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Se l’America cadesse come l’Impero romano non sarebbe la fine del mondo

Non tutto andò perduto con il crollo nell’antichità, annota James Fallows. E anche oggi gli Stati Uniti potrebbero trarne giovamento

11 Novembre 2019 alle 10:21

Se l’America cadesse come l’Impero romano non sarebbe la fine del mondo

Pollice Verso, Jean-Léon Gérôme (1872)

Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Internazionale: ogni lunedì, segnalazioni dalla stampa estera con punti di vista che nessun altro vi farà leggere a cura di Giulio Meotti


 

"E’ ora di ripensare all’Impero romano. Ma senza focalizzarsi su quella parte di storia che suscita interesse negli Stati Uniti: il lungo percorso di declino e caduta. E’ ciò che è successo dopo a meritare la nostra attenzione”, scrive James Fallows. Nel 476 d.C. il generale barbaro Odoacre pose fine all’Impero romano d’occidente. L’Impero d’oriente, governato da Costantinopoli, durerà ancora per molti secoli. La storia di Roma ha sempre scosso l’immaginazione degli americani: così come si è passati da Cicerone a Nerone in pochi decenni, quanto potrà durare l’esperimento voluto da Madison e Jefferson? La fase successiva alla caduta dell’impero, invece, non è molto considerata, anche se pone delle questioni di tutto interesse. Ad esempio, come hanno fatto le persone a sopravvivere alla caduta del sistema che aveva costruito strade e acquedotti, aveva diffuso una lingua comune e il primato della legge? Sorprendentemente, sono sopravvissute abbastanza bene. “La tarda antichità non è stata solo un periodo malinconico, stiamo scoprendo l’esistenza di innovazioni, in una molteplicità di campi, che hanno visto la luce in quel periodo”, ha scritto Peter Brown, autore del libro “The World of Late Antiquity”. In quegli anni prendono forma nuove correnti artistiche e letterarie, così come nuove forme di autogoverno. Walter Scheidel, autore del recente libro “Escape From Rome” aggiunge che “la fine dell’Impero romano ha reso possibile lo sviluppo moderno”: la rimozione del controllo centralizzato ha aperto la strada che di ducato in monastero ha generato un avanzamento culturale per tutta la società. Raffrontiamo questo passaggio epocale alla storia recente degli Stati Uniti: la paralisi della politica americana e delle sue istituzioni può traghettare il paese in una nuova epoca di rigenerazione? Il fallimento principale in capo al governo viene dall’inabilità di far combaciare le risorse della società con le maggiori opportunità e necessità della popolazione. Il politologo Samuel Abrams ha svolto un sondaggio per indagare il “capitale sociale” del paese. I risultati mostrano che gli americani sono insoddisfatti dell’andamento del paese a livello nazionale, ma, con margini ancora maggiori, sono estremamente soddisfatti del lavoro delle amministrazioni locali, “le persone sono ottimiste riguardo alle loro comunità”. Proprio quella frammentazione che Scheidel considera fondamentale per la rigenerazione creativa post-imperiale, oggi è disseminata lungo il suolo americano.

 

A livello nazionale “il lavoro della politica viene sempre più svolto da persone che non sono state allenate per metterlo in pratica. A loro non interessa tutto ciò”, spiega Philip Zelikov, che ha lavorato come funzionario per la sicurezza nazionale per entrambi i presidenti Bush. Secondo Zelikov, la politica a livello nazionale è un esercizio culturale, legato “a chi ti piace, chi odi, da che parte stai”, mentre le politiche legate alla vita di tutti i giorni vanno ricercate nel livello locale, dove le persone affrontano i problemi “di settimana in settimana”. Esistono migliaia di esempi legati a quest’attitudine, come il ruolo delle librerie, dei community college – college spesso ritenuti di rango inferiore localizzati in distretti minori – e altre istituzioni che agiscono su necessità locali.

 

Una volta che l’Impero romano cadde, non tutto andò perduto. Le persone continuarono a restare connesse grazie a diversi vettori, come la lingua o la religione cristiana. Oggi quel ruolo di connessione viene svolto dal mercato, dai viaggi, dalle discendenze familiari, e dalla ricerca collaborativa. Secondo Morley Winograd, ex consigliere di Al Gore, le interconnessioni locali hanno già preso il controllo effettivo di alcune politiche cruciali. “Se i trend recenti continueranno a evolversi, non ci sono ragioni per cui i community college non diventino gratuiti. Ciò accade già in tredici stati”, dice Winograd. La voce delle comunità si è fatta sentire anche quando 400 sindaci degli Stati Uniti hanno annunciato ai propri cittadini che avrebbero aderito agli accordi di Parigi sul clima, anche se Trump era contrario. Inoltre, la solerzia nel piantare alberi, come confermato da un nuovo studio svizzero, sarà necessaria per rimuovere l’eccesso di anidride carbonica dall’atmosfera. “Questo impegno si potrebbe diffondere di città in città, di stato in stato, senza il coinvolgimento o le limitazioni imposte dal governo federale”, chiosa Winograd. 

 

“Peter Brown osserva che ‘una società sotto pressione non è necessariamente una società depressa o rigida’. Il rinascimento che è seguito al collasso dell’impero, i cui effetti completi erano visibili solamente in retrospettiva , fu possibile perché con l’indebolimento del governo centrale, la società romana divenne ‘eccezionalmente aperta alle correnti provenienti dal basso’. Il mondo cambia mentre lo viviamo, Facciamo tutti parte di un modello che possiamo intravedere solo vagamente. Gli storici del futuro sapranno, nel giro di mille anni, se l’America effettivamente si sta avvicinando alla sua tarda antichità. Forse a quel punto Muncie e South Bend appariranno nell’immaginario storico alla stregua dei monasteri di Cluny e San Gallo. L’antica città universitaria di Palo Alto e New Haven possono pure trovarsi in paesi differenti. Nel frattempo, faremmo bene a riconoscere e, dove possibile, coltivare le ‘sorprendenti nuove innovazioni’ già in atto”, conclude Fallows. (Traduzione di Samuele Maccolini) 

 

Questo articolo è stato pubblicato il 15 ottobre sull'Atlantic

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    11 Novembre 2019 - 14:29

    La caduta dell'impero romano generò un millennio di violenza, miseria, sopraffazione. È una situazione, per questo, non paragonabile a quella degli Usa attuali, la cui decadenza (oggi evidente come non mai) e perdita d' influenza sarebbero invece una boccata d'ossigeno per la pace e la prosperità mondiale. È possibile una loro rigenerazione? La situazione, con la presenza del più ripugnante personaggio dell'intera storia umana, rende la possibilità molto remota.

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  • luigi.desa

    11 Novembre 2019 - 13:10

    Chi paragona l'impero romano -dal 750 circa a.C al 476 post C. evidentemente legge solo i fumetti.

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