Note sullo show della liberazione

Daniele Raineri

Gettare un ostaggio al pubblico dopo diciotto mesi passati nelle mani di uno dei gruppi terroristici più crudeli del mondo non è normale. La gara ad annunciare il ritorno di Silvia Romano. E intanto i turchi ci rimpiazzano dalla Libia alla Somalia

Il rientro in Italia di Silvia Romano ci ha chiarito alcuni punti importanti su come funzioniamo o meglio: su come non funzioniamo. Un punto è che c’è stata troppa esposizione. Tutti gli ostaggi sono sottoposti a pressioni tremende e non conviene gettarli in pasto al pubblico al loro arrivo e invece è quello che è successo. Ci sono stati moltissimi casi di sequestrati che si sono convertiti all’islam in questi anni. James Foley, il reporter americano che fu decapitato dallo Stato islamico davanti a una telecamera nell’agosto 2014, era diventato musulmano durante la prigionia e leggeva tutti i giorni il Corano, raccontano i suoi ex compagni di cella. Quando fu ucciso in pochi sapevano della conversione, da libero era stato un cattolico convinto e Papa Francesco lo aveva definito martire. Con Foley, anche molti altri ostaggi occidentali dello Stato islamico assieme a lui (circa una ventina) si erano convertiti – e tutti quelli che criticano da liberi e in condizioni di sicurezza perfetta dovrebbero ricordare in quali condizioni tirano avanti i rapiti. E’ quasi la regola, non l’eccezione. L’americana Kayla Mueller, sequestrata dallo Stato islamico in Siria, continuò a essere cristiana – e per questo i suoi carcerieri le dicevano con ammirazione maligna “tu sì che sei forte, non come gli altri che si sono tutti convertiti”. Lo raccontano le schiave yazide tenute assieme a lei che poi riuscirono a fuggire. Si capisce che gli estremisti consideravano la conversione degli ostaggi come una prova della loro debolezza. La Mueller fu stuprata dal capo del gruppo, Abu Bakr al Baghdadi, e poi uccisa. Ora, non sappiamo nulla delle scelte di fede di Silvia Romano e riguardano soltanto lei, ma che l’annuncio della sua conversione dopo diciotto mesi nelle mani di una delle fazioni più crudeli del pianeta in una nazione come la Somalia, dove la vita non vale nulla, sia stata la prima cosa passata ai media quando lei era ancora a Mogadiscio suona disfunzionale. E non è soltanto quello. Il giorno dopo l’arrivo a Roma tutti i quotidiani avevano il resoconto delle quattro ore di domande e risposte tra lei e gli inquirenti. Può sembrare normale, non lo è. Abbiamo saputo in quanti covi era stata spostata, quanti rapitori la tenevano in ostaggio, che cosa mangiava. Una volta persino spaghetti, dettaglio ripetuto da tutti. Quello che dovrebbe essere un momento confidenziale, il debriefing di un ostaggio nel corso di un’indagine, è stato passato alle redazioni in tempo per la tipografia. E se ci fosse stata qualche informazione molto dura, avremmo letto pure quella? Chi si potrà fidare del tutto a rispondere a domande nella stessa situazione? Eppure ci sono stati altri casi simili trattati con molta più discrezione. Nessuno ricorda gli incontri con gli inquirenti degli almeno cinque italiani sequestrati da gruppi islamisti negli ultimi anni.

 

Un altro punto chiaro è che la Turchia ci ha rimpiazzato in due teatri, la Somalia e la Libia, dove un tempo eravamo molto influenti. Il giubbotto antiproiettile indossato da Silvia Romano al momento della liberazione (secondo l’agenzia di stato turca Anadolu) ha un logo con la mezzaluna e alcuni caratteri in turco antico che significano Kayi, il nome del clan guerriero che fondò l’impero ottomano e che in Turchia evoca subito senso di orgoglio e appartenenza. Il fatto che l’abbiano fatto indossare all’ostaggio italiano è eloquente, è una rivendicazione. La Turchia in Somalia è molto presente – e ha avuto un ruolo anche nella liberazione degli altri ostaggi italiani in Siria. Del resto quando venerdì le forze di Haftar hanno bombardato Tripoli e alcuni colpi sono caduti tra l’ambasciata turca e quella italiana la Farnesina ha emesso una nota di condanna e invece il governo turco ha minacciato di bombardare Haftar. Ankara lavora molto per allargare il suo raggio d’azione con una politica estera molto aggressiva e ottiene un ritorno – e questo spiega perché i nostri servizi hanno chiesto appoggio ai servizi turchi.

 

Che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, non fosse informato della fase finale dell’operazione per liberare Silvia Romano è invece un sintomo di solidità delle istituzioni, questo tipo di missioni è eseguito dai servizi segreti che non fanno capo alla Farnesina e hanno bisogno di riservatezza, non si vede perché la presidenza del Consiglio avrebbe dovuto allargare il cerchio delle persone a conoscenza in tempo reale di quello che stava succedendo. In quel campo una fuga di notizie in anticipo può avere conseguenze disastrose e ci mancava soltanto la gara a chi annuncia prima – si è notato un certo nervosismo da parte di tutti legato alla rivendicazione del successo, per esempio Conte che cancella il tweet dell’annuncio e lo riscrive per precisare che l’intelligence è quella “esterna”, quindi l’Aise.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)