Non solo Bernie /2

Ecco cosa intende Bloomberg quando dice “whatever it takes” per battere Trump

Paola Peduzzi

L’ex sindaco di New York scommette sulle divisioni della sinistra e crea un partito nel partito in attesa del SuperTuesday. I numeri, lo staff e la strategia

Milano. Il giorno dello sbarco è previsto per il 3 marzo, durante il SuperTuesday, ma la campagna di Mike Bloomberg è già organizzata, operativa, munifica. Per l’ex sindaco di New York l’incertezza in cui si dibattono i candidati alle primarie democratiche già in corsa è una manna: senza un candidato con una riserva di delegati consistente, chi entra a partita iniziata ha più possibilità di recuperare. E poi ci sono gli investimenti: i big come Bernie Sanders, Joe Biden ed Elizabeth Warren hanno speso molto nei primi stati delle primarie e continueranno a farlo per gli appuntamenti di febbraio, mentre Bloomberg, che come è noto non ha problemi di soldi, si sta concentrando sugli stati del SuperTuesday, e tra questi i più popolosi che danno più delegati: California e Texas – a seguire altri stati popolosi come Florida e New York (il 35 per cento degli investimenti pubblicitari di Bloomberg sono andati in questi stati). In questi stati, sono stati creati uffici e assunte persone: l’obiettivo – come ha raccontato il sito Axios che da giorni spiega in modo dettagliato la macchina elettorale di Bloomberg, “un partito dentro al partito”, come l’ha definito – è di parlare con dieci milioni di persone prima che gli altri candidati possano cominciare a fare campagna in questi stati. Il tempo che sembrava una risorsa scarsa per Bloomberg – è un ritardatario, e quando a novembre aveva annunciato la candidatura la sua strategia pareva una follia – è diventato invece un vantaggio: lui c’è dove gli altri non possono ancora essere.

   

Nulla sarebbe possibile se Bloomberg non fosse Bloomberg, cioè un miliardario (da 50 miliardi di dollari, secondo Forbes) che può creare una rete di sostenitori facoltosi e potenti senza il disturbo di chiedere in cambio soldi. I numeri sono stratosferici: nell’ultimo trimestre del 2019, con 188,4 milioni di dollari spesi, l’ex sindaco di New York ha superato tutti i suoi rivali messi insieme, compreso Trump. La differenza rispetto agli altri in termini di investimenti digitali è ancora più grande.

   

Bloomberg ha speso 310,4 milioni di dollari, tutti gli altri (sempre Trump compreso) ne hanno spesi 115,3. Nbc News ha rivelato che la compagnia fondata da Bloomberg per la comunicazione digitale – si chiama Hawkfish – continuerà a operare anche se l’ex sindaco non dovesse essere il nominato del Partito democratico: è il “whatever it takes” per battere Trump di cui Bloomberg parla sempre. In questo modo, Bloomberg si è anche sottratto dalle discussioni che imperversano tra i democratici: ci riuniremo attorno al candidato nominato o continueremo la guerra interna? I dipendenti di Hawkfish che lavorano oggi per la campagna di Bloomberg – sono circa cinquecento – continueranno a lavorare alle sue dipendenze anche se ci sarà da sostenere un altro candidato, chiunque esso sia. L’ex sindaco sta di fatto costruendo una struttura parallela a quella del Democratic National Committee (Dnc), che dalle parti di Bloomberg viene educatamente definito “anemico”. Se, come dice, la campagna dell’ex sindaco dovesse arrivare a spendere online 600 milioni di dollari, questo tesoretto sarebbe nove volte più grande rispetto a tutti i fondi raccolti dal Dnc nel 2019. Il Republic National Committee ha raccolto il doppio rispetto al Dnc, ma è sempre lontano dalla capacità di spesa di Bloomberg: dev’essere per questo che Trump non perde occasione per menare colpi contro Bloomberg – lo chiama “Mini Mike” – e lo stesso fa il suo agguerritissimo capo della campagna per la rielezione, Brad Parscale, che teme soprattutto il confronto diretto su Facebook, dove l’ex sindaco sta investendo più del già generosissimo presidente.

  

La mano tesa agli altri rivali democratici non significa certo che Bloomberg si stia preparando alla sconfitta, anzi: i sondaggi a livello nazionale ora disponibili lo danno in continua crescita, ora è al quarto posto, pur non avendo ottenuto (e nemmeno cercato) alcun voto e quindi alcun delegato. Lo staff totale alle dipendenze dell’ex sindaco per la campagna elettorale conta circa duemilacento persone (cinque volte quelle di Joe Biden, tre volte quelle di Trump), sulle quali si favoleggia molto: sono i più pagati in assoluto, e per chi lavora da New York e non è di New York è previsto anche un contributo per la casa. Su molti dei collaboratori più stretti scelti da Bloomberg c’è il massimo riserbo, ma il Washington Post ha indagato un po’ e ha scoperto che certi nomi noti della stagione obamiana ora “aiutano” Bloomberg. Questo dettaglio non vale come endorsement: per ora l’ex sindaco sta selezionando soltanto i talenti, e a giudicare dall’account Twitter della campagna – che trolla tutti, soprattutto Trump – punta anche a organizzare uno show divertente.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi