Metodo Mediapart

Mauro Zanon

Il ministro francese, il phon d’oro che era bianco e gli effetti di un gilet giallo piazzato anche sui media

Parigi. E’ vero, tre delle dodici cene organizzate nelle sale dell’Hôtel de Lassay, sede dell’Assemblea nazionale, erano “private” e non “professionali”, c’erano diverse aragoste e dei grands crus dal prezzo piuttosto elevato, ma non è stata commessa “alcuna irregolarità” da parte di François de Rugy, ex presidente della camera bassa francese. Il phon placcato oro con cui l’ex ministro dell’Ecologia e numero due del governo si sarebbe asciugato i capelli nei mesi trascorsi al governo assieme alla moglie Séverine, giornalista del magazine gossipparo Gala, era in realtà bianco e non costava 500 euro. E i costi dei lavori di ristrutturazione del suo appartamento di funzione all’interno dell’Hôtel de Roquelaure, palazzo del Diciottesimo secolo sede del ministero dell’Ambiente, erano “giustificati” e non “illegali”.

 

 

Martedì, due verifiche condotte dalla segreteria generale del governo e dall’Assemblea nazionale hanno fatto emergere una realtà ben diversa da quella dipinta da Mediapart, il giornale online di Edwy Plenel, autore di un’inchiesta a puntate che ha portato alle dimissioni di François de Rugy e provocato in parallelo una polemica mediatica che non si vedeva dai tempi dell’affaire Fillon, l’ex candidato gollista alle elezioni presidenziali travolto nel 2017 da una serie di rivelazioni del Canard enchaîné.

 

Il primo rapporto, pubblicato martedì mattina dalla segreteria di Matignon, ha evidenziato che non c’era stata “nessuna ristrutturazione importante dal 2009 e in certe parti dal 2003” e “il relativo stato di deterioramento di alcune sale poteva giustificare la realizzazione dei lavori” a fine 2018 per un totale di 63mila euro. Inoltre, si legge nel testo curato dal Controllore generale degli eserciti Virginie Aubard, “alcune spese per l’arredo (…) sono state riviste al ribasso”. Altro che “spese pazze”, come urlato da Mediapart dal 10 luglio in avanti. Il secondo documento, pur sottolineando che durante le tre cene non professionali “il livello di servizi è manifestamente eccessivo rispetto alla prassi comune durante i pasti privati”, certifica che l’ex ministro dell’Ambiente “non ha infranto, direttamente e indirettamente, nessuna regola, e non ha commesso alcuna irregolarità”.

 

Siamo dunque di fronte alla caduta politica di un uomo – alcuni evocano il suo reintegro nel governo alla luce dei due rapporti che lo discolpano, ma l’ipotesi sembra quasi impossibile – decretata da un processo sommario, con una testata, in questo caso Mediapart, che ha trasformato un’inchiesta legittima in una crociata giustizialista, con titoli roboanti e un gusto malsano per il linciaggio social – ogni giorno, Fabrice Arfi, coautore dell’inchiesta di Mediapart, annunciava su Twitter le nuove rivelazioni a venire, una sorta di sputtanamento a puntate. “C’è un giornalismo di demolizione ed è quello che pratica Mediapart”, ha dichiarato François de Rugy martedì sera al telegiornale di France2, prima di aggiungere: “Sì al giornalismo d’investigazione, no al giornalismo di diffamazione. La République della delazione, non è la République”. Si è presentato da uomo “blanchi”, scagionato da tutte le accuse che erano state mosse da Mediapart, anche se in realtà permangono alcune zone d’ombra e l’immagine di opulenza trasmessa da quelle cene non verrà certo dimenticata dai francesi. Se da una parte i “metodi staliniani” di Mediapart, come li definì il principe del foro parigino Eric Dupont-Moretti, sono al centro delle critiche di chi non considera la presunzione d’innocenza “un gargarismo” e diffida dai giornali trasformati in tribunali della pubblica morale, dall’altra va anche detto che De Rugy ha peccato di ingenuità, oltre che di stile. Quando è stato eletto al vertice dell’Assemblea nazionale nel 2017, si era presentato come il presidente anti sprechi. Ma mentre riduceva del 15 per cento le spese di rappresentanza della camera bassa, si faceva fotografare sorridente accanto a tavole traboccanti di cibi e vini dal profumo di “élite”: nulla di illegale, ribadiamolo, ma fuori luogo in tempi in cui la caccia al ricco e ai privilegiati è diventata in Francia sport nazionale con i gilet gialli. De Rugy ha detto che esiste “un affaire Mediapart, non un affaire De Rugy” e, tramite il suo entourage, ha fatto sapere che rimborserà “il prima possibile” l’Assemblea nazionale per le tre cene private denunciate nel rapporto. La sua carriera ai vertici della République, però, è ormai compromessa.

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