L'avvocato di Zaki ci racconta l'ultimo incontro (ieri) e l'importanza di fare rumore

Greta Privitera

Il ragazzo si trova da sabato in stato di fermo, gli sono stati contestati i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”

Milano. Wael Ghally ha appena salutato Patrick George Zaki che faticava a trattenere le lacrime di fronte alla madre, disperata. “Dalla stazione di polizia di Monsura lo hanno spostato a quella di Talkha, a quindici minuti di macchina. Non so perché ci sia stato questo trasferimento, non lo capisco”, ci dice Ghally, l’avvocato egiziano che si occupa del caso e che non lo vedeva da quattro giorni.

   

Zaki, 27 anni, si trova da sabato in stato di fermo, gli sono stati contestati i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Il governo è quello egiziano di Abdel Fattah al Sisi, che dal 2013, con la scusa di combattere il terrorismo, arresta e tortura migliaia di persone solo perché criticano pacificamente le sue politiche repressive, o perché manifestano contro il suo partito.
 Venerdì 7 febbraio, è toccato a Zaki. E’ stato arrestato in seguito a un ordine di cattura del 2019 mai notificato, e appena atterrato al Cairo, è stato bendato, picchiato e torturato dalla polizia anche con la corrente elettrica, racconta Ghally. “Oggi l’ho visto abbastanza bene, ha paura ma cerca di farsi coraggio soprattutto per la sua famiglia che sta molto male. Durante gli interrogatori, gli hanno chiesto se conosceva Giulio Regeni, gli hanno chiesto degli studi in Italia, dell’attività di ricerca che ha svolto per l’Eipr, un’ong egiziana che si batte per i diritti umani”. Ma Zaki è un attivista, un pacifista, uno studente del master in studi di genere e delle donne (Gemma) dell’Università di Bologna, è arrivato nel nostro paese nell’agosto scorso perché ha vinto una borsa di studio dell’Unione europea. Conosceva la storia di Giulio Regeni e ha scritto anche di lui, ma non l’ha mai incontrato, e non ha risposte da dare.

  

Wael Ghally, 42 anni, è paranoico, giustamente. Ci sentiamo prima su Facebook, poi ci dà il suo numero di telefono e ci chiede di scaricare una app di scambio di messaggi che, a differenza di quelle famose, grazie al suo sistema di crittografia avanzato rende le conversazioni davvero private. Per dire: Juan Guaidó ha coordinato la sua opposizione al governo Maduro su questa app. “Negli ultimi cinque anni ho seguito le storie di centinaia di ragazzi egiziani sequestrati e torturati con l’accusa di essere degli oppositori del regime dalle Forze di sicurezza del presidente al Sisi, proprio come sta accadendo a Zaki”, ci scrive. “La differenza è che la vicenda di Patrick sta diventando un caso internazionale, e finché l’attenzione è alta, c’è qualche possibilità in più che venga liberato”. Racconta che in molto casi, i giovani nella stessa situazione di Patrick rischiano dai tre mesi ai due anni di carcere, a volte rischiano la morte, come è successo a Regeni. “Ma l’attenzione non deve calare. La mia paura è che i troppi interessi economici che legano l’Italia e l’Europa all’Egitto affievoliranno i provvedimenti dei governi. So che il popolo italiano ci è vicino, siamo al corrente delle tante manifestazioni degli studenti, ma Patrick ha bisogno del sostegno di tutti”. A quattro anni dalla morte di Giulio Regeni, di cui ancora non sappiamo le cause, l’Italia si trova di nuovo ad affrontare la violenza di al Sisi. Se da una parte la politica, tra cui l’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Majorino, chiede al governo di ritirare l’ambasciatore Giampaolo Cantini dall’Egitto, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, è cauto e dichiara che è più utile che rimanga, sia per Zaki sia per Regeni.

 

Ghally, intanto ci scrive: “L’ho incontrato due volte, Giulio. Per la mia sicurezza non posso dirvi il motivo, ma ho conosciuto un ragazzo dal cuore immenso”.

 

Da quando la storia di Patrick è finita sui giornali, hanno smesso con le torture: “In prigione lo stanno trattando bene, è in cella con alcuni detenuti politici. E’ in salute, gli abbiamo portato del cibo, dei vestiti, dei libri, tutto quello che poteva servirgli. Non sappiamo ancora quando lo rivedremo”. Di sicuro, il 22 febbraio davanti al giudice, “quella è una data importante, lì capiremo meglio la sorte di Patrick”, scrive.

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