Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Erdogan può scatenare una tempesta populista in tutta Europa

Daniele Raineri

La Turchia vuole un pezzo di Siria, oppure riaprirà il flusso degli immigrati e se succede auguri alle elezioni

Roma. Nel mese di agosto gli arrivi di immigrati dalla costa turca all’isola greca di Lesbo sono aumentati come non succedeva dal 2016. Di solito su quella sponda approdano uno o due gommoni al giorno, ma il 29 agosto – tanto per fare un esempio – ne sono arrivati tredici con a bordo più di cinquecento persone. Sono numeri ancora bassi rispetto al picco dell’ottobre 2015 (più di duecentomila arrivi in un mese soltanto) ma le ong segnalano che la guardia costiera turca che pure è sempre stata efficiente nel contenere l’attraversamento adesso è più distratta. Le loro unità escono in pattuglia nelle ore del mattino, mentre i gommoni percorrono il breve tratto di mare durante il pomeriggio. E’ come se la Turchia volesse deliberatamente rafforzare il messaggio molto esplicito che il presidente Recep Tayyip Erdogan va ripetendo da una settimana. “Se le richieste della Turchia non saranno ascoltate, aprirò di nuovo i cancelli dei migranti” – sottinteso: e loro tenteranno di raggiungere l’Europa – ed è una minaccia che suona reale considerando che il paese ospita tre milioni e mezzo di siriani e che altri tre milioni di civili siriani in questo momento sono esposti ai bombardamenti del regime siriano e della Russia e cominciano ad ammassarsi di nuovo lungo il muro di confine (che per ora resta chiuso). Tre anni fa, durante la grande crisi migratoria provocata dalla guerra civile in Siria, l’Unione europea strinse un accordo con Erdogan che regge ancora oggi: il governo turco avrebbe bloccato il flusso dei migranti e avrebbe ospitato i profughi siriani in cambio di finanziamenti generosi da parte dell’Europa. Oggi il leader turco non chiede soltanto un nuovo pagamento – i campi profughi ci sono costati 40 miliardi di dollari mentre l’Unione ci ha dato soltanto 3,3 miliardi di dollari, dice – ma, come ha spiegato con chiarezza a una riunione di partito il 5 settembre, vuole il via libera per creare una zona - cuscinetto dentro il territorio siriano entro la fine del mese. Questa zona - cuscinetto servirebbe ai turchi per riversarvi tutti i profughi e per togliere la striscia lungo il confine ai curdi di Siria, che i turchi considerano una minaccia troppo vicina.

 

Erdogan inoltre sa che l’opinione pubblica turca è ormai sfavorevole alla presenza dei siriani e teme di perdere elettori, proprio mentre l’opposizione contro di lui si sta organizzando sempre meglio. Se davvero facesse saltare l’accordo, per l’Europa sarebbe un guaio. Per ora ha retto l’onda d’urto dei partiti della destra populista, pur con molte perdite. L’ascesa dell’AfD in Germania, la Brexit nel Regno Unito e il successo di Matteo Salvini in Italia – e il quasi successo dei lepenisti in Francia – devono molto al picco dell’immigrazione nel 2015. Ma questa tenuta politica dell’Europa non è scontata, soprattutto se ricominciassero gli stessi flussi di quattro anni fa.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)