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Le armi dei democratici contro Trump

Mattia Ferraresi

Combattere con i cavilli legali o per via “morale”? La tentazione legalista e il senso dell’impeachment

Roma. Dopo le prime deposizioni a porte chiuse, ieri è iniziata la fase pubblica del’impeachment contro Donald Trump, procedura aperta in seguito alle informazioni filtrate sulla telefonata fra il presidente americano e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, del 25 luglio scorso. In quella conversazione, Trump avrebbe vincolato lo sblocco di 400 milioni di dollari destinati a Kiev all’apertura di un’inchiesta sugli affari ucraini di Hunter Biden – figlio di Joe Biden, ex vicepresidente e in lizza per la nomination democratica in vista delle presidenziali del 2020 – con l’intento di danneggiare un avversario politico. La commissione intelligence della Camera ha chiamato a testimoniare George Kent, funzionario del dipartimento di stato e responsabile del dossier ucraino, e l’ambasciatore americano a Kiev, William Taylor. In una lunga e dettagliata dichiarazione iniziale, Taylor ha ricostruito dal suo punto di vista alcuni fatti parzialmente noti degli ultimi mesi e ha offerto nuove informazioni, riferendo ad esempio di una telefonata del 26 luglio fra Trump e l’ambasciatore presso l’Unione europea, Gordon Sondland, in cui il presidente chiedeva ragguagli e sull’“indagine”, presumibilmente riferendosi alla richiesta, fatta giusto il giorno prima, di indagare su Biden. Complice il volume smodato della voce di Trump, i membri dello staff di Taylor hanno origliato la telefonata e hanno chiesto a Sondland cosa pensava Trump dell’Ucraina. “Il presidente Trump è più interessato all’indagine su Biden”, ha risposto questo, secondo la deposizione di Taylor. Naturale che il capo della commissione, il democratico Adam Schiff, sia partito proprio da questo episodio per formulare le sue domande ai testimoni.

 

Questo e molti altri dettagli utili per una ricognizione delle turbolenti vicende sull’asse Washington-Kiev sono emerse ieri ed emergeranno nelle deposizioni delle prossime settimane, ottimo combustibile per la narrazione democratica del presidente corrotto che abusa del suo potere per motivi politici, e per la contronarrazione che Trump stesso detta via Twitter (aveva detto che non avrebbe seguito la deposizione di ieri e non avrebbe twittato al riguardo, poi non ha resistito). Ma l’inaugurazione della fase pubblica dell’impeachment pone anche una questione più generale sulla strategia che i democratici intendono seguire per massimizzare l’effetto di un impeachment per concludere il quale, sulla carta, non hanno i numeri (serve il voto dei due terzi del Senato, controllato dai repubblicani, per sollevare il presidente). I democratici sono di fronte a un bivio: da una parte c’è la via strettamente legalista, dall’altra quella “morale”. La via legalista consiste nel ricostruire nel dettaglio i fatti di cui Trump è protagonista e dimostrare, codici alla mano, che sono comportamenti criminali, violazioni di leggi che verrebbero sanzionate in qualunque aula di tribunale, a prescindere dall’identità dell’imputato. Questa condotta incarna quello che la filosofa politica Judith Shklar ha definito negli anni Ottanta “legalismo”, cioè un atteggiamento etico per cui “la condotta morale ha a che fare con il rispetto delle regole”.

 

L’altra via consiste invece nel dimostrare che, anche in assenza di un rilievo penale dimostrabile oltre ogni ragionevole dubbio, le azioni di Trump lo squalificano moralmente, sul piano della condotta, rendendolo inadeguato al ruolo di guida della nazione. I Padri fondatori hanno concepito lo strumento dell’impeachment proprio in funzione di quest’ultima fattispecie, introducendo la dicitura volutamente vaga degli high crimes and misdemeanor , e in un certo senso la procedura stessa è l’opposto del legalismo. Storicamente gli impeachment di Andrew Johnson e Richard Nixon sono stati costruiti più sul piano morale che su quello legale, mentre per quello di Bill Clinton i repubblicani hanno adottato una postura ultralegalista, cosa che ha finito per indebolire l’impianto accusatorio. Come ha notato il giurista Noah Feldman su Bloomberg, la tentazione dei democratici è quella di legalizzare lo scontro, facendo precipitare una disputa già di per sé intricata in un’oscura questione di cavilli, definizioni, brocardi. Per Feldman è la ricetta giusta per consegnare la vittoria a Trump. Un indizio che la tentazione per i democratici è reale è la scelta di affidarsi a un avvocato per interrogare i testimoni; e un indizio che quello legalista è anche il terreno su cui i repubblicani preferiscono scontrarsi è la leguleia difesa firmata da Rudy Giuliani sul Wall Street Journal l’altro ieri.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.