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Quante persone servono per fare una rivoluzione di successo?

La "formula 3,5 per cento" individuata in uno studio scientifico. Meglio la non violenza per sovvertire il potere

10 Novembre 2019 alle 06:13

Quante persone servono per fare una rivoluzione di successo?

Le rivolte in Cile (foto LaPresse)

Roma. Tre virgola cinque per cento: è questa la formula della protesta secondo la politologa di Harvard Erica Chenoweth. Ovvero: perché una protesta di piazza possa influire sulla politica di un paese è necessario che vi partecipi almeno il 3,5 per cento della popolazione complessiva.

 

“La regola del 3,5 per cento”, l’ha definita la Bbc. Trentanove anni, docente di Diritti umani e Affari internazionali alla Harvard Kennedy School e al Radcliffe Institute for Advanced Study, Erica Chenoweth completò la sua ricerca già nel 2011, sull’onda delle Primavere arabe. A distanza di qualche anno, diversi giornali e opinionisti hanno rispolverato questo studio, proprio adesso che molti altri paesi sono interessati da proteste: Cile, Hong Kong, Ecuador, Nicaragua, Perù, Honduras, Panama, Bolivia, Venezuela, Brasile, Catalogna, la Francia dei gilet gialli, la Londra anti Brexit, Russia, Romania, Algeria, Sudan, Etiopia Libano, Iraq, Iran…

 

In America latina non c'è alcuna ribellione contro il neoliberismo

Da giorni si mettono sullo stesso piano le rivolte in Cile e in Ecuador e i risultati elettorali in Argentina. La verità è piuttosto diversa

 

Diverse le motivazioni, anche se alcuni punti di partenza sono simili: tasse sui carburanti, trasporti o WhatsApp, rivendicazioni sovraniste o anti sovraniste, involuzioni autoritarie. E può essere differente anche il modo per interpretarle. Per esempio, la tesi dell’ex senatore Pino Arlacchi – “Perché non bruciano il Venezuela, la Bolivia, la Cina ma il Cile, l’Argentina e simili paesi neoliberal” – potrebbe essere tranquillamente rovesciata in “perché non bruciano il Cile o l’Argentina e invece bruciano Venezuela, Bolivia, Hong Kong e simili socialisti”. Nell’uno e nell’altro caso basta decidere che certe cose accadono e che altre sono allucinazioni. L’economista Jeffrey Sachs, nel cercare elementi in comune tra le proteste di Hong Kong, Parigi e Cile, pur evitando i paraocchi ideologici, si è soffermato solo sul paradosso delle proteste che ci sono state in paesi con alti tassi di crescita. La sua analisi è che tutti questi casi erano accomunati da una scarsa mobilità sociale e dal fatto che la burocrazia aveva perso contatto con la gente comune. Ma anche in questo caso, si tratta di verità che riguardano solo alcune situazioni.

 

L’approccio di Erica Chenoweth è interessante perché non si sofferma sull’origine dei moti, ma sul loro possibile esito. Realizzato assieme a Maria J. Stephan, direttrice del programma Nonviolent Action all’U.S. Institute of Peace, il suo studio “Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict” compara 200 rivoluzioni violente e un centinaio di campagne non violente. La sorprendente conclusione è che la non violenza paga: ben il 53 per cento delle proteste pacifiche ha avuto successo, contro appena il 26 per cento delle rivoluzioni violente. Una “efficacia” doppia. Inoltre, l’analisi mostra che la non violenza promuove la democrazia, mentre dall’uso della forza può nascere facilmente un’altra tirannia. La conclusione è ancora più notevole in quanto la politologa afferma di avere iniziato la ricerca convinta dell’opposto, tant’è che era partita da una indagine sulle motivazioni del terrorismo. Ma, appunto, c’è una regola: il successo è automatico se si riesce a coinvolgere attivamente almeno il 3,5 per cento dei cittadini. Ci sono esempi di successi con proporzioni anche minori, ma il risultato non è garantito. In compenso, proporzioni maggiori possono non bastare se l’opposizione si divide: è un caso concreto che è stato studiato in Bahrein.

 

Di questa “formula” hanno discusso in particolare i giornali cileni, quando il 25 ottobre scorso sono scesi in piazza a Santiago 1,2 milioni di persone. Considerando i 5,6 milioni di abitanti della città si tratta del 21 per cento. Ovviamente, rispetto ai 19 milioni di abitanti di tutto il Cile la proporzione è minore, ma è comunque il 6,3 per cento che è quasi il doppio del coefficiente indicato da Chenoweth. E alla fine il presidente Sebastián Piñera ha chiesto scusa, annunciando un pacchetto economico in 20 punti per venire incontro alle richieste dei manifestanti.

 

I movimenti più importanti esaminati dallo studio sono 25: di questi, 20 sono non violenti e 5 sono violenti. 14 di quelli non violenti hanno avuto successo e hanno attratto una media di 200 mila partecipanti, contro i 50 mila dei movimenti violenti. In particolare, la protesta nelle Filippine di Corazón Aquino contro Marcos, tra il 2003 e il 2006, portò in piazza 2 milioni di persone, mentre arrivò a un milione la sommossa brasiliana del 1984-1985 e a 500.000 la Rivoluzione di Velluto di Praga del 1989. Invece, i 400.000 partecipanti alle proteste nella Germania dell’est nel 1953 erano solo il 2 per cento. Per questo, il regime comunista resse. Almeno, secondo la regola del 3,5 per cento.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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