Il coronavirus fa innervosire molto il mercato globale del cibo

Daniele Raineri

La pandemia è uno stress test duro per le filiere della produzione e della distribuzione

Roma. L’India è il più grande esportatore di riso al mondo ma questa settimana ha cessato di fatto di esportarlo, i produttori non accettano più contratti con acquirenti all’estero e non riescono a rispettare nemmeno i contratti già esistenti perché il lockdown nazionale di 25 giorni imposto due settimane fa rende il lavoro impossibile. Il terzo esportatore al mondo, il Vietnam, l’aveva già fatto. La Russia vuole mettere un tetto massimo all’esportazione di cereali tra aprile e giugno, è un tetto molto alto di sette milioni di tonnellate che saranno probabilmente più della richiesta effettiva, ma è comunque un segnale (un altro grande esportatore di grano, il Kazakistan, vuole fare la stessa cosa). Anche nel 2010 durante la crisi del grano la Russia aveva prima fissato un tetto e poi bloccato le esportazioni del tutto. Il prezzo del grano era rincarato e anche per quel motivo nei paesi arabi erano scoppiate le rivolte che conosciamo come Primavera araba. Lo choc da pandemia per ora non minaccia le filiere di produzione e distribuzione del cibo, ma c’è nervosismo. Il Financial Times in un titolo sostiene che gli stati, come i consumatori ansiosi nei supermercati, stiano facendo incetta di cibo. La Deutsche Welle tedesca parla di “food nationalism”, nazionalismo del cibo. Non vuol dire che mancherà il cibo in tavola. Vuol dire che il coronavirus sta imprimendo degli scossoni molto forti al sistema globale di produzione, trasporto e distribuzione e ci saranno conseguenze su prezzi, mercati e scorte. E più durerà la crisi, più ci saranno effetti indesiderati.

 

In America a dispetto della domanda molto forte di latticini la filiera del latte è stata colpita da una sequenza di disruption che di fatto ha sconnesso i produttori dal mercato. Disruption, rottura, è una parola che andava molto di moda in politica qualche tempo fa e però ora collegata al cibo mette ansia. 

 

La chiusura totale di ristoranti e scuole ha inferto un danno troppo repentino alla filiera del latte, che ha bisogno anche di fabbriche che si occupano del packaging e di autotrasportatori per trovare nuovi mercati. Reuters parla di un “incubo logistico” per chi si occupa di impacchettare formaggio, burro e latte e dice che non si trovano più guidatori di camion perché in questo periodo preferiscono non esporsi troppo al rischio contagio. Il risultato è che i produttori continuano a mungere le vacche perché non possono fare altrimenti e poi versano il latte nei campi, perché non sanno che farsene. Non riescono a raggiungere i consumatori, se ce ne sono. Secondo gli esperti, i guai della filiera del latte funzionano come segnale d’allarme per tutti gli altri, perché sono quelli che arrivano prima. Il latte non può essere congelato a differenza della carne e nemmeno stoccato in un silos come i cereali. Ma il rischio è che i problemi prima o poi si estendano agli altri comparti meno deperibili. In India un pezzo della Reuters descrive mandrie di bovini che si nutrono di fragole e di lattuga, perché sono prodotti che non si possono conservare a lungo. E’ uno spreco ovvio, quasi come versare il latte per terra, ma se nessuno raccoglie e se nessuno compra le fragole tanto vale usarle come mangime e risparmiare sulle scorte di cibo. Fra quindici giorni comincia la stagione della raccolta dei mirtilli in Spagna, con picco a metà maggio, e di solito se ne occupano i lavoratori stagionali che arrivano dal Marocco ma quest’anno non succederà. E di esempi così se ne possono citare molti altri.

 

Il primo giorno di aprile la Fao e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno invitato gli stati a garantire la libertà di movimento delle merci – quindi a non mettere limiti e divieti di esportazione – e di assicurare che i lavoratori del settore alimentare continuino a fare il loro mestiere. Gli esperti spiegano che il mercato mondiale è in condizioni di funzionare e che le scorte di grano e di riso sono ai massimi storici. C’è una riserva di riso mondiale che potrebbe durare per i prossimi quattro mesi. Ma il nervosismo potrebbe far saltare il mercato. Gli stati cominciano a limitare le esportazioni, i consumatori cominciano a fare “panic buying”, quindi a svuotare gli scaffali per farsi scorte a casa ed ecco che si crea una scarsità artificiale – che però è pericolosa quanto quella naturale. “Potremmo creare una crisi dove non c’è una crisi”, dice Joe Glauber, un ricercatore dell’International Food Policy Research Institute che ha lavorato come capo economista al dipartimento dell’Agricoltura americano.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)