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Così il popolo di Tex Willer è diventato un focolaio di contagio

La Navajo Nation è una delle aree più colpite dal Covid-19 negli Stati Uniti. Colpa della povertà, di una diversa cultura e di una certa diffidenza nei confronti delle indicazioni sanitarie

22 Maggio 2020 alle 17:44

Così il popolo di Tex Willer è diventato un focolaio di contagio

Un'abitante della Navajo Nation (foto LaPresse)

Il popolo di Tex Willer è il più colpito dal Covid-19 in tutti gli Stati Uniti. Come sa ogni cultore delle vicende del ranger, il rapporto di “Aquila della Notte” con i Navajo è diretta conseguenza del matrimonio con Lilyth, la figlia del sakem che, sposandolo, lo ha salvato dalla tortura. Un plot forse ispirato alla zingara Esmeralda di “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo, o forse alla storia di Pocahontas e John Smith. Fatto sta che Lylith, dopo aver dato alla luce Kit, muore di vaiolo. Un’epidemia diffusa attraverso coperte contaminate da due mascalzoni in cerca di vendetta perché il ranger aveva smantellato un loro traffico di armi. E i fan del fumetto di Bonelli ancora si commuovono all’immagine della lancia sacra piantata da Tex sulla tomba della moglie e destinata a essere spezzata solo quando la vendetta sarà compiuta.

 

Solo un fumetto, ovviamente. Ma la storia è ispirata a episodi di guerra biologica che effettivamente avvennero ai tempi del West. E i Navajo, anche per la memoria di quei fatti, ancora si fidano poco delle indicazioni dei bianchi in materia sanitaria. Sarebbe purtroppo anche questa diffidenza, oltre che l’inefficienza delle autorità locali, il motivo per cui in questo momento la Riserva Navajo è una delle aree più colpite dal Covid-19 in un paese che è già di per sé il più colpito al mondo.

 

La Navajo Nation, una riserva da 71.000 chilometri quadrati estesa tra il nord-est dell’Arizona, il sud-est dello Utah e il nord-ovest del New Mexico, ha 175.000 abitanti. È la più grande delle riserve indiane e con 3000 contagiati e 80 morti è ormai il terzo più grande focolaio di infezione degli Stati Uniti, dopo New York e New Jersey. Se però si considera l’impatto del virus in proporzione alla popolazione, si tratta del primo.

 

Uno dei principali motivi della diffusione della pandemia è quello della povertà. Il 30 per cento degli abitanti di Navajo Nation non ha accesso diretto all’acqua potabile, e le 12 strutture sanitarie hanno a disposizione solo 13 letti per terapia intensiva e 28 ventilatori. Una media di un letto e due ventilatori a testa. Molti malati hanno dovuto quindi essere mandati in elicottero a Flagstaff e Albuquerque. Poi c'è un problema di natura culturale: i Navajo hanno un modello di famiglia allargata che si basa sulla convivenza di diverse generazioni e questo moltiplica le occasioni di contagio. Già nel 2009, con l'epidemia di H1N1, le morti tra gli indiani erano 4-5 volte superiori a quelle tra il resto dei cittadini statunitensi.

 

A pesare anche il fatto che le regole del lockdown non sono state rispettate, non subito almeno. Molti abitanti della riserva, infatti, non parlano inglese, e solo dopo che la situazione si è aggravata si è iniziato a fare traduzioni in navajo. Inoltre il 7 marzo, nella località di Chilchinbeto, si è tenuto un grande raduno organizzato dalla Chiesa del Nazareno (una comunità evangelica molto forte nella zona) e pare che, proprio lì, sia iniziato il contagio.

 

  

Un video-appello a favore dei Navajo è stato promosso, tra gli altri, dall’attore, regista e produttore Mark Ruffalo (tra i protagonisti di “Windtalkers”, film del 2002 in cui si racconta la storia vera dei Navajo che, durante la Seconda Guerra Mondiale, furono usati per trasmettere via radio messaggi segreti in una lingua che per i giapponesi fosse incomprensibile) e dalla comica Ellen DeGeneres. Il Congresso ha stanziato per le 574 etnie indigene 8 miliardi di dollari, ma i soldi non sono ancora arrivati a causa della burocrazia.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    22 Maggio 2020 - 18:47

    Ricordo la cortese ospitalità dei Navajo e mi spiace per questa situazione. Certo la lettura di questi dati e di quelli sulla mortalità molto più alta del covid fra le minoranze afroamericana ed ispanica, dovuta alle condizioni in cui sono relegate nei "ricchi" Usa, apre ad una ipotesi agghiacciante. La gestione sciagurata dell'emergenza potrebbe non essere dovuta ad incapacità ed incompetenza, ma ad un disegno di vero e proprio genocidio delle minoranze, magari pensato da Miller, lo sterminatore di bambini al confine meridionale. Non solo il progetto colpirebbe fasce considerate inferiori dall'elettorato suprematista di Trump, ma decimerebbe componenti elettorali a lui ostili. Non dimentichiamo che gli Usa hanno una certa dimestichezza coi genocidi, non solo dei nativi, se pensiamo che sono gli unici ad avere usato l'atomica contro una popolazione inerme. Non mi piace il complottismo, ma Trump, con la sua conclamata malvagità, suscita interrogativi da brivido.

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