Destre europee, occhi negli occhi

L'ex presidente del Consiglio dell'Ue Donald Tusk al congresso del Partito popolare europeo a Zagabria (LaPresse)
Popolari impopolari (e nervosi)


È finita l’èra Martens dei popolari, ora si deve rispondere a una domanda che risuona anche da noi: che partito vogliamo essere?
Angela e il suo partito


Lo scontro dentro ai cristianodemocratici a Lipsia è guidato da una coppia: il giovane Kuban e l’eterno nemico Merz
Ursula e Annegret, 3 domande all’esperto
Ursula von der Leyen ce la farà a mettere un po’ d’ordine in Europa e nel Ppe? “La von der Leyen ha sufficiente esperienza politica per superare le difficoltà iniziali che si sono verificate, sì, in concomitanza con il suo incarico ma che, allo stesso tempo, sono dipese anche da lei”, ci ha detto Oskar Niedermayer, fino al 2017 direttore dell’Istituto Otto Stammer per gli studi di Sociologia empirica politica della Freie Universität Berlin. Oggi docente a riposo, Niedermayer attribuisce la debolezza della von der Leyen alla “leggerezza” nella scelta di alcuni commissari, un problema in parte già superato e non destinato, secondo lui, a intralciarla ulteriormente. La Kramp-Karrenbauer, invece, riuscirà a tenere la leadership della Cdu? “E’ oggettivamente in difficoltà nel partito e paga una serie di errori propri – dice Niedermayer – La delfina della Merkel non è popolare fra gli elettori ed è evidente che per la guida del partito si potrebbero trovare candidati più forti, come il premier nel Nord Reno-Westfalia Armin Laschet o il ministro della Sanità Jens Spahn”. Niedermayer tuttavia non crede che il partito sia pronto a cambiare cavallo – “non vedo un golpe all’orizzonte” – e ricorda che se anche domani si scegliesse un nuovo presidente per la Cdu, “il candidato cancelliere lo scelgono la Cdu e la Csu insieme”. Chi è più pericoloso, Kuban o Merz? “Non credo che la mozione della Junge Union sarà approvata dal partito; quanto a Merz ricordo che all’ultimo congresso il suo discorso non piacque: bisogna che si presenti con più attenzione questa volta. Un fatto è certo però – conclude il professore – Fra la base del partito lui resta il dirigente Cdu più popolare e i delegati potrebbero tenerne conto”.
Il blu e le stelle d’oro in piazza in Georgia
La Georgia, la nazione dai confini sempre all’erta, ha manifestato per tutto lo scorso fine settimana contro il partito di maggioranza e contro la promessa infranta di una riforma elettorale. I georgiani protestano da anni contro il governo, contro i tribunali, contro le forze dell’ordine, contro la Russia. In queste proteste però c’è un’invocazione che torna di continuo: chiedono di sentirsi europei. Se non possono essere portati dentro all’Ue, chiedono di portare l’Ue dentro alla Georgia. Tanti sventolano la bandiera blu con le stelle dorate e una foto ci ha colpito più di tutte le altre. Un uomo non più giovane fermo in mezzo alla strada, lui con la bandiera europea, tutt’attorno la polizia e gli idranti che colpiscono ogni cosa, ma non lui, non la bandiera.
Le domande della piazza di Malta
Le indagini sulla morte di Daphne Caruana Galizia, avvenuta nel 2017 in seguito all’esplosione della sua auto, sono andate avanti senza risultati, lentamente. Fino a ieri, quando è stato arrestato Yorgen Fenech, proprietario di una società che sarebbe stata usata per pagare tangenti a due collaboratori del primo ministro Joseph Muscat. Appresa la notizia, i maltesi si sono dati appuntamento ieri sera per riempire la piazza di fronte all’ufficio del primo ministro e chiederne le dimissioni. A Malta rimane sospesa una sensazione che tormenta molti: che il primo ministro non voglia chiarire, che l’omicidio resti così, irrisolto. Lo scorso anno è stato ucciso un altro giornalista, Ján Kuciak, in Slovacchia. I cittadini pretesero una risposta da parte del governo, scesero in piazza, il governo non rispondeva e allora ne chiesero le dimissioni. L’esecutivo cedette alla pressione, e da quelle proteste gli slovacchi iniziarono a ridisegnare i contorni della loro politica.
Chi ride per primo?
Gli inglesi non hanno tempo per nominare un commissario perché sono impegnati nella campagna elettorale – si vota il 12 dicembre. Martedì sera si è tenuto il primo dibattito televisivo tra Boris Johnson, il premier conservatore, e Jeremy Corbyn, lo sfidante laburista. Un’ora in cui il primo ha parlato per lo più della Brexit ormai a portata di mano e il secondo di tutto il resto: a Corbyn basta non parlare mai di Brexit per sentirsi felice. L’esito è un pareggio, ma quel che ha fatto la differenza, nell’ora di scontro, è stato il pubblico che rideva. Rideva tantissimo. Rideva in un modo che non si è mai visto. Rideva sprezzante e irriverente, ma non divertito. Il boato c’è stato quando Johnson ha detto che “la verità è importante”: chi gioiva di quella risata, chi si deprimeva. Noi, che eravamo nel secondo gruppo, non riuscivamo a toglierci dalla testa: “Chissà quante volte hai riso tu di me”.