Cos'è il “reddito da disastro” della Corea del sud che dovrebbe aggirare il crollo dei consumi
La maggioranza dei sudcoreani non vuole 700 euro a testa contro lo choc da pandemia. Le alternative proposte
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16 MAR 20

Una riunione del governo sudcoreano (foto LaPresse)
Roma. Lo chiamano “reddito da disastro”. Se ne sta discutendo da giorni in Corea del sud, dopo che la proposta di un imprenditore ha ricevuto consensi trasversali, sia dai partiti di maggioranza sia d’opposizione. Il fatto è che l’idea non piace alla maggioranza dei sudcoreani. Secondo un sondaggio di Embrain Public di venerdì scorso, il 57,6 per cento degli intervistati si è detto contrario a consegnare un aiuto da 1 milione di won (poco più di settecento euro) a ogni cittadino per affrontare lo choc economico della pandemia.
Ultimamente si parla sempre più spesso della Corea del sud come di un “modello democratico” a cui ispirarsi per contrastare i danni provocati dal Covid-19. E di sicuro i protocolli d’emergenza di Seul – studiati e perfezionati per anni – finora hanno funzionato bene: test a tappeto, isolamento dei contagiati, anche degli asintomatici, informazione martellante a fronte di un sistema sanitario d’eccellenza e della capacità del governo di mobilitare moltissimi volontari. I contagiati sono sempre di meno e la mortalità bassissima, nessun lockdown e nessuna limitazione delle libertà personali. Il problema che nessun protocollo può prevedere né affrontare è però quello economico. Come può la quarta economia d’Asia riprendersi dopo uno choc simile? Dalla piccola imprenditoria all’intera filiera produttiva (la Corea è estremamente dipendente dall’import/export con la Cina e il Giappone), tutti sono colpiti.
Lee Jae-woong qualche giorno fa ha dato le dimissioni da ceo di Socar, una specie di Uber sudcoreana che non è riuscita a regolarizzarsi nel mercato del trasporto pubblico. Negli stessi giorni ha presentato sul sito della Casa Blu, il palazzo presidenziale di Seul, una proposta alternativa alle misure economiche che il governo vorrebbe approvare per affrontare l’epidemia. Al posto degli sgravi fiscali per l’acquisto di auto, dice Lee, non è meglio dare soldi contanti alle persone? In sostanza un reddito di cittadinanza “una tantum” per far fronte all’emergenza. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il Partito democratico al governo hanno iniziato a parlarne, i soldi verrebbero distribuiti contactless (nessuno in Corea del sud usa più i contanti) e dovranno essere spesi entro i tre mesi successivi. Gli esempi ci sono, dicono i sostenitori della proposta: prima dell’emergenza sia Hong Kong sia Macao avevano deciso di “aggirare” il crollo dei consumi distribuendo contanti ai cittadini come una specie di helicopter money, senza farne una vera politica monetaria ma finanziandola in deficit.
Mentre la politica nazionale sudcoreana fa i conti – e la Banca centrale di Seul ieri ha tagliato i tassi d’interesse dello 0,75 per cento – i governi locali si sono già attivati. La città di Jeonju, capitale della provincia sudcoreana del Jeolla del nord, ha annunciato che 50 mila persone su 650 mila abitanti – cioè i cittadini vulnerabili, a reddito basso oppure disoccupati – riceveranno 430 dollari una tantum. Una opzione simile si sta discutendo al municipio di Seul, dove il sindaco vuole mettere a disposizione una cifra simile per le famiglie a basso reddito. “Il senso originale del reddito di base universale riguarda un sussidio versato a tutti i cittadini indipendentemente dal livello di reddito”, scriveva la scorsa settimana in un editoriale il quotidiano di centrosinistra Hankyoreh. “Questo tipo di piano universale è stato proposto dai governatori delle province dello Gyeonggi e dello Gyeongsang del sud. Questo approccio consentirebbe di risparmiare sui tempi e sui costi per l’identificazione di chi può accedere al contributo, e il sostegno versato ai segmenti di reddito più elevato potrebbe poi essere recuperare in seguito con le tasse”. Sia l’aiuto diretto alle fasce della popolazione più colpite dalla crisi sia quello di un “reddito da disastro universale” sono un esperimento che difficilmente troverà l’approvazione della maggioranza dell’opinione pubblica. In un paese in cui la competizione sociale è forte, ricevere denaro gratis, senza lavorare, non è concepibile neanche in casi di emergenza come questi.
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È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.