Un volontario su una sedia, di guardia alle barricate che bloccano una zona residenziale di Wuhan nella provincia dello Hubei, nella Cina centrale (Chinatopix via LaPresse)

La testa del dragone

Giulia Pompili

In Cina ogni emergenza chiude un’èra oppure è una scusa per serrare le file. Prepariamoci, perché non è la fine del Sogno cinese di Xi Jinping

Durante l’ultima conferenza stampa convocata a Ginevra, il 24 febbraio scorso, il team dell’Organizzazione mondiale della sanità inviato per un sopralluogo a verificare la situazione in Cina ha per l’ennesima volta elogiato la capacità di Pechino di contenere il virus. Quando la giornalista del Washington Post Anna Fifield ha domandato a Bruce Aylward, capo della missione, perché non fosse in quarantena nonostante avesse visitato Wuhan, cioè l’epicentro dell’epidemia, Aylward ha detto che il team non era andato nelle “aree sporche”, quelle più a rischio, e che comunque aveva appena fatto il test. Quella conferenza stampa è stata molto commentata, e si è trasformata in una specie di prova: se la credibilità della Cina è in discussione ormai da molto tempo, adesso anche quella dell’Oms è ufficialmente a rischio. Non è una novità che la possibilità di una pandemia globale fosse non una questione di se, ma di quando. Il Sars-CoV-2, virus responsabile della covid-19, è arrivato a ricordarci quanto – in situazioni come queste – sia importante il ruolo di una istituzione sovranazionale libera, indipendente, a cui affidare le linee guida mondiali per il contenimento di un’epidemia.

 

Se la credibilità della Cina è in discussione ormai da molto tempo, adesso anche quella dell’Oms è ufficialmente a rischio

Negli anni, il governo di Pechino ha capito che entrare politicamente (ed economicamente) all’interno delle varie agenzie delle Nazioni Unite avrebbe pagato, in futuro. Una programmazione strategica che va di pari passo con gli altri progetti che compongono il Sogno cinese del presidente Xi Jinping. E’ lui, il presidente con la mascherina, che è riuscito non solo a controllare la narrazione sull’epidemia, ma anche a collezionare plausi internazionali, utilissimi per la propaganda. Tanto che ora sui giornali e sui media è tutto un lodare le “straordinarie capacità” della Cina di contenere il virus che avrebbero praticamente “salvato il mondo” – lo ha detto davvero Bruce Aylward, aggiungendo che “il mondo vi è debitore”. Da giorni commentatori da tutto il mondo vengono rilanciati sui media ufficiali cinesi, compreso l’ex sottosegretario allo Sviluppo economico del governo gialloverde, Michele Geraci, che – da sedicente membro della Lega – è andato alla China Global Television Network, ospite della giornalista Liu Xin, a commentare l’epidemia nel Nord Italia: “Quello che ho cercato di fare è stato vedere cosa ha fatto la Cina a Wuhan e ci sono molte cose che dobbiamo imparare, e sto spingendo affinché i due governi si parlino – di sicuro noi non abbiamo la capacità di costruire degli ospedali in pochi giorni ma possiamo imparare dalle misure e sulla gravità del virus”. Risposta dell’anchorwoman: “Una splendida iniziativa”. Insomma, il modello cinese buono per tutte le stagioni.

  

Il paragone è fin troppo semplice. Il Grande balzo in avanti di Mao Zedong, un gigantesco piano economico lanciato nel 1958 e che avrebbe dovuto trasformare la Cina in una potenza mondiale, si rivelò una catastrofe. L’idea delle tappe forzate e dell’industrializzazione, copiata dai sovietici, l’ossessione per la produzione di grano e acciaio, l’indipendenza economica, i lavori forzati, le comuni popolari: tutto contribuì a provocare danni ambientali incalcolabili, specialmente nella Cina rurale. Ma il Grande balzo in avanti è ormai universalmente riconosciuto anche come la causa diretta della Grande carestia cinese, i tre anni di “disastri naturali” (tra cui l’esondazione del Fiume Giallo) che ufficialmente fecero “solo” quattordici milioni di morti in tutto il paese – ma secondo la maggior parte degli storici le vittime furono quaranta milioni. Il collasso dell’economia cinese dei primi anni Sessanta (il Grande balzo in avanti doveva durare quattro anni, ma fu rivisto un anno prima proprio per il disastro provocato) fu l’inizio della fine per Mao, progressivamente esautorato dei poteri dai suoi oppositori all’interno del Partito comunista cinese, nonostante il tentativo di rivincita con la Rivoluzione culturale. Anche per il Grande Timoniere, come in tutta la storia cinese, a ogni catastrofe – catastrofe naturale, certo, ma soprattutto catastrofe provocata dalla leadership, oppure malgovernata – corrisponde la fine del mandato celeste, la legittimazione della leadership cinese.

  


I membri della guardia d’onore cinese con la mascherina sul volto mentre marciano in formazione vicino alla Grande Sala del Popolo di Piazza Tiananmen (LaPresse)


   

Il Grande balzo in avanti di Mao e la Grande carestia cinese. L’epidemia è davvero la fine del Mandato celeste del presidente?

Il 23 gennaio scorso, quando l’epidemia di un virus di cui sentivamo parlare da un mese ha costretto il governo di Pechino a misure autoritarie e inedite, come la messa in quarantena forzata di un’intera provincia come quella dello Hubei, in molti hanno pensato alla fine del mandato celeste per Xi Jinping. Ma siamo davvero vicini alla conclusione di un’èra? Tremila vittime e una enorme area produttiva isolata e in quarantena fermeranno il Sogno cinese di Xi Jinping? La risposta va cercata “Nella testa del Dragone”, che è anche il titolo di un libro che uscirà martedì per Mondadori scritto da Giada Messetti, sinologa e autrice, insieme con Simone Pieranni, del podcast “Risciò” sulla Cina. E’ difficile, forse impossibile trovare in Italia (e in italiano) un libro che metta insieme tutte le facce della Cina contemporanea: la prima, quella culturale, ha a che fare con la nostra incapacità di leggere le questioni cinesi senza le lenti occidentali, e la seconda, quella politica, serve a capire perché il progetto del Sogno cinese è molto più radicato e articolato di quel che possa sembrare. L’epidemia di coronavirus potrebbe essere una battuta d’arresto, quello che ormai tutti definiscono “il cigno nero” cinese, ma senza avere ben chiara una visione d’insieme è difficile immaginarlo. “Gli equilibri, in una situazione come questa, sono fragili, gli esiti imprevedibili”, scrive Messetti nell’ultimo capitolo del libro, dedicato proprio al “cigno nero”. “Per i vertici cinesi il coronavirus è una cartina al tornasole: se la crisi riuscirà a essere controllata e rientrerà, il partito e Xi Jinping se ne attribuiranno il merito, dimostrando l’efficienza e la solidità del sistema; se ciò non dovesse accadere, i costi umani e politici saranno altissimi”. Sta già succedendo: il governo di Pechino è riuscito a controllare la narrazione attorno all’epidemia grazie a un sistema già ampiamente utilizzato in passato. I “citizen journalist” fatti sparire, i giornalisti del Wall Street Journal espulsi, simbolo di una guerra di propaganda con l’America che i vertici del partito stanno facendo passare come una questione di principio che riguarda il pregiudizio e il razzismo. Xi Jinping è stato veloce a scaricare le colpe – come già successo in passato – sui funzionari di partito locali. Sui media ufficiali il virus è diventato un “demone”, metafora dell’imprevedibilità ma allo stesso tempo un modo per riaccreditarsi come “salvatore”, una volta che “il maligno” sarà sconfitto.

   

“Se la crisi riuscirà a essere controllata e rientrerà, il Partito e Xi Jinping se ne attribuiranno il merito”, scrive Giada Messetti

Nella storia moderna cinese ci sono stati esempi di scandali, problemi sociali, e di proteste popolari sulla gestione di eventi catastrofici – a partire dall’epidemia di Sars del 2003, passando per il terremoto del Sichuan del 2008, le esplosioni di Tianjin del 2015, solo per citarne alcuni. Anche Ma Jian, scrittore di origine cinese e ormai da anni in esilio a Londra, ha scritto sul Guardian che alcune di queste catastrofi sono direttamente originate da decisioni scellerate della leadership, come i massacri della Rivoluzione culturale o quello di piazza Tiananmen, i campi di internamento per gli uiguri nello Xinjiang, la violazione sistematica dei diritti umani nel Tibet, e anche più recentemente le violenze della polizia a Hong Kong. Altri eventi sono invece originati dalla natura, ma il governo cerca di coprirli, tenerli nascosti, per minimizzare il loro impatto dell’opinione pubblica all’estero e mantenere il consenso interno. Ma così facendo li trasforma in catastrofi. Questa epidemia per un attimo ci è sembrata diversa: è la prima che ha viaggiato su internet, dalla Cina molti utenti hanno saputo aggirare le censure (del resto, basta un semplice Vpn) e raccontare quello che stava succedendo davvero a Wuhan. La morte di Li Wenliang – l’oftalmologo di Wuhan che tra i primi riconobbe la gravità della situazione, poi ucciso proprio dalla covid-19 – il 7 febbraio scorso non ha fatto altro che aumentare il dissenso, soprattutto sui social network cinesi. Come un virus, anche il dissenso contro la gestione e la segretezza con cui era stata gestita l’emergenza sin da metà dicembre è diventato contagioso. Ma in un paese democratico, l’insoddisfazione per come i governanti reagiscono e mettono al sicuro i loro cittadini si manifesta alle elezioni, nelle urne. In un paese guidato dal Partito unico, a sua volta guidato dall’uomo forte, l’unica giustificazione ammessa è la colpa dei sottoposti, dei governatori locali, che non hanno eseguito le direttive del leader.

 

Il virus è diventato un “dèmone”, metafora dell’imprevedibilità e un modo per accreditarsi come “salvatore” una volta sconfitto

E i cinesi adesso cosa vogliono? “Il contratto sociale tra il Partito comunista e la popolazione che regge il Celeste Impero è semplice: benessere e stabilità in cambio della rinuncia ad alcune libertà”, scrive Giada Messetti. “I cinesi accettano il rigido controllo a cui viene sottoposta la loro vita perché sanno che serve a garantire sicurezza e soluzioni in casi di emergenza come l’attuale”. Per gli abitanti della provincia dello Hubei sarà più difficile da accettare, perché le conseguenze economiche che potrebbe portare l’epidemia minano le fondamenta del contratto sociale. Per tutti gli altri, però, la condizione necessaria resta la stabilità economica. “L’American dream è un sogno individuale dove un singolo”, scrive Messetti, “impegnandosi e lavorando sodo, riesce a ottenere la propria realizzazione e il proprio successo. Il Sogno cinese è un sogno collettivo, in cui il singolo si impegna e lavora per raggiungere anche il successo di tutti gli altri, ovvero del paese”. La collettività si sente minacciata dall’epidemia, e dalla malagestione di un’emergenza, ma la propaganda promossa in questo periodo da Pechino serve proprio a questo: a spingere sull’idea del demone quasi sconfitto – guardate, lo dice pure l’Oms! – e a far ripartire il lento avvicinamento alla realizzazione del Sogno cinese. Riaprire le fabbriche, tornare a lavorare: “Realizzare il Sogno cinese è la bandiera di Xi Jinping ed è un progetto politico che ha un amplissimo orizzonte temporale. Noi occidentali, e noi italiani in particolare, non siamo abituati a osservare la politica muoversi secondo una visione di lungo periodo, ma se esistono due tratti caratterizzanti dell’azione dei leader cinesi, sono proprio la lungimiranza e la capacità di programmare. Il Sogno cinese prevede due scadenze importanti, note con l’espressione ‘i due cento’: centrare l’obiettivo interno di una società ‘moderatamente prospera’ entro il 2021, centenario della fondazione del Partito comunista cinese, e raggiungere il traguardo esterno di rendere la Cina una nazione ‘pienamente sviluppata’, completando il processo di rinascita che la porterà a rivestire nuovamente una posizione di primato nel mondo. Un posto che le spetta: ‘Cina’ in cinese si dice infatti ‘Zhōngguó’, che letteralmente significa ‘paese del centro’. Questo secondo target dovrà essere raggiunto entro il 2049, il secondo centenario, quello della fondazione della Repubblica popolare cinese”. Quello che di sicuro ha conquistato la Cina, per adesso, è un posto centrale nella globalizzazione, e un posto centrale nelle organizzazioni internazionali come l’Oms. A differenza degli anni Sessanta, e del Grande balzo in avanti di Mao, adesso è la comunità internazionale che ha tutto l’interesse economico di far ripartire la grande macchina produttiva del mondo. Ma è bene ricordare che non solo le regole, ma anche la fiducia è stata tradita. E quindi, alla fine di questa emergenza, la Cina dovrà fare uno sforzo notevole per conquistare la fiducia della comunità internazionale, ma anche noi dovremo tenerci stretti i valori universali di libertà e trasparenza, e soprattutto l’indipendenza delle istituzioni sovranazionali.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.