David Koch interviene al Defending the American Dream Summit (foto di Gage Skidmore, Flickr)

Lutto a destra: è morto David Koch

Mattia Ferraresi

Filantropo libertario che ha tenuto in piedi il Gop e poi è stato tradito con Trump

Roma. Nessuno ha speso e si è speso quanto David Koch per la causa conservatrice, ad eccezione naturalmente del fratello maggiore Charles, con il quale si muoveva all’unisono. In certe tornate elettorali hanno versato ai candidati repubblicani cifre paragonabili a quelle raccolte dall’intera struttura del partito repubblicano nazionale, e perciò giustamente erano identificati come un partito nel partito, con una sua agenda, sue priorità, sue simpatie spesso allineate e talvolta sghembe rispetto agli umori del vecchio elefante repubblicano. David Koch è morto ieri, a 79 anni, al termine di una malattia che lo aveva portato l’anno scorso a lasciare ogni responsabilità nel colosso petrolchimico di famiglia, le Koch Industries, la seconda azienda privata americana e un simbolo da rappresentazione cinematografica del corporate America. In famiglia, lui era il politico e il filantropo. Venendo da Wichita, Kansas, non aveva bisogno di definirsi repubblicano (“tutti sono repubblicani in Kansas” è una sua nota massima) e con un moto di ribellione piuttosto pacato ha abbracciato la causa libertaria, arrivando a candidarsi alla vicepresidenza del partito repubblicano alle elezioni del 1980, quando dall’altra parte della barricata, per dir così, c’era Ronald Reagan, il figlio di Hollywood che con l’urlatissima campagna elettorale del 1976 si era fatto la nomea di candidato disallineato ed esponente ante litteram del Tea Party. Il suo ticket ha preso l’1 per cento dei voti, ma pazienza.

 

Da buon libertario, era a favore del matrimoni gay, dell’autonomia delle donne, del libero mercato, dell’immigrazione aperta e generosamente regolamentata, dello svuotamento di prigioni disumane e criminogene e del minimalismo in politica estera, cosa che gli ha permesso di trovare più di una convergenza con George Soros, che per altri versi era la sua nemesi, il suo doppio liberal. Ha fatto scalpore quando, pochi mesi fa, i fratelli di Wichita hanno messo in piedi un think tank con il finanziere di origine ungherese. Strano a dirsi, sulle tasse era un libertario up to a point: ha lasciato il partito nel 1984, quando i libertari hanno deciso di abbracciare la linea dell’eliminazione totale delle tasse. E’ tornato così a essere uno del Kansas qualsiasi. Per l’America era parte di un’entità inscindibile, i fratelli Koch, ma ce n’erano altri, di fratelli – uno dei quali gemello di David – con cui aveva rapporti burrascosi, culminati in una dolorosa battaglia legale per mettere le mani sull’impero di famiglia. C’è un’ironia di fondo nella sua traiettoria di finanziatore politico: è stato lui a inventare e foraggiare il Tea Party, la cui rabbia sociale ha fatto da sfondo all’ascesa nazional-populista di Donald Trump, che era ed è l’opposto del tipo repubblicano che David Koch ha incarnato e promosso per tutta la vita.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.