Un socialismo tendenza Mazzucato. Anche Corbyn ha il suo Borghi

Carlo Stagnaro

Un team di consiglieri costruito attorno al leader del Labour promuoveva la più radicale tra le piattaforme stataliste. Ma le urne l'hanno respinta

"It’s time for a real change", era intitolato il manifesto economico di Jeremy Corbyn. “Thanks, but no thanks” hanno educatamente risposto gli elettori. La sconfitta del Labour è un fenomeno complesso, che sarebbe ingenuo pensare di ricondurre a un’unica causa. C’è l’incapacità di Corbyn di esprimere un’opinione sul tema che ha dominato la campagna elettorale, cioè la Brexit; c’è una leadership che ha allontanato quando non spaventato i cittadini. Eppure, non si può neppure ridurre il voto di giovedì a un mero replay del referendum del 23 giugno 2016. Forse il miraggio del ritorno a un’economia pianificata non è la principale ragione del tracollo della sinistra, ma ne è comunque un ingrediente non secondario.

 

Dietro questa vicenda c’è dunque un insegnamento che merita di essere appreso anche oltremanica, se non altro perché il “modello Corbyn” e la sua impalcatura economica è stato preso a riferimento da una larga parte della sinistra politica e intellettuale italiana. Che, non a caso, ne condivide anche i numi tutelari. Nel 2015, Corbyn aveva costituito un team di consiglieri economici, tra i quali Mariana Mazzucato, Thomas Piketty, Joe Stiglitz e Simon Wren-Lewis. Il gruppo si è sciolto circa un anno dopo, principalmente per le ambiguità sulla Brexit, ma il programma economico di Corbyn è rimasto debitore delle riflessioni di questi studiosi sulla politica industriale, l’austerità e le nazionalizzazioni. In questo senso, le urne – pur non abbracciando una fantomatica proposta “neoliberista”, che nessuna delle forze in lizza faceva propria – hanno certamente respinto la più radicale tra le piattaforme stataliste. D’altronde, il posizionamento corbynista era esplicito: il principale ispiratore del manifesto e cancelliere dello scacchiere nel governo ombra dei laburisti, John McDonnell, ammette candidamente “I’m honest with the people: I am a Marxist”.

 

Corbyn, in particolare, ha articolato in modo molto netto tre messaggi: il ritorno a una politica industriale vecchio stile (lo “Stato innovatore” alla Mazzucato fa rima, non solo foneticamente, con lo Stato imprenditore); l’idea di un fisco aggressivo contro i “ricchi” e di un generalizzato aumento delle tasse per contrastare le disuguaglianze; la rottamazione delle privatizzazioni per restituire allo Stato il controllo diretto, magari in regime di monopolio, di industrie “strategiche” quali ferrovie, energia, banda larga e poste. Ecco: i sudditi di Queen Elizabeth avranno pure maturato dei dubbi sull’opportunità di “roll back the state”, ma non per questo rimpiangono il paese che la Lady di Ferro aveva conquistato nel 1979, nel quale – diceva lei – le imprese private rispondevano al pubblico e quelle pubbliche a nessuno.

 

Ci sono almeno due messaggi, per chi osserva da oltremanica. In primo luogo, il programma economico di Corbyn rappresentava una versione più radicale di quello di qualunque sovranista. Se ne trovano echi, infatti, anche nella retorica (e nell’azione di governo) di Boris Johnson (non è un caso che siano stati i conservatori, all’epoca di Theresa May, a scippare la battaglia laburista della ri-regolamentazione dei prezzi dell’energia). Solo che, come ha twittato Yascha Mounk, “il populismo di destra batte sempre il populismo di sinistra”. Secondariamente, il presunto rigetto della globalizzazione non si traduce automaticamente nell’adesione allo Stato massimo. I consumatori britannici forse sono delusi dalla gestione privata delle ferrovie, ma non hanno nostalgia per British Rail – per citare il caso forse meno riuscito tra le riforme degli anni Ottanta e Novanta. Magari il loro cuore non si scalda più al pensiero di Tony Blair, ma neppure vorrebbero indietro Harold Wilson né, dall’altro lato dello spettro politico, scambierebbero Margaret Thatcher con Edward Heath. Come ogni altra società moderna, anche quella inglese è attraversata da disagio e insoddisfazione: lo scorno per come stanno andando le cose nel Ventunesimo secolo, tuttavia, non è tale da suscitare il desiderio di tornare agli anni Settanta. Uno spot laburista ritrae un dialogo tra Batman e Joker, che accusa l’eroe di ipocrisia perché si finanzia grazie ai profitti delle Wayne Enterprises. “I miliardari come te sono il problema”, dice Joker, e Batman risponde: “ho sempre combattuto i sintomi del crimine invece di provare a risolverne le cause”. Ma, conclude, “that’s what a socialist would say!”. Con questa retorica, Corbyn ha spaventato a tal punto gli elettori da spingere anche collegi tradizionalmente di sinistra a votare i conservatori: meglio convivere col male conosciuto negli ultimi tempi che riesumare quello felicemente dimenticato molti decenni fa.