Joe Biden (foto LaPresse)

Che notte, Mr Biden

Luciana Grosso

L’ex vicepresidente vince quasi ovunque, Sanders meno bene delle attese (ma la California conta). Per Bloomberg flop

Brevissimo riassunto della notte: ha vinto Joe Biden, quasi ovunque. Bernie Sanders è andato bene, ma meno bene del previsto, Elizabeth Warren ha perso nel suo stato, il Massachusetts (dove ha vinto Biden) e dunque è di fatto fuori dai giochi, anche se non ha ancora formalmente annunciato il ritiro e Mike Bloomberg è andato male: ha vinto solo in uno stato, le Samoa Americane, ed è andato benone in California, ma poco altro.

 

Questi dati, in termini di seggi e delegati significano che Biden non solo è tornato in corsa alla grande, ma che ha anche superato Bernie.

 

 

Esaurita la parte relativa ai numeri, occorre provare a fare qualche analisi e capire cosa ci porteremo a casa da questa lunghissima notte elettorale.

La prima cosa che ci portiamo a casa, è che avevano sbagliato gli analisti (inclusa chi scrive) a dare Biden per finito. Non lo è per nulla, anzi. E’ vivo e vegeto e, al contrario, ha messo a segno un capolavoro politico, mandando avanti due candidati giovani e grintosi come Amy Klobuchar, Pete Buttigieg e Beto O’Rourke ad allargare la base, a fare il lavoro sporco e a raccattare voti che poi ha tenuto per sé. Bravissimo.

 

La seconda cosa che ci portiamo a casa è che la scommessa di Sanders non ha funzionato, non sta funzionando. L’intera candidatura del senatore del Vermont si basa su un assunto chiaro che dice più o meno: “Ehi, io ho un programma rivoluzionario; si lo so, spaventa un po’ gli elettori centristi e non recupera mezzo voto degli elettori repubblicani, ma niente paura, recupererò estendendo la base e portando a votare milioni di persone che in genere non lo fanno, soprattutto giovani”. Non sta succedendo. Anzi. Se è vero che l’affluenza è spesso aumentata, ove lo ha fatto, lo ha fatto a tutto vantaggio di Joe Biden. Sanders, al contrario, non sta riuscendo a uscire dai suoi bacini elettorali: giovani, bianchi, proletari, non laureati e latini.  Non ha sfondato, come sperava, le categorie, non ha conquistato i voti di neri e i laureati. Il che, per ora che si sta giocando alle primarie, non è un grosso problema, ma che potrebbe tradursi in un disastro se e quando Sanders dovesse andare alla corsa per la presidenza. 

 

 

Un’altra lezione ci arriva da Bloomberg: per lui la tattica del “mi compro le elezioni” non sta funzionando. Non è andato malissimo, per carità, ma non ha vinto in nessuno stato di rilievo e in alcuni (specie a est) non ha neppure superato la soglia minima per avere delegati. Non solo il risultato non è entusiasmante in sé, ma lo è ancor meno alla luce della valanga di soldi che Bloomberg ha speso in propaganda: 115 milioni, solo in Texas e California (quanto il totale delle altre campagne sommate, più o meno). Il che significa che Mike Bloomberg ha pagato centinaia di migliaia di dollari per ogni singolo delegato. Troppo, persino per lui.

 

  

Infine un’ultima nota: dicevamo anche qui sul Foglio che il Texas sta diventando purple, ossia da super repubblicano, a blu. Non sarà una rivoluzione che succederà dall’oggi al domani, ma un lungo processo dal cui compimento siamo ancora lontani. Verosimilmente - bene dirlo subito - alle presidenziali sarà Trump a vincere lo stato. Ma qualcosa sta cambiando (lo dicono i risultati di Beto O’Rourke alle ultime elezioni locali, lo dice l’alta affluenza di queste ore, che ha provocato enormi ritardi nello spoglio). Questo qualcosa che sta cambiando, potrebbe passare per la vittoria di un moderato e i risultati di questa notte, come spesso accade quando si parla del Texas, danno la temperatura dell’intero paese. Così, anche se il margine in termini numerici tra Biden e Sanders è veramente minimo, il modo in cui questi voti si sono distribuiti ci dà un’idea più chiara di come stanno le cose.

 

 

Solo la parte più progressista dello stato (Austin e dintorni) ha scelto Bernie Sanders, esattamente come ha fatto lo stato più progressista d’America, la California. Ma il resto del Texas ha preferito un candidato più conciliante, meno di rottura, più incline al compromesso, uno che invece di gettare il cuore oltre l’ostacolo, con l’ostacolo ci parla (esattamente come era successo nel 2016 quando, in Texas, Hillary Clinton aveva doppiato Bernie Sanders). Questa cosa, la distribuzione dei voti, più che il risultato finale, sarà da tenere in considerazione il prossimo novembre, perché significa che, se mai il Texas dovesse fare il salto e scegliere un candidato Dem, sceglierebbe (Austin a parte) un moderato, piuttosto che un rivoluzionario. Quella è roba da californiani.