Non solo Bernie /1

Amy Klobuchar e quel che ci dice la sua candidatura

Paola Peduzzi

Alle primarie americane c’è un outsider nuovo a settimana. Moderazione, empatia e cura. La formula della senatrice del Minnesota e l’effetto sugli altri candidati

Milano. Più fondi, più pubblico, più giornalisti interessati: Amy Klobuchar ha trovato in New Hampshire la speranza che prima non aveva, il carburante per andare avanti ancora un po’. I commentatori americani non fanno che ripeterlo: l’unica certezza di queste primarie del Partito democratico piene di colpi di scena e di frustrazione è che saranno più indecise del previsto, combattutissime. L’esempio che portano a sostegno di questa tesi è proprio la Klobuchar, la senatrice del Minnesota dal cognome di difficile pronuncia (come Pete Buttigieg, l’altro outsider, ma con un’aggravante: molti sostengono con il ditino alzato che nemmeno la stessa Amy pronunci correttamente il proprio cognome) che ha raccolto più soldi del previsto, ha riempito palazzetti più del previsto e soprattutto ha trovato la forza per dire: non ci vogliamo fermare qui.

 

Come con Buttigieg (nel racconto degli altri, dei predestinati soprattutto, gli outsider si assomigliano sempre un po’), grava sulla Klobuchar il sospetto che la sua sia una candidatura studiata a tavolino e strombazzata dall’establishment per rovinare i piani di Bernie Sanders, che è considerato un corpo estraneo da una parte dei democratici (tecnicamente lo è non essendo iscritto al partito). L’endorsement arrivato dal New York Times alla senatrice assieme all’altra candidata forte in gara, Elizabeth Warren, non fa che confermare questo sospetto, che tra i sandersiani è considerato un fatto certo. La Klobuchar si è in realtà conquistata titoli e attenzione all’ultimo dibattito, venerdì scorso, dove gli attacchi più feroci non li ha riservati a Sanders, ma al diretto concorrente tra gli outsider, cioè Buttigieg: ha fatto – come gli altri – pesare la propria esperienza contro il “cool newcomer”, l’ultimo arrivato carino ma insomma, il newcomer alla Casa Bianca fa passare la voglia di improvvisatori che imparano il mestiere facendolo. Da quel momento però sono arrivati i soldi – due milioni di dollari, ce n’era bisogno – e la Klobuchar si è messa a parlare di sé.

   

La sintesi di questa volontà di non darsi per vinta sta nell’ultima dichiarazione della Klobuchar al dibattito: un inno all’empatia. Contro un presidente che parla del mondo con un approccio animalesco, o uccidi o vieni ucciso, la senatrice ha proposto la sua visione: “Non ho il nome più conosciuto su questo palco, non ho nemmeno il conto in banca più ricco. Ma non sono una nuova arrivata, ho raggiunto dei risultati, e tra questi c’è il fatto che io mi batto per le persone. Vi chiedo di credere nel fatto che una come me, che mi fido totalmente dell’America, possa vincere. Perché se siete stanchi degli estremismi nella nostra politica e del rumore e delle scemenze, con me avete trovato casa”.

 

Il tema della casa, della familiarità, della comunità era presente anche in Iowa: la Klobuchar aveva dovuto assentarsi dalla campagna perché, come tutti i senatori in corsa, doveva essere a Washington per il processo d’impeachment a Trump. Al suo posto aveva mandato la figlia, la ventiquatrenne Abigail, che animava piccoli comizi che spesso si tenevano in casa, dove si cucinavano cibi semplici del Minnesota e dell’Iowa. L’obiettivo era quello di sottolineare il tratto principale della carriera della Klobuchar, iniziata nel 1998 come procuratrice e continuata come senatrice dal 2006, la prima donna eletta al Senato dal Minnesota (come ripete ora agli incontri pubblici, “tutte le volte che mi sono candidata ho vinto”): l’attenzione per le piccole cose, l’istinto pragmatico a risolvere i problemi. Il messaggio della Klobuchar è: moderazione, cura, empatia. In Iowa sembrava che la Klobuchar stesse facendo un’esercitazione per chissà quale altra carica (un ticket forse), poi negli scorsi giorni ha iniziato a pensare che la sua strategia potesse davvero avere una chance. C’è chi dice che abbia rubato consensi a Elizabeth Warren grazie all’empatia (la Warren è famosa per la fila dei selfie cui si sottopone sorridendo perché, dice, è un’occasione per star vicino alle persone) e a Joe Biden grazie alla moderazione – è una candidata centrista come lui.

   

La stagione degli outsider, di questi outsider, come si sa, potrebbe chiudersi qui. Ora si passa al Nevada (il 22 febbraio) e poi alla Carolina del sud (29 febbraio), due stati in cui né la Klobuchar né Buttigieg appaiono solidi. Ma intanto si aprono dei varchi dentro l’incertezza democratica, e gli outsider se ne approfittano, ognuno a modo proprio. Justin Buoen, capo della campagna della Klobuchar ha detto: “La nostra campagna non è stata costruita sulla necessità di momenti virali per arrivare in fondo. È stata costruita su princìpi organizzativi solidi fin dall’inizio – organizza, organizza, organizza, e poi scaldati alla fine”.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi