” americani, proclamato perfino in sede istituzionale con attacchi personalizzati contro alcune deputate di sinistra.

Di fronte al virus il Presidente Trump ha tenuto una ambigua linea oscillante tra la sottovalutazione arrogante e la propaganda muscolare. Ha pensato di esorcizzare la gravità della questione sanitaria attribuendo la crisi ai cinesi, con una singolare argomentazione rivolta contro il paese eretto a nemico nazionale. Ed è passato da un atteggiamento esaltante la libertà individuale dell’americano devoto allo stato minimo, alla drammatizzazione di un pericolo esterno agli Stati Uniti.

Il governo federale nella prima fase dell’epidemia non è stato in grado di unire la nazione federale per fare fronte alla pandemia, sicché alcuni governatori di stati hanno autonomamente proceduto con provvedimenti differenziati. Washington ha puntato tutto sull’aspetto finanziario della crisi con l’immissione sul mercato di una enorme massa di denaro non valutando appieno che l’emergenza sanitaria è cosa ben diversa dalla crisi finanziaria. L’intervento in dollari darà forse i frutti in futuro ma non inciderà sull’organizzazione medica, vale a dire sull’aspetto civile e umano del dramma che ha investito allo stesso modo tutte le sezioni del popolo americano.

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Al presidente uscente, il 3 novembre 2020 si opporrà Joe Biden di 77 anni che è balzato in testa nella corsa interna del suo partito qualificandosi per la nomination democratica dopo avere sospinto al ritiro gli altri aspiranti candidati dell’ala moderata, il giovane sindaco Pete Buttigieg, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar e il miliardario Michael Bloomberg, e i due esponenti della sinistra, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e il capofila dei radicali autodefinitosi “socialista” Bernie Sanders.

Il successo dell’ex vicepresidente di Obama, malgrado la lunga carriera che lo identifica come parte dell’“establishment” democratico, assume un significato che va al di là delle attuali presidenziali. L’ipotesi della sinistra populista di Sanders, sostenuta da un agguerrito gruppo di giovani militanti, così come le proposte radicali della senatrice Warren, sono state l’espressione della variegata corrente sviluppatasi sotto l’ombrello democratico tendente a spostare il partito a sinistra sull’onda dell’insoddisfazione per la politica ritenuta “moderata” della presidenza Obama.

Le sinistre avevano da tempo dato luogo a diversi episodi volti a condizionare il Partito democratico: la nascita del giornale socialista “Jacobin”, le dimostrazioni di Occupy Wall Street, la creazione di un nuovo partito dei Socialisti democratici d’America, e l’emergenza di gruppi come Black Lives Matter e i Dreamers a favore dei figli degli immigrati giunti negli Stati Uniti. Nelle elezioni di Midterm del 2018 furono eletti in Congresso diversi candidati, uomini e donne, riconducibili alla sinistra tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, divenuta braccio destro di Sanders nella corsa presidenziale.

La sconfitta di Sanders alle primarie significa il rigetto del tentativo del “socialista democratico” di egemonizzare a sinistra il Partito democratico, restringendone il carattere storicamente imperniato su un’ampia coalizione di centrosinistra comprensiva di moderati e leftist, neoliberali e keynesiani, cristiano-sociali e tradizionali sindacalisti, presenti tutti tra i bianchi “urbani” d’ogni latitudine e tra le minoranze afroamericane e latinos.

Biden è il simbolo della resistenza di quell’elettorato democratico che rifiuta la svolta a sinistra del partito, già tentata in passato con le candidature di George McGovern sconfitto nel 1972 da Richard Nixon, e di Walter Mondale battuto nel 1984 da Ronald Reagan. L’insuccesso di Sanders indica che il sistema politico-elettorale imperniato sui due partiti – democratico e repubblicano – che ogni quattro anni si configurano in coalizioni elettorali ideologicamente e politicamente non omogenee, è un sistema che ancora funziona come canale decisivo per l’unificazione nazionale intorno al leader presidenziale.

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La partita che si gioca il 3 novembre tra Donald Trump e Joe Biden riguarda anche gli equilibri internazionali. Prima della pandemia, le presidenziali 2020 si presentavano come una possibile svolta storica dopo tre quarti di secolo da quella del 1948 quando si affermò sulla scena internazionale il dominio politico ed economico americano. Se non fosse intervenuto il Covid-19, nel 2020 la questione essenziale per i democratici sarebbe stata come battere un presidente anomalo che aveva rinserrato il paese nel sovranismo di America First suscitando la radicalizzazione all’interno e provocando l’isolamento all’estero.

Il Covid-2019 ha sovrapposto all’anomalia Trump, l’imperscrutabilità di una rottura nella società del benessere con l’effetto psicologico di produrre un’oscura sensazione di sgomento collettivo senza precedenti. L’Europa ha conosciuto le tragedie delle guerre del XX secolo, mentre l’America si è cullata nell’illusione della sicurezza assicurata dal carattere insulare del continente tra l’Atlantico e il Pacifico, infranto soltanto dal blitz aereo terroristico del 2001 su New York e Washington. In questa situazione gli americani dovranno decidere chi dovrà essere il leader alla Casa bianca in grado di garantire un futuro di tranquillità all’interno e di arrestare il declino della nazione all’estero.

L’intero sistema americano è giunto impreparato alla “guerra” contro quello che Trump ha pretestuosamente definito un “virus cinese”. La sua tradizionale ostilità verso il welfare sanitario pubblico, fomentata dalle grandi lobbies come l’American Medical Association e le assicurazioni tese a conservare il monopolio sul business della salute, è stato esaltato dal presidente Trump quando ha cercato di demolire la parziale riforma messa in cantiere dal suo predecessore – Obamacare – disarmando ancor più la nazione di fronte alla pandemia.

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Se a novembre prevarrà il presidente uscente, probabilmente insisterà sulla via intrapresa all’insegna di America First, il che significa che vi sarà una politica interna irrispettosa della società aperta multietnica, una politica economica imperniata sul monetarismo a beneficio delle grandi corporation, un’indifferenza verso l’ambiente, e una politica commerciale protezionistica. Sulla scena internazionale il presidente Repubblicano continuerà a disgregare le reti multinazionali create dagli stessi Stati Uniti con i patti militari intesi come alleanze politiche e con le istituzioni del diritto che regolano i rapporti interstatali.

La conferma di Trump potrebbe poi comportare quella manomissione delle istituzioni della democrazia liberale (qui definite Genio americano) che finora non sono state alterate se non in maniera marginale e reversibile. Ciò significherebbe il ridimensionamento del carattere liberale della potenza americana nel mondo, e un’ulteriore perdita dell’egemonia politica, economica e militare negli equilibri che si formeranno dopo il Covid-19.

E’ improbabile che la pandemia induca Trump a un ripensamento sugli aspetti precari della più ricca nazione del mondo in fatto di welfare e di sanità pubblica e sulla necessità di guardare con maggiore attenzione alla qualità della vita nell’ambiente e nell’industria. La tragica lezione del nuovo “nemico” che induce il mondo intero a un cambio di passo, avrebbe un effetto marginale sul sistema americano se continuerà ad essere guidato dal più arrogante e fragile Presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto.

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Se invece sarà eletto Joe Biden grazie a una larga coalizione politica e sociale, è probabile che sia rinverdita quella vena democratica dell’America che è stata interrotta dalla presidenza nazionalpopulista. L’anziano senatore del Delaware proviene da una lunga esperienza riformatrice in Congresso (senatore dal 1973 al 2009) e alla Casa bianca come vice di Obama (2009-2013), che risale nel partito Democratico al tempo di Franklin D. Roosevelt.

Lo shock del Covid-19 indurrà Biden a rafforzare l’attenzione ai ceti più disagiati, bianchi e non bianchi, specialmente in tema di salute, condizioni di vita e bisogni economici. Di fronte alla pandemia il suo programma è stato così enunciato: fermare la disinformazione a favore della verità, eliminare le barriere dei costi della salute con una sanità pubblica gratuita per tutti, finanziare i progetti di ricerca per sviluppare il vaccino, rispondere all’emergenza economica con speciale riguardo ai lavoratori e ai piccoli businessman, intervenire massicciamente sulla disoccupazione, trasformare l’economia in modo da renderla capace di resistere alle crisi future.

Queste misure previste per l’emergenza pandemica indicano la direzione che Biden potrebbe intraprendere domani dalla Casa bianca sulla scia delle molteplici riforme realizzate negli anni sessanta del secolo scorso da Lyndon B. Johnson, il presidente (1963-1969) che firmò le leggi della Great Society sui diritti civili (Civil Rights Act 1964), sull’istruzione pubblica e la salute con il ̀più efficace sistema di assistenza medica mai esistito in America chiamato Medicare per gli anziani e Medicaid per i poveri. Più in generale sul piano economico Biden prevede la riduzione delle spese militari, la tassazione delle grandi ricchezze, e sul piano civile il sostegno alle leggi liberali nella sfera personale e un maggiore controllo delle armi.

Anche la visione estera di Biden si richiama a quell’internazionalismo democratico che potrebbe portare alla riattivazione della presenza americana negli organismi multinazionali economici, civili e militari, e un maggiore impegno sui nuovi fronti del globalismo, innanzitutto sull’ambiente e il clima. Di fronte al Covid-19, l’eventuale presidente democratico promette di promuovere la cooperazione tra gli Stati Uniti e le altre nazioni sulle crisi epidemiche del futuro con la creazione di organismi ad hoc e il finanziamento di istituzioni dedicate specificamente alla ricerca e cura per la salute. In definitiva il programma di Biden tenterebbe di rilanciare con la solidarietà internazionalista quella leadership americana nell’Occidente che è andata mano a mano declinando nelle ultime stagioni. 

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Trump e Biden si affronteranno nelle elezioni di novembre che prevedibilmente non subiranno sospensioni o rinvii, quale che sia l’aggressività del virus nei prossimi mesi fino all’autunno. Per 230 anni il voto per il presidente previsto dall’art. II della Costituzione a data fissa ogni quattro anni, non è stato mai rinviato, quali che fossero i drammatici eventi bellici (Guerra civile), economici (Grande depressione) e naturali (uragani e terremoti) verificatisi nell’anno elettorale. Tale riflessione sul passato induce a concludere che anche quest’anno con ogni probabilità gli americani voteranno a novembre per celebrare per l’ennesima volta il Genio americano.

  

L’autore scrive che il genio americano sono i “fondamenti della democrazia liberale che hanno reso gli Stati Uniti un unicum nel mondo contemporaneo”, e il motivo dell’unicità risiede essenzialmente nell’assenza di un vissuto premoderno sul quale disegnare una nuova civiltà, la possibilità meravigliosa e vertiginosa di progettare una nazione per quanto possibile sgravata dai fardelli del passato, cosa che ha fatto dire a Thomas Paine una frase rimasta celebre: “Abbiamo il potere di ricominciare il mondo daccapo”. Il genio americano di cui scrive Teodori si esprime dunque nel trasferimento diretto dell’immaginario liberale in una realtà istituzionale che emerge nella storia non come riformulazione o compromesso, ma come progetto.

 

L’America è “l’articolazione nazionale di Locke”, diceva il grande politologo Louis Hartz, e da quel nucleo lockeano originario “si è snodato un filo rosso che ha inanellato nuove garanzie individuali conquistate in nome dei principi sottoscritti dai Costituenti duecentotrenta anni or sono e rimasti a lungo disattesi”, scrive Teodori. L’idea, dunque, è che il corretto svolgersi delle premesse del genio americano nella storia è anche il rimedio alle pagine disonorevoli, la cura di mali storici che l’autore non cospira certo a tacere. Con vocabolario puntualissimo e appoggiandosi su una poderosa impalcatura di letture, costruite nel corso di una lunga carriera, Teodori spiega che l’ideale regolativo dell’America è antitotalitario, tende all’uguaglianza, contiene in potenza gli elementi per il riscatto dalle proprie colpe ed è dotato dell’energia (termine decisivo per la genesi della nazione) necessaria per risolvere le contraddizioni interne e auto-riformarsi, per dir così. Il genio, tuttavia, è incappato in un suo potenziale distruttore: Donald Trump. Perché questo, è evidente fin dal titolo, è un libro su Trump e sulle necessità della sua sconfitta elettorale e dannazione storica per evitare un danno irreparabile. La sua elezione si può leggere, come fa Teodori, come anomalia e cortocircuito, impazzimento passeggero, ma un’eventuale rielezione testimonierebbe che il malanno ha un tratto cronico, forse addirittura incurabile. Fra l’elezione e la rielezione c’è la differenza fra l’errare il perseverare, questione non da poco che Teodori ha l’abilità di analizzare coniugando freddezza dello storico e il calore dell’uomo politico. Sullo sfondo delle attuali circostanze il saggio assume però un significato anche più profondo della dialettica fra trumpismo e antitrumpismo. L’omicidio di George Floyd a Minneapolis e i tumulti di queste settimane hanno rinfocolato il dibattito intorno alla natura stessa del genio americano, riproponendo un’alternativa radicale: se cioè all’origine del progetto americano ci sia un genio liberale che va continuamente riscoperto e rinnovato, oppure un idolo demoniaco da smantellare, assieme a tutti i suoi simboli.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.